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Aspettando dopo 200 anni….la scultura del Presidente Washington di Canova

Aspettando dopo 200 anni….la scultura del Presidente Washington di Canova, direttamente da New York, dopo il successo al museo Frick Collection, approda a Possagno la mostra su Canova e George Washington.
L’iniziativa organizzata congiuntamente per celebrare i 200 anni dalla produzione da parte di Antonio Canova del modello per il monumento al primo Presidente americano, sarà ospitata negli spazi della Gypsotheca e Museo Antonio Canova, rendendo così onore al grande scultore italiano, primo ambasciatore per l’arte italiana in America. A lui fu affidato infatti, il compito di scolpire il monumento destinato al Parlamento di Raleigh, nel North Carolina.
Pubblichiamo questa parte di storia tratta dalla bacheca del prof. Cunial “NASCERE A POSSAGNO NON FU UN GRAN AFFARE PER CANOVA”
Antonio Canova è nato a Possagno (Treviso), nel colmello dei Socal, il primo novembre 1757: si nasceva in casa allora e sua madre, la Anzoleta della famiglia Zardo di Crespano soprannominata Fantolìn, avrà altri due figli dopo di lui, entrambi battezzati col nome di Michele Arcangelo, entrambi morti poco dopo dal parto.
Il timore, reale, fu per molti anni che anche il primo figlio potesse morire in giovane età: gracilino era sempre stato fin dalla nascita ma il destino ha voluto che almeno lui sopravvivesse in quella terribile stagione in cui la morte si portava via più d’un terzo dei nati vivi.
La famiglia di Canova da generazioni cavava pietre, le segava, le scalpellava, le bocciardava, le vendeva, le metteva in opera: aveva cava di pietra biancone, aveva anche un casone per la prima lavorazione dei corsi cavati in località Giardini, poco lontano da dove oggi si erge il Tempio.
Il padre di Antonio Canova, Pietro, era nato anche lui a Possagno (nel 1735): anche lui era “lavoratore in pietra e architetto”.
Con suo padre Pasino, Pietro si era portato nella cava di Possagno fin da piccolo, quando avrà avuto sette, otto anni. Si doveva far presto a crescere, allora, perché a chi restava piccolo, a chi restava indietro succedeva che il “martorello gli mangiava il durello” (la morte gli riduceva l’esistenza)
Da subito, Pietro aveva imparato a usare in cava il lievarino e la mazzetta, il piccone e la bocciarda. Aveva imparato a caricare sulle scàriole le pietre estratte dalla montagna, a trascinarle al casone per la prima politura, la livellatura, la levigatura, la scontornatura, la bocciardatura e poi a caricarle sul carro per trasportarle direttamente nei cantieri locali.
All’incirca a dieci anni, Pietro era stato instradato da Pasino fino a Crespano, al di là del profondo canalone del torrente Lastego (non c’era ancora il ponte a collegarne stabilmente le sponde), così che entrasse nella grande fabbrica del nuovo duomo, progettato dal Massari, che proprio a metà del Settecento veniva innalzato grandioso e solenne.
Molte maestranze di lavoratori e artigiani di tutta la Pedemontana del Grappa erano state chiamate nel grande cantiere di Crespano a prestare la loro opera: i Canova e i Marcadella per le pietre, i Fantolini per il legname, i Fornasieri per i laterizi, gli Andreatta per i chiodi e i ferri…
Era stato proprio a Crespano che Pietro aveva conosciuto Angela Zardo che portava il rancio a suo padre Giovanni Zardo, abilissimo falegname della famiglia dei Fantolini, anche lui come molti altri su per i ponteggi del duomo: i due ragazzi si salutavano, discorrevano, si conoscevano, si “incontrarono col fiato” e alla fine capirono che si sarebbero sposati.
Le nozze si celebrarono nella vecchia chiesa di san Pancrazio di Crespano, il 23 novembre 1756: Pietro aveva poco più di 21 anni, Anzoletta 19.
Cinque anni dopo, ai primi di agosto 1761, Pietro Canova, moriva all’età di ventisei anni: non è chiaro cosa lo abbia condotto alla tomba, ma si è sempre detto a Possagno che il male ai visceri se l’era portato via; lo stesso male probabilmente che colpirà Antonio Canova già da ragazzo e che lo farà soffrire in modo bestiale fino alla morte.
Al momento della morte, Pietro lasciava nella casa di Possagno una vedova giovanissima (24), il figlioletto Antonio di quattro anni; il burbero Pasino di 47 anni (un bravo tagliapietre e uno scultore discreto, ma bisbetico quanto basta, capace di picchiare il nipote se non si impegnava a dovere nella cava e anche di allungare le mani sulla Anzoletta che, alla prima occasione, se ne tornò a Crespano per risposarsi con il crespanese Francesco Sartori…).
La tradizione popolare, soprattutto quella ottocentesca, non è mai stata tenera con la madre di Canova: le hanno riversato addosso le peggiori accuse, come quella di non essere stata capace di fare neanche un figlio perfettamente sano (poi, però, dal secondo matrimonio ne ebbe quattro di figli, tutti belli e sani…
Ma l’hanno accusata anche di peggio: di aver abbandonato suo figlio di neanche cinque anni, a Possagno, lasciandolo alle grinfie del nonno Pasino: ma secondo il modello familiare del Settecento toccava alla famiglia paterna allevare i discendenti maschi, per cui quando Angela Zardo tornò a Crespano per risposarsi, nessuno ebbe niente da dire che il piccolo Antonio Canova rimanesse a Possagno col nonno.
Perché così si faceva, allora.
Pasino Canova si portava in cava e nei cantieri il piccolo Tonìn, gli diede i primi rudimenti della scultura, scolpì assieme al nipote i due Angeli in pietra per l’altare della chiesa parrocchiale di Monfumo, costruì con lui gli altari maggiori della chiesa di Thiene e di quella di Galliera Veneta, quelli delle chiesette asolane di S. Vito e di Sant’Angelo e persino l’altare del nuovo duomo di Crespano.
Pasino, è vero, è stato un cattivo amministratore delle sue risorse a (si era intestardito, perché testardo lo era, a investire gli utili della cava nella produzione di panni di lana: fu un fallimento). E’ stato un uomo stravagante e irascibile, il che talvolta procurava qualche mortificazione all’animo molto sensibile del piccolo Canova.
Ebbe però, pronta ed acuta, l’intuizione delle eccellenti disposizioni del nipote in fatto di lavorar la pietra: se lo portava con sé nei lavori della villa del senatore veneziano Giovanni Falier, ai Pradazzi di Asolo.
Fu così che Pasino, con l’autorevole appoggio del Falier, fece accogliere il ragazzo dallo scultore Giuseppe Bernardi nel suo studio nella vicina borgata di Pagnano.
E fu così che il novenne Canova si trovò operaio nella bottega del Bernardi a scolