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Il destino segnato di Ferruccio Macola o l’ideologia gioca cattivi scherzi? Sensazionale scoperta nel suo primo libro a 23 anni! Miatello ci racconta una nuova pagina di storia

Un chiarimento in base all’esperienza
Divieto di usare il cellulare per fotografare pagine di annate di Giornali di un secolo fa, tesi di laurea dattiloscritte di venticinque anni fa, libri vecchi e antichi. La consultazione in Archivio di Stato a Venezia o nella biblioteca universitaria di Facoltà è solo visiva! Al massimo una penna e qualche foglio.
L’Italia si nasconde dietro la censura e l’austerity. Poi se scoviamo in Rete un cataloghino del 1825 della London Maddox Gallery (presso la Oxford Library) e si risale finalmente all’origine di un’opera d’arte sparita (di Veronese? o di un suo collega, quale fu Anselmo Canera? venduta da un certo bassanese litografo G. Vendramini, di cui si possiede e firma la stampa originale ma non si sapeva di più) che il noto storico mercante on. Vittorio Sgarbi convincerà l’altrettanto grande doge corrotto Giancarlo Galan a sborsare duecentomila euro pubblici per una patacca (“no è di Veronese ma di un suo collega”, “frammento gravemente manomesso”) allora i giornali sono contenti dello scandalo (scoop di Alda Vanzan per Il Gazzettino e tutti gli altri accreditati giornalisti a Palazzo Balbi, come l’amico Gianantonio Schiaffino che ci sganassava). Non certo i nostri due artefici paladini e nemmeno i veneti che si sono trovati gabbati. Purtroppo la storia raccontata da chi copia e ricopia, come quella della soprintendente, ci obbliga con il senno di poi di denunciare questa inutile censura della burocrazia borbonica e mussoliniana. Peccato che lo scrittore Antonio Scurati sul suo recente “M” non se ne sia accorto, lui che dice di aver svolto per tre anni lunghe ricerche di archivio. Non ci crediamo proprio che abbia dovuto perdere giornate intere dentro l’archivio ma si sia fatto consegnare fotocopie ecc., dato che è conosciuto di essere un accanito scrittore nottambulo.

La difficoltà materiale di fare ricerca
Affrontando la lettura di quello che ci rimane di Ferruccio Macola, annate dei giornali che ha diretto, libri scritti, articoli sparsi, in base al lungo elenco che Fulvio Conti (Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani) e l’Archivio parlamentare di Montecitorio hanno pubblicato, possiamo rallegrarci e farci una pernacchia. Le annate de Il Secolo XIX di Genova o della storica La Gazzetta di Venezia non sono online. Tanto meno si possono fotografare con il cellulare. Il divieto per noi mortali cellularizzati e con scarsi doti finanziarie è assoluto, poi se ci fosse qualche fortunato con la lettera in mano di qualche Ateneo o Fondazione privata, allora le porte si aprirebbero immediatamente. Non credo che un professore ordinario abbia il tempo di passare ore e ore per sfogliare un’annata di cento anni fa. Per i venticinque libri e saggi pubblicati da Ferruccio Francesco Macola (1861-1910) la stessa ed identica risposta: “molti non si possono avere con il prestito interbibliotecario, “sono fragili” e lontani, sparpagliati qua e là. Inutile chiedere una foto delle pagine scelte se non si possono sfogliare. A differenza di altri Paesi che ci fanno compagnia quando siamo con gli Americani, Inglesi, Francesi, Tedeschi, Canadesi al G7 (G10), sulla gestione della nostra Storia abbiamo un’arretratezza da Jurassik Park. Ma forse per quest’era o per quelle meno lontane del neolitico e del rame (4000-2000 a.C.) ci sono Fondazioni internazionali che ci sanno fare e riportano alla luce frammenti della cultura di seimila o più anni fa, scavando, fotografando, comparando, analizzando scientificamente oggetti, minuscole targhette, papiri, gioielli, armi, arnesi. A queste non viene vietato nulla. E’ importante che non arrivano dopo i saccheggiatori, tombaroli e terroristi dell’Isis. Ci si mette d’accordo con lo Stato, la tribù, il sovrano e si paga dazio, se necessario. Il mondo si arricchisce di nuove scoperte, vie commerciali, culture, caratteristiche antropologiche che prima nemmeno si sognavano.

L’esempio di primaria importanza della Fondazione Ligabue
La preziosissima collezione allestita dalla Fondazione Ligabue a Palazzo Loredan di Venezia (“IDOLI. Il potere dell’immagine“) ne è un esempio mirabile che rivoluziona il sapere standardizzato che purtroppo continua a peggiorare nella formazione dei nostri liceali. Gridare non serve a nulla. I libri di testo modellati su schemi di 50anni fa sono uno schiaffo alla cultura e all’investimento che fa ogni famiglia per suo figlio. I libri scolastici sono una miniera inesauribile per le solite casi editrici che possono permettersi di strapagare il lancio di saggi e romanzi che per tre quarti vanno al macero, come del resto quotidiani e riviste. Non capisco come mai una biblioteca comunale (es. quella di CV.to) debba tenere in bella mostra 58 riviste, quando sono appena tre o quattro sfogliate. Non capisco nemmeno che ci siano 12 quotidiani su un tavolo dove ci stanno appena quattro sedie per i lettori accaniti della pagina sportiva, di quella locale o addirittura che gli serva per coprirsi da occhi indiscreti mentre sta caricando il suo i-pad o guardando l’andamento della borsa. Questa è la città di Giorgione con una delle biblioteche più belle del Trevigiano. Un ex Monte di Pietà, tra il Duomo e la Canonica, con qualche affresco, ritratti e paesaggi d’epoca e tre sale dedicate a Giorgio Lago, Tina Anselmi, Gino Sartor. In basso c’è la saletta Guidolin, un altro resosi famoso come antifascista.
Di Ferruccio Macola, giornalista, onorevole, saggista, uomo di mondo il nulla. Il suo primo saggio con dedica per l’abate dott. Luigi Viani che per nostra fortuna legò alla Biblioteca.
Per la nostra Storia, dicevamo, vige la più alta stupidità del potere, anzi mantenendoci in uno stato antiquato di strutture (ancora tanto personale imbucato e poche macchine) che subiamo nel Terzo Millennio violenza e malversazione. Che paura c’è di lasciar fotografare con il cellulare, fra l’altro senza flash e con una mano tremolante, pagine di annate di un giornale di cento anni fa o pagine specifiche di un autore che possa rappresentare un interesse per il ricercatore e dell’intera comunità?
“E’ vietata qualsiasi forma di riproduzione: fotocopia, macchina fotografica, cellulare”, recita le lettera standard di risposta alla nostra collega Graziella Andreotti, corrispondente da Rovigo, che chiedeva la consultazione delle annate de La Gazzetta di Venezia conservate nell’Archivio di Stato di Venezia. Capisco l’uso di una fotocopiatrice con i suoi lampi di luce potente o per la minore grandezza del vetro rispetto al paginone (grande formato dei giornali stile ‘800) o per libri antichi o vecchi che pressati si possono facilmente rovinare. Ma un cellulare tenuto con le mani a venti centimetri di altezza senza flash che pericolo c’è? Oltre al disagio manuale c’è anche quello economico. Il su e giù costa, non è gratis, cara signora burocrazia romana. Vergogna.
Alla fine diciamo che la “Storia” diventa “storia” ed i furbacchioni oltre ad essere bugiardi ci raccontano quello che vogliono, anche senza aver mai letto il libro, il saggio o sfogliato il giornalone, com’è il caso del castellano Ferruccio (nato a Camposampiero nel 1861 ma residente dal 1866 al 1910) a Castelfranco Veneto e qui eletto deputato nel collegio Asolo-Castelfranco durante cinque legislature (1895-1910). Non è forse un personaggio da narrare? Ha scritto su: autonomia, decentramento, regionalismo, emigrazione veneta e italiana da proteggere, contro le campagne colonialiste in Africa, contro la corruzione non solo nel Meridione, proponeva una via ferrata con tram a vapore da Bassano a Montebelluna e Castelfranco. Mica stupido. Sicuramente una linea ferroviaria da Montebelluna a Bassano e da Caselle di Asolo fino a Castelfranco avrebbe contribuito ad uno sviluppo del territorio della Pedemontana che si è ritardato nel tempo.
E’ morto a 49 anni di tisi con i palliativi dell’epoca: vapori caldi e morfina, quando proprio non ce la faceva più. Forse sono state le celle del collegio, il lavoro di macchinista al Duilio, i viaggi in America Latina, in Brasile o in Africa a rovinargli i polmoni?

Proposte concrete, non le solite battaglie di parole e paroloni alla Saviano, Camilleri, Cacciari
L’Europa di questi giorni dedicati al “Mef”, che non è “Merd” o “Bef” ci bacchetta per bocca del socialista Moscovici e del “barcollante” Junker che l’Italia non può sforare il 2.4, anzi si dovrebbe stare sotto l’1.8 già da subito. Il governo cerca di ricorrere al riparo, dati gli impegni assunti alle ultime politiche, non può rimangiarsi le promesse. La sinistra ormai ridotta ad un partitello aumenta la dose sui diritti politici e civili, mai economici. Troppo difficile per quasi tutti loro che sono impiegati statali, parastatali e parassiti. Parlano ancora di grandi opere di migliaia di miliardi che dovrebbero pervenire dagli stranieri che non hanno “fiducia” nell’Italia che non comperano titoli di Stato a tasso di rendimento meno di uno. La lega dice mettiamo obbligatoria la leva per i giovani dai 18 ai 25, un anno per ciascuno non fa male a nessuno, poi li paghiamo, vestiamo, cibiamo e li istruiamo. La sinistra parte all’attacco “no esercito, no militarismo”. Siamo pacifisti e anti reati umanità fanno da grancassa quelli di Leu e sigle esterne. Perchè non attuare il vecchio progetto della digitalizzazione di biblioteche e archivi assumendo giovani laureati e studenti universitari che potrebbero dedicare 10-15 ore settimanali per bilanciare il loro gravoso costo alle famiglie? Le sinistre tacciono devono prepararsi per il congresso, poi per le primarie e quindi per le Europee con Macron e Corbin (che è fuori). Il comunismo all’italiana è pesante come una macchina ministeriale. Cambiamo il nome del partito. No, cambiamo le persone Si. Le idee camminano sulle gambe dei democratici e la mafia si sposta nell’aria.
La sinistra e i sapientoni come Calenda, Del Rio, Brunetta, Renzi, Tajani propongono grandi investimenti per rialzare l’Italia. La cultura per loro è solo turismo e convegni, salotti romani e selfie.

Casa Barbarella del conte Ferruccio Macola
Il deputato conte Ferruccio Francesco Macola sposò la bella ed avvenente figliola del signor Moresco e della contessa Felissent di Treviso (suo fratello divenne sindaco) ed andò ad abitare a Castello di Godego da questi. La villa è reclamizzata in Internet ma non si conosce l’attuale proprietario/a.
Comprò casa a Castelfranco Veneto, un’antica dimora che la leggenda vuole fosse del padre naturale di Giorgione, che porta appunto il nome di Barbarella (leggenda aurea o politica?). Un piccolo errore di datazione. Nel 1510 quando Giorgione morì di peste nel Lazzareto Novo di Venezia, lasciando un modesto inventario di cose personali recuperate dalla madre vedova (grazie alla scoperta della prof.ssa Segre, scanzonata dal vecchio Lionello Puppi), la villa non esisteva! La dimora è stata costruita sopra una montagnola artificiale a ridosso delle mura cittadine che potesse con i piani superiori “ricevere luce, raggi ed avere il piacere di vedere la lunga cortina montuosa con al centro il Monte Grappa e più sotto Asolo e il Cansiglio”. Le abitazioni a metà cinquecento non formavano ancora una bastia come si vede oggi. I portici sono ottocenteschi, pertanto il Barbarella aveva una veduta degagé. il Macola invece dal piano nobile e dalla Torretta (piccionaia) aveva ugualmente una bella veduta mozzafiato. Dentro un castello fortificato con un enorme spazio adibito “a giardino e stalle”. “E’ l’unica casa che si conosca costruita sopra una montagnola di una ventina di metri di dislivello. Non può franare perchè è a ridosso di mura medievali” e sotto dovrebbero esserci le cantine – ci spiega un nostro interlocutore.
Le cartoline che si vendevano nel ‘900 riproducono “villa Barbarella, ora del conte onorevole Ferruccio Macola” che mostrano in bell’evidenza una trasformazione moderna ed eclettica della dimora con una scalinata e balaustra di cemento, una facciata con tre orologi solari (fusi orari uguali) ed una torretta merlata in mattoni. Lavori progettati dall’arch. Giovanni Sardi, lo stesso che rifece la facciata cementizia di Palazzo degli Azzoni Avogadro in borgo Treviso, l’Hotel Excelsior al Lido di Venezia (1908) e l’Hotel Bauer a San Marco, oltre a ville del Lido e ad Asolo (come ci spiega il prof. Manlio Brusatin). Particolari questi che mettono Macola in stretta relazione col mondo veneziano e castellano: l’arch. Giovanni Sardi, l’ing. Spada, il sindaco conte Grimani, i conti degli Azzoni Avogadro, l’abate Luigi Viani, mons. Giovanni Bressan.
Nel 1884, a 23 anni, Ferruccio pubblica il suo primo libro a Genova (Come si vive nell’Esercito di 316 pagine). Dedica un capitolo alla sua città natale “Castelfranco Veneto”. Si sente che ha una forte nostalgia del suo Veneto. La scelta della dimora quale Casa Giorgione rappresenta una conquista sociale ed è un punto di riferimento. Entra in politica quando si trasferisce a Venezia nel 1889 (28 anni) e farà la spola con Castelfranco, Treviso e Padova. La Gazzetta di Venezia come altri giornali aveva propri candidati per le Comunali e le Provinciali. Nessuno lo dice. Infatti, e se ne vanta, è eletto consigliere provinciale di Treviso. Quindi il grande salto che non sarà stato tanto facile se ha battuto il concorrente con i resti dei voti dei cattolici. Questa opportunità è la prima che si conosca in Italia dove vigeva il non expedit di Leone XIII, cioè il divieto dei cattolici di entrare in politica. Di farsi bastonare, di pagare le tasse e di farsi deridere “per la stupidità di un clero romano consumato nell’ozio, nella ricchezza e nello sfruttamento”.
Poi leggiamo che Macola fu destinato a scomparire, ad uscire dalla Storia per “la sua stranezza e irrequietezza”, per “l’assassinio” causato al “bardo della democrazia” Felice Cavallotti, milanese ma di origini venete, che probabilmente sarebbe diventato un ministro di Giolitti. Quello stesso Giolitti che dai banchi della sinistra estrema era tutto uno scandalo di corruzione e sopraffazioni. Una sinistra che poteva trasformarsi di destra e viceversa. Molto spesso il Parlamento italiano viaggia per conto proprio. Ministri che si autodefinivano neutrali, non interventisti ma trescavano e si vendevano al miglior offerente. Gli italiani ci credevano e la chiesa fece il suo dovere. D’altronde il tasso di analfabetismo raggiungeva il 70 per cento, dicono le statistiche ma il tasso d’amore invece era quasi 100 per cento nei giornalisti, militari di carriera, comici…
“Come si vive nell’Esercito”
Proseguo sulla storia del giovane Ferruccio che si può dedurre dal suo primo libro del 1884 (unica testimonianza in biblioteca con una sua dedica a Luigi Viani, abate suo inegnante).
Come si vive nell’Esercito“, uno sfogo un po’ autobiografico e già con i germi di politico. Gli permise di farsi conoscere e di indirizzarsi ai tanti giovani che facevano il militare di leva. E’ un criticone sul regime “militarista” che andrebbe abolito e annota ruberie alla luce del sole. Ha 23 anni e da lì a poco dirigerà il nuovo giornale Il Secolo XIX di Genova.
Nel libro del 1884 ha una forte nostalgia di Castelfranco che nessuno se n’era accorto prima. Nel 1888 sbatte la porta e si fa liquidare: Va a Venezia e compera l’esangue Gazzetta di Venezia nel 1889 (che tutti sbagliano con il 1888). La riporta ad un buon livello di tiratura e consensi. Esce di pomeriggio, come il suo primo giornale genovese, che chiudono le redazioni alle sedici pomeridiane. Rimane direttore fino al 1902-03, fin quasi al 1909 con una piccola quota sociale. Nel 1895 fa propaganda per l’entrata a Venezia del nuovo cardinale Giuseppe Sarto di Castelfranco-Riese che lo conosceva molto bene, se dal papa, si vanterà di avere “importanti appoggi a Roma”. Era direttamente connesso con i monsignori che fungevano da consiglieri personali. Va contro il sindaco laico “anticlericale” Selvatico che voleva abolire le lezioni di religione nelle scuole veneziane, che verrà brutalmente battuto nel 1897 dal nobile Grimani, suo stretto amico e azionista della Gazzetta di Venezia. Qualcuno scrive che Ferruccio è amico dei sovrani piemontesi Umberto e Margherita che non vedevano di buon occhio il figlio Vittorio Emanuele corteggiare Elena di Montenegro (inesatto, ndr) che l’avrebbe chiamata “rosicchiatrice di castagne” (Bordignon Favero). Abbiamo invece un’altra versione di Indro Montanelli che ci spiega quanto sia stata propizia l’intermediazione di Crispi che organizzò una serata di gala proprio a Venezia durante la prima Biennale d’arte nel 1895 che fece in modo di mettere accanto il giovane monotono e complessato Vittorio Emanuele alla bella Yela, che erano tutti d’accordo per la protezione dello Zar Nicola II sulla famiglia del re Nicola Petrovich Niegos. L’anno seguente il principe fu invitato a San Pietroburgo per l’incoronazione dell’imperatore Nicola II. Guarda caso, fa notare Montanelli, ci fu anche Yela e qui scattò la fiamma d’amore. Un’ultima osservazione. Yela era il suo vero nome ma dopo il fidanzamento del 1896 prese il nome di “Elena di Montenegro“.
Gli storici di Castelfranco Veneto
Ora ci si soffermi su questa frase del prof. Paolo Bordignon Favero (1996):
“Il suo comportamento fu strano, come il disorientamento politico da lui avuto, fino all’uccisione nel duello con Cavallotti. Sconvolto concluse la vita, irrequieto;…come era stato in fanciullezza (pag. 190, libro di cartoline di Caufin). Oppure quest’altra dell’arch. Franco Posocco e di Luca Pozzobon: “deliberazione consigliare del 15 ottobre 1904 per un’ipotesi di tramvia a vapore: Bssano-Caselle d’Asolo-Montebelluna-Caselle d’Asolo-Castelfranco, della quale si fece promotore l’on. Ferruccio Macola, il deputato del collegio castellano reso famoso per il tragico duello da lui sostenuto contro Felice Cavallotti.” (pag. 29 del volume “Castelfranco Veneto. L’evoluzione della forma urbana e territoriale nei secoli XIX e XX”, edito da Banca Pop. di C.V., a cura di Cecchetto, Posocco e Pozzobon.
Ambedue didascalici penetrano nella sfera della psicanalisi, commettendo un errore di disonestà intellettuale.
Il fatto del “tragico” duello (Pozzobon o Posocco, ma anche Cecchetto) che lo “sconvolse” (Bordignon Favero, Luigi Urettini, Angelo Marchetti) sarebbe la risposta storica del suo lento ma ormai segnato destino di politico e di uomo che “concluse la vita, irrequieto… come era stato in fanciullezza” (Bordignon Favero).
Il giovane Ferruccio non ne poteva più del Collegio tanto che veniva punito anche per sciocchezze e puro sadismo dell’ufficiale di turno che gli rimarranno per tutta la vita soprattutto l’umiliazione e la voglia di una riscossa. Contro il “militarismo” imperante, la sopraffazione sui giovani, la corruzione, l’imbroglio. Di questo si legge altro che di uno con un caratterino difficile.
Per la prima volta vide suo padre Evaristo (segretario comunale, maestro, assessore, uomo di cultura e integerrimo, ndr) piangere. Forse l’anziano conte capì dell’errore commesso di averlo istigato ad entrare in marina: “il prestigio delle mostrine” e di un “posto sicuro” erano più sogni che realtà, data la situazione caotica in cui versava l’Italia a vent’anni dall’Unità con un Meridione corrotto e in balia di briganti e bande armate, emigrazioni inarrestabili, campagne militari senza mezzi. Si legge nel libro che il giovane diciottenne per una punizione eccessiva, trascinandolo all’estremo, tentò il suicidio con una fune legata all’inferriata della cella. Per fortuna un suo amico se ne accorso e fu prontamente salvato. La punizione continuò legandolo con le stessa fune e trasportato per barca con quattro uomini armati e l’aiutante alle carceri di S. Daniele. Lo ripeteva da un po’ che gli rimaneva ormai solo quest’ultima ratio, pur sapendo che avrebbe fatto soffrire i suoi famigliari. Ormai non ne poteva più della lunga e pesante sofferenza di “internato”, al quale venivano tolti i più elementari diritti di libertà personali. Almeno nelle Accademie militari c’era più rispetto, qui siamo come delle “bestie”, anzi ci viene tolta qualsiasi capacità di poter persino di pensare.
Queste osservazioni sono basilari per capire lo sfogo di un giovane che non vedeva l’ora di uscire, anzi di non tornarci più. “Sembrava di essere in un forno con 50 gradi, era persino impossibile scendere o salire, tenendosi aggrappati al corrimano di ferro che sembrava rovente. Come si poteva vivere lì sotto, da macchinisti?”
L’avrà letto il libro?
A questo punto ci è sorto un dubbio. Il prof. citato, ritenuto il maggiore storico del paese (dell’arte e dell’architettura), non dovrebbe aver letto il libro “Come si vive nell’esercito”. Altrimenti avrebbe ricavato conclusioni diverse, separando la politica dalla psicanalisi, e le cose vere dalle sciocchezze. 
E’ come se oggi, vedendo suo figlio barcollare tre giorni alla settimana sotto i portici, tra un’osteria e l’altra, ci venisse spontaneo pensare che la colpa di essersi ridotto in quel modo sia proprio del genitore che lo avrà, al contrario, troppo coccolato, trovandogli persino un posto sicuro da ricercatore universitario.
(Copyright Angelo Miatello)

Nicola Poni intervistato da Curzio Pettenò di Rai 3 Veneto. Le Trame di Giorgione in Rete per la prima volta

http://www.rainews.it/dl/rainews/TGR/multimedia/ContentItem-25ac8eda-2dee-4a6d-bb56-3d0aef06fede.html

I giovani di Castelfranco realizzano dei videoclip per promuovere la Mostra di Giorgione che si aprirà alla fine del prossimo mese. L’intervista a cura di Curzio Pettenò per Rai 3, edizione delle ore 14,00 di sabato 9 settembre all’Hotel Excelsior.
A Nicola Poni l’onere di farsi intervistare, le sta accanto la docente Fabiana Zanchetta dell’IPSIA Galilei Audiovisivo.

Nelle foto di Claudio Malvestio: Curzio Pettenò, Fabiana Zanchetta, Vendrame Enrico, Nicola Poni (l’intervistato), Juliette M., Viviana Mimo, Ermanno Ramazzina, Antonello Rota, Joanna Benvegna, Sebastiano Gallina, Demi Tellatin, Emanuele Antonello.

Dal 27 ottobre al 4 marzo dell’anno prossimo, per circa 130 giorni, si svolgerà la mostra nel Museo Casa Giorgione e in altre sedi della città murata – Sacrestia del Duomo, cappella Costanzo, studiolo di vicolo dei Vetri, Casa Costanzo, Villa Barbarella, Torre Civica e Teatro Accademico – da renderla unica nel suo genere per tre motivi che possiamo qui sintetizzare: 1. Una mostra corale che è stata “sposata” da una città intera; 2. un confronto diretto tra opere d’arte di ritrattistica con tessuti e abiti d’epoca provenienti da prestigiose collezioni private e pubbliche; 3. Un racconto che sveli la moda del costume del tempo.
Il fil rouge della seconda mostra di Giorgione sarà, come ha puntualizzato Danila Dal Pos, lo svelamento di intenzioni, significati, simboli e motivazioni più politiche che artistiche dei personaggi effigiati. Ad esempio, ci par di capire che saranno spiegati i retroscena della Pala: il valore storico di un quadro devozionale che contiene precisi messaggi che il suo committente, il nobile siciliano Costanzo, “uomo di stirpe reale”, come viene definito dai biografi degli ordini cavallereschi, vuole lanciare.
Il motivo dell’unicità di questa mostra è, come ha detto la curatrice, “la coralità di tante forze messe in campo”, segno che il Giorgione è sempre il faro di questa città dalle rosse mura consunte dalle intemperie e rosicchiate dall’uomo. Infatti a stupire l’entusiasmo della curatrice per questa manifestazione del XXI secolo sono “la collaborazione di tante categorie sociali, a partire dalla schiera di volontari che faranno da custodi, dal sostegno dell’Ascom, cioè quello concreto del mondo artigianale, che si è messo a disposizione per l’arredamento e dove abbiamo trovato anche eccellenze già di casa nei grandi musei come il Grande Louvre, ad esempio nel settore dell’illuminotecnica. Un modo splendido per essere sponsor. E soprattutto devo ringraziare gli studenti”.
Una pagina di Fpa2000 “Character skills”….
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1517-2107: cade Gerusalemme nelle mani del Sultano Salim I e cinque anni dopo i cavalieri gerosolimitani perdono l’isola di Rodi

“la mia mostra non ti convnce?”
La battuta inusuale di Danila Dal Pos nella sua conferenza stampa, rimane purtroppo scolpita (come clip) su youtube. Ai posteri l’ardua sentenza. Pubblicato l’8 aprile da Renato De Paoli, presente in sala con il suo smart, ha avuto solo 17 visualizzazioni.
Cerchiamo di dare qualche notizia e di stimolare un confronto.

2010: quinto centenario della morte di Giorgione. Una mostra planetaria mai vista a Castelfranco Veneto con opere vere firmate o attribuite a Giorgio da Castelfranco (1478-1510), fra cui “La Tempesta”, tanto studiata e acclamata come l’icona del Cinquecento, il simbolo della storia dell’arte come “Monnalisa” o “Gioconda” di Leonardo Da Vinci. Una società di comunicazione ed esperta di grandi mostre antologiche, la Villaggio Globale International, che trasforma Castelfranco come punto focale del grande Maestro venerato e copiato. Una Regione del Veneto, quando i problemi ancora non erano affiorati per lo scandalo Mose e dei “derivati”, che ci mette 300mila euro, tanti quanti ne aveva messi per il Tiziano a Belluno, il Canova a Bassano del Grappa, il futuro Veronese a “Verona, Venezia, Padova e Castelfranco” (qui la formula è “più sedi ed i soldi arriveranno”). Sembra che Castelfranco abbia contribuito con duecentomila euro. Il Mibac e il Presidente della Repubblica con il patrocinio epistolare.
Ottanta quadri (Bellini, Catena, Bordon,…) che si possono ammirare nelle varie stanze del Museo Casa Giorgione, tra autentici ed altri “recuperati” ma molto discussi dalla critica. Un catalogo Skira grosso come un volume Treccani, sponsorizzazioni di tutti i tipi, dall’adozione di un’opera d’arte da un’impresa alle varie pubblicità in opuscoli e ai banner e totem (immagini della Pala con la Madonna in trono accanto a mutandine, baccalà e prosecchi di un supermercato). Tour operator di mezz’Italia che saranno via via assorbiti da una forte domanda interprovinciale e locale che non riuscivano ad avere il posto per “vedersela”. Un malcontento diffuso per l’ambiente stretto e non sufficiente per accogliere tanta gente alla volta. “Alla fine vedevi solo teste ed un pezzo di quadro”. Dati alla mano: 125mila visitatori in quel buco di Museo al quale è stata tolta la visuale del Fregio delle Arti Liberali e Meccaniche, dichiarato di essere del giovane Giorgio, quando abitò a Castelfranco. La mostra era la quintessenza dell’artista e della sua epoca. Un riscatto morale, politico e culturale rispetto al Quinto Centenario della nascita (1478-1978) di Giorgio da Castelfranco che la città dovette accontentarsi di fotografie e non di quadri, oltre ad una Pala rubata e recuperata. Mistero per il riscatto e i ladri, forse mafiosi in domicilio coatto? L’ex sindaco Brunello non ha mai voluto svelare i retroscena della trattativa.
Dal 2010 Castelfranco è rinata con un aumento sproporzionato di immobili rispetto al numero di nuovi residenti. La lista Civica Vivere perde clamorosamente il sindaco e la Lega Nord riconquista il potere. Dussin blocca tutto e del Giorgione rimarranno gli opuscoli tradotti (all’italiana) e qualche debito da saldare. L’assessore Saran si lancia nei suoi assolo in Teatro, affossando progetti e simposi attorno al Giorgione.

2017: quinto centenario della caduta di Gerusalemme e del suo teritorio, posseduti dagli Egiziani fino al 1517, anno in cui arrivarono le milizie del sultano turco di Costantinopoli Salim I e 505 anni dopo la riconquista turca dell’isola di Rodi,
da cui furono cacciati i “giovanniti” o Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme (“Rodiani”, non “Prodiani”, futuro Ordine di Malta). Ecco che – ci par di capire dalla risposta della curatrice “Non sei convinto?”, alla domanda del giornalista “Quale differenza tra la mostra del 2010 e quella di oggi?”, le Trame di Giorgione, pur partendo dalla Pala di Giorgione commissionata dal siculo-cipriota Tutio Costanzo (1450-1515), nulla dirà di tutte queste vicende (vere trame di Stato) e della stipendiosa campagna militare della Serenissima per mantenersi l’Isola di Cipro, ultimo baluardo ad un tiro di cannonata dalle coste mediorientali, conveniente attracco per navi e soldati, mercanti e studiosi, pellegrini e maestranze. Nello stesso periodo in cui i Veneziani, che “Veneti” non lo sono mai stati, concentravano immense risorse per militarizzare Cipro ed altre isole, trascurando la Terraferma.
Castelfranco non è Bassano del Grappa, Conegliano o Cittadella, vocate da tempo verso proposte turistiche. La politica vuole far credere che “qui” c’è il dna del turismo culturale, che bisogna coltivarlo, aiutarlo a crescere. Il turismo per ora è quello dello spritz. C’è chi offre musica e Dj gratis. Questa è la politica del 2.0, dei Millennials e dei “Z”. Si entra gratis, poi si pagherà una o due consumazioni. Potrebbe essere così anche per Casa Giorgione?
“La pochezza di spazi chiusi – fanno notare i giovani – per incontri, proiezioni e mostre o la tristezza con cui si presentano le viuzze del castello (1/2 asfaltate e 1/2 con porfido e ciottolato), sprovviste di decoro con tanti ruderi e balconi chiusi fa venire il mal di pancia. Ma quale turismo immaginate di portare?”
Le Trame di Giorgione potrebbe finalmente spronare “la classe al potere” di rivedere Casa Giorgione che si trasformi in un luogo di cultura rinascimentale, “buttando via arredo e filmati analogici”. Basta, siamo nel XXI secolo, del 2.0, con le generazioni “Millennials” e “Z” che chiedono una rivoluzione mediatica e culturale in grande stile. Sarebbe sufficiente che i politici nostrani frequentassero di più le Biennali veneziane, assieme ai loro addetti illuminati. Avrebbero l’opportunità di capire come si fanno oggi grandi mostre in piccoli spazi. L’era del quadretto appeso ormai è passata. Ma il Zorzo o Giorgio, quindicenne figlio naturale di Altadonna da Albaredo (c’è la stazione), sarà stato veramente il futuro Giorgione della Pala, della Tempesta, dei Tre Filosofi, della Laura e della Nuda di Dresda? Il Gasparin Barbarella è il pappino di Giorgione? Fuori gli atti!

(Reportage fotografico di Claudio Malvestio)

Il patriarca Moraglia indignato per i gravi fatti di cronaca padovana

tomba-di-san-marcoContro i “preti dello scandalo” per i loro comportamenti “non umani”, il Patriarca di Venezia ha chiesto che la verità venga appurata. Tutta. Per capire come sia potuto succedere una cosa del genere. E’ incredulo ma non lascia nulla al caso, da quanto si è potuto capire.
Ieri, i giornalisti cattolici si sono riuniti come ogni anno per ricordare il loro patrono San Francesco di Sales. Un santo dottore, laureatosi a Padova, che si dedicò alla cura delle anime nella città di Calvino, conoscendo non pochi ostacoli. Un sacerdote che la chiesa vuole ricordare come colui che promosse una nuova forma di “propaganda”, distribuendo foglietti o attaccandoli sulla porta della chiesa ginevrina. Dovette però andarsene da quella città, ormai staccatasi da tempo dalla Chiesa di Roma. Gli anticorpi dei ginevrini superavano ormai la soglia di un possibile ritorno al cattolicesimo. Forse gli Italiani non sanno che i Savoia tentarono di conquistare la città lemana ma non ci riuscirono. E molti non sanno che il vescovo dovette fuggire e riparò a Losanna.
La messa nella cripta della Chiesa di San Marco ha un certo fascino, per la sua lunghissima storia e favola che il corpo di san Marco sarebbe stato murato sotto una colonna così da salvarlo dalla violenza e dal terrore… lo ricorda una magnifica croce dei vetrai di Murano. La messa è stata officiata da padre Federico Lombardi, giornalista e sacerdote gesuita, già direttore della Sala stampa vaticana. Quindi, si è passati a Sant’Apollonia per un incontro pubblico con il Patriarca Francesco Moraglia, presidente della Conferenza episcopale del Triveneto.
padre-lombardiL’argomento dell’incontro doveva essere imperniato sull’esperienza trascorsa per lungo tempo da padre Lombardi che ha potuto conoscere ben tre papi, da Giovanni Paolo II a papa Ratzinger e all’attuale papa Francesco “che parla al mondo con spontaneità e franchezza” e che non ha bisogno di prepararsi alle domande dei giornalisti. Ma l’argomento del giorno non poteva mancare: lo “scandalo a luci rosse” che ha coinvolto alcuni sacerdoti della diocesi di Padova.
“La Chiesa del Nordest è la nostra Chiesa. Siamo implicati: non sono i vicini della porta accanto con cui non abbiamo nulla da fare”. Il Patriarca evidenziando due livelli ha detto: “c’è una sensazione che mi intercetta come credente che è di angoscia, di disappunto, in certi momenti direi anche di rabbia. Dall’altra parte c’è l’atteggiamento del vescovo che, bene o male, si sente responsabile”.
“Quindi un vescovo di fronte a queste situazioni deve fare una vera operazione di chiarezza, di verità, andare a vedere perché si è arrivati a questo punto. Ci può essere la caduta del singolo che addolora e ferisce. Per senso di giustizia siamo ancora in una fase di accertamento dei fatti e quindi non possiamo condannare nessuno, però vediamo un profilo che sta avanzando e che ci inquieta e ci preoccupa. Allora un conto è una scivolata di un singolo, un conto è qualcosa di più organizzato: un’isola – speriamo sia una sola – in cui c’è qualcosa che non funziona”.
moraglia-e-nardiHa poi sottolineato “qui non c’è da invocare il celibato come causa di questi comportamenti perché questi comportamenti, se sono veri, come immagino che ci sia un fondo di verità, ma attendiamo che le cose si completino, sono atteggiamenti non solo non cristiani ma non umani. Quindi c’è da chiedersi come queste persone abbiano potuto maturare nel tempo stili, comportamenti che, se corrispondono a quello che noi leggiamo sui giornali, sono inquietanti. Sono realmente inquietanti”.
Ma per il patriarca, il problema forse sarebbe per una lunga riflessione sul discernimento vocazionale, i seminari, la formazione reale, spirituale, antropologica dei preti che devono essere persone equilibrate, psicologicamente mature.
“Chi bussa alle porte dei nostri seminari? Il seminario deve essere un periodo di verifica, non di buonismo, un periodo in cui si mettono in evidenza le caratteristiche di una persona che può essere anche un’ottima persona ma non adatta a fare il prete. Molte volte chi crede di essere adatto, forse, è proprio colui che invece dovrebbe essere aiutato a prendere contatto con la realtà”.
claudio-e-moragliaEd ha sottolineato: “la responsabilità nel formare i preti è forte, sono uomini di Dio, sono tali se pregano. Sacerdoti si diventa non prima dei 24, 25 anni dopo anni di preparazione. Si impegnano con Dio, con sé, con la comunità ad alcune linee fondamentali”. Ma ha aggiunto: “Questa situazione – parlo di Padova ma potrei parlare, Dio non voglia della mia diocesi o di altre moraglia-e-schiaffino-con-alliata-di-monrealesituazioni nel mondo – deve essere oggetto di una verifica, di rimettere al centro l’essenziale. Il prete è la sintesi di mille scelte, di una vera sobrietà. Non possiamo solo predicare la povertà in chiesa magari la povertà della Chiesa e poi le nostre canoniche sono porti franchi rispetto alla povertà, per esempio le nostre macchine. C’è uno stile vero da recuperare, c’è un rapporto con Dio senza il quale il prete diventa un assistente sociale, un uomo di cultura”.

Ed ha concluso: “non dobbiamo nascondere questi eventi. Il Signore ci chiede un atto di umiltà e un’operazione di verità; le nostre Chiese ne hanno bisogno”.

Castelfranco Veneto: La nave di Teseo ha approdato al Liceo Giorgione

ph A Boaretto (16)Al Liceo Giorgione di Castelfranco Veneto, Elisabetta Sgarbi e il suo compagno timoniere Eugenio Lio sono approdati il cinque dicembre, in una giornata abbastanza soleggiata. Venivano da Ro Ferrarese.
Li aspettavano una marea di studenti e docenti, bramosi di ascoltarli della nuova avventura editoriale intrapresa, anche se lo scopo era da tempo programmato per vedere con lei una sintesi della Trilogia del Delta del Po (docu-film). Siccome ci fu la nota scissione dalla Bompiani-Rcs a causa dell’acquisto societario di Rcs-Rizzoli Libri da parte della Mondadori Spa (ndr. Marina Berlusconi), l’occasione di sentire la fonte diretta dei retroscena fu molto gradita.  ph A Boaretto (34)“E’ la prima volta che entro in un liceo per confrontarmi” – esordì Elisabetta, con un pizzico di emozione e forse un atteggiamento che sembrava volesse quasi, quasi andarsene. Ci furono ben sette interventi prima di darle la parola, tanto era il sentimento comune di averla “tra noi”. Accolta come una star per via della campagna pubblicitaria messa in atto dal team di FPA2000 (è mancato all’appello Daniele Pauletto che, senza ragione, non ha mantenuto la promessa dell’intervista volante con lo smartphone e con l’azione dei droni), il clima sembrava quello di una assemblea studentesca che da lì a poco avrebbe occupato la scuola. File di ragazzi in piedi a vederla, anche per una sola ora.
Una grande giornata che rimarrà nella storia di questo Liceo che esiste come classi ginnasiali dai primi anni dell’800 sotto gli Austriaci, quando non esistevano le Medie ma dopo le elementari i più bravi potevano continuare con “le classi ginnasiali” per poi trasferirsi a Treviso (in Seminario), a Venezia (Collegio navale) o a Padova (Barbarigo).
La novità assoluta di iniziare da Castelfranco, patria di Giorgione, porterà fortuna alla nave di Teseo, ne siamo convinti, dato che dagli studi ginnasiali uscì un giovane che divenne Papa Pio X nel 1903. 
ph A Boaretto (4)Una casa editrice non si fonda contro qualcuno. Se non altro perché le energie da investire sono tali, che ogni dispersione è bandita.
La nave di Teseo non sarà la Bompiani, perché una Bompiani c’è già.
La nave di Teseo non sarà una Bompiani 2. Perché non sarà seconda e perché sarà unica.
La nave di Teseo non è una cooperativa di autori. La loro presenza nella costruzione del capitale è solo (ed è moltissimo) il segno tangibile che le case editrici vivono degli e per gli autori.
La nave di Teseo non è una casa editrice di sinistra e di destra. E’ una casa editrice.
ph A Boaretto (98)La nave di Teseo non è la casa editrice di Umberto Eco e “della Sgarbi”. Essa è amministrata da un consiglio di amministrazione in cui siedono, tra gli altri, illustri rappresentanti dell’imprenditoria e della società civile, rappresentanti degli autori e degli editori. Che guarderanno alla bontà delle proposte e alla salute economica della casa editrice.
La nave di Teseo non è guidata da un consiglio di amministrazione. E’ guidata da un Publisher.
La nave di Teseo non è primariamente una azienda. O meglio, lo è, ma continuerà a chiamarsi e a pensarsi come casa editrice. E a definirsi tale.
ph A Boaretto (8)La nave di Teseo non avrà preclusioni di generi letterari, né di forme letterarie.
La nave di Teseo non è una casa editrice radical chic. Saprà essere radical, però.
La nave di Teseo non si occuperà solo di libri. Parteciperà, idealmente, a “La Milenesiana Letteratura Musica Cinema Scienza Arte Filosofia Teatro”.
La nave di Teseo non è una follia. La follia è di pochi, i soggetti coinvolti in questa impresa sono molti e tutti, sinora, hanno dato segno di grande lucidità. Alcuni di essi, come Messaggerie e Feltrinelli, che offrono i servizi di distribuzione e promozione, includono centinaia di persone, tutte in pieno possesso delle loro facoltà mentali. ph A Boaretto (98)La nave di Teseo, benché ancora tale mi sembri, non è un sogno: è una realtà concreta, che inizierà le sue pubblicazioni nel mese di aprile 2016. E ho un po’ di nostalgia, già della Bompiani. Ma in fondo la nostalgia c’era già prima. Quindi la addebito al mio carattere.

Editore
La nave di teseo
@lanavediteseoed
Elisabetta.Sagrbi@lanavediteseo.eu

DRONIFESTIVAL, rassegna cinematografica di corti e cortissimi a Castelfranco V.to

DSCN7476Sabato scorso (12 settembre 2015), presso lo Spazio della Regione del Veneto – Hotel Excelsior-Lido di Venezia, alla 72.Mostra internazionale d’arte cinematografica, è stato pubblicizzato in un preview stampa la nascita del primo “DroniFestival” di cortometraggi che si svolgerà nella Primavera 2016, con il patrocinio del Comune di Castelfranco Veneto (TV).
DroniFestival è una rassegna di “cortometraggi da 2 a 10 minuti” realizzati dentro e fuori la Scuola (laboratorio didattico-formativo) o per motu proprio. L’evento si svolgerà nell’arco di dieci giorni della prossima Primavera 2016. La partecipazione è libera, pur seguendo i dettami del regolamento che limita la durata e i contenuti, quali l’ironico, il sociale, l’artistico e lo storico. Per ‘storico’ s’intende una storia o memoria dimenticata, tratta da ricordi personali o materiali d’archivio. Verrà inoltre dato spazio alla filmografia della Grande Guerra, portando nelle Scuole con l’accordo del corpo docente proiezioni, incontri e dibattiti con esperti e storici.
Il format potrà essere usato anche da altri Comuni in partenariato e disponibili a creare una Rete. DroniFestival prende il nome dal successo riscontrato in questi mesi da FPA2000 (agenzia stampa e cultura) che ha usufruito delle registrazioni aeree mediante minidroni, assemblati dall’IPSIA Galilei di Castelfranco, per fare del ‘giornalismo tascabile’.
Il festival ha come scopo la promozione audiovisiva di singoli autori o di gruppo, lo sviluppo di accordi di partenariato per scambi culturali europei e soprattutto offrire una piattaforma di confronto con la Scuola.
La Scuola è il primo interlocutore del DroniFestival, intesa come laboratorio di affinamento, cioè “un’alchemia di diverse componenti materiali e immateriali” da cui si plasmano le menti.

Bianco e NeroCARATTERISTICHE
– Grafico Claudio Malvestio
Droni+Festival, neologismo che riporta alle origini dei primi droni usati da FPA2000 per filmare il trasloco della Bellona Minerva di Paolo Veronese dal Museo al Liceo, e via via usati nelle interviste aeree. Il marchio è caricato di una pellicola e una mano che sparge polvere di stelle. Il sottotitolo delinea il camp d’azione: cortometraggi.
– Target: Scuola, Società, video singoli e di gruppo
– Contenuto: Ironico, Sociale, Artistico e Storico
– Durata: max 2 minuti (cortissimo); max 10 minuti (corto)
– Tecnica: Digitale, sonoro o muto, figurativo, cartoons
– Periodo: Primavera 2016, 10 GG con due domeniche / Inizio maggio
– Deadline: 1° step 21/03/2016 ; 2° step 21/04/2016 (Valutazione dei dossier e candidature)
– Dvd su richiesta
– Pubblicazione di tutti i lavori sui siti FPA2000 e “DroniFestival”
– I selezionati saranno raccolti in un Dvd da presentare alla Mostra del Cinema
image.8PROGRAMMA CULTURALE
– Proiezione video in diverse sedi pubbliche
– Rassegna di filmati della Grande Guerra (prestiti da Videoteche Gorizia, Torino, Fondazione Cini, Istresco)
Info: edizioniaida@gmail.com

Nella foto: Federico C. pilota un minidrone durante la lezione in Classe al Liceo Giorgone del 16 febbraio 2015.

“Droni by Art” e “Johnny Depp” i due argomenti del servizio Rai3 di venerdì

CIMG0048Il servizio curato dal giornalista Curzio Pettenò di Rai-3 che dà le notizie salienti della giornata (uno o due film e qualche flash) fa capire che c’è la star Johnny Depp come apertura e un altro momento “speciale” che si è svolto nella mattinata del giorno prima. E’ tutto dalla voce di Pettenò. Seguono le solite tappe: foto autografo con il pubblico giovanile stipato alle transenne (“venti minuti di autografi, le ragazze in delirio per Depp” – annota Pettenò. “L’attesa è spasmodica. In almeno quattro punti diversi del Lido si ritrovano gruppi di almeno duecento adolescenti con smartphone in una mano e Angelo e Luciano_jpgblock notes lillipuziano nell’altra” – scrive Davide Turrini de il Fatto Quotidiano), una o due piroette per la calca di fotografi e un altro mezzo minuto in conferenza stampa con una bottiglietta di birra (con etichetta verde come la sua giacca!), e subito dopo il servizio di Ivana Godnik sui Droni by Art allo Spazio della Regione del Veneto dell’Hotel Excelsior del Lido di Venezia.
Il vip del momento era Giovanni o Giò come a casa e in classe lo chiamano, dimostrandolo molto attento nella lettura del suo Dinosauri’s book, un po’ ansioso di poter rivedere il fratello che non arrivava mai…da Londra dove andò per imparare l’inglese.
Con Giacomo ha condiviso “La semplice intervista“, un video virale di 5,32 minuti, che nel giro di pochi mesi ha raggiunto 128mila/176mil follower (a seconda delle fonti). Giacomo l’aveva fatto “per i familiari e qualche amico”, invece ha preso la piega della notorietà estrema, quasi da chiedersi come mai alla gente piace tanto. La scena però che avrà convinto la regia della Rai di Palazzo Labia a mandare in onda il pezzo al TG delle 19,30 e mezzanotte è indubbiamente la corsa di Giovanni come un razzo volante che è saltato sulle braccia di Giacomo. Un’istantanea che rimarrà nella Federico con studentesse del liceo il vicesindaco Giovine e Daniele Pauletto.jpgstoria del cinema di Venezia, il primo attore con sindrome trisomia 21 che interpreta da solo un argomento tanto attuale – “alla ricerca di un posto di lavoro” (il tema è azzeccato!). La storia, nonostante l’innata dote artistica del piccolo e l’estrosità di Giacomo, condensa un po’ tutti i filoni: il sociale, il politico-giuridico (anche di diritto internazionale)e naturalmente l’ironico.
Droni by Art ha raccolto in un dvd, sotto forma di Journalisme de poche/Giornalismo tascabile “La semplice intervista” di Giacomo Mazzariol, il docu-film “Dove comincia il giorno” di Luciano Zaccaria con 42 convittori dell’Alberghiero Maffioli e una selezione di 52 interviste effettuate alla Biennale Arte e in altre occasioni da Daniele Pauletto e Angelo Miatello con la collaborazione di Rosanna Bortolon, Claudio Malvestio, Nazzareno Bolzon, Gianantonio Schiaffino e alcuni “selezionatissimi” studenti dell’IPSIA, come il bravissimo pilota-timoniere Federico Calzavara.
johnny-depp-venezia2015-1030x615Il primato di aver portato i droni dentro i musei è solo di questo team castellano, sebbene oggi si possano trovare su Youtube altrettanti video, solo come registrazione non come cronaca. Secondo aspetto: il progetto Droni by Art si articola in vari momenti dentro e fuori la Scuola. Quelli che si vedono in giro sono “azioni private” o “militari, di ricognizione”.
L’evento Droni by Art è stato diffuso dai canali interni alla 72.Mostra del Cinema (casellario elettronico, registrazioni videocam), da stampa on line (Schiaffino) e quella cartacea (Bellinelli, Nordio, Maragrazia Pellizzari). In precedenza un altro servizio era stato messo in onda da AntennaTre.
Una ciliegina sulla torta era prevista: la consegna di un attestato di merito alla Regione del Veneto “per aver prestato il 16 febbraio l’opera Minerva tra Geometria e Aritmetica di Paolo Caliari detto il Veronese, Giambattista Zelotti e Anselmo Canera, al Liceo Statale Giorgione, nell’ambito L’opera in classe”. Il Liceo Giorgione è la prima scuola d’Italia che abbia attuato il progetto del Ministro Abbraccio storicoFranceschini lanciato nel maggio 2014, senza però far ricadere oneri allo Stato!
La registrazione dello storico evento culturale del 16 febbraio – trasloco e lezioni in cattedra – con i droni pilotati dagli studenti dell’IPSIA Galilei è nel Dvd. Una pietra miliare.
Concludendo, i veri protagonisti sono stati i ragazzi (Maffioli, Giorgione, Ipsia), compreso Giovanni, che hanno rubato la scena virtuale a Johnny Depp.
Come nel 1932, quando nacque all’Hotel Excelsior la Prima Esposizione internazionale d’arte cinematografica con tanti giovani, anche oggi c’è stata una première con dei formidabili attori e registi per una volta. Qualcosa comunque è cambiato, se il digitale ha rotto gli schemi.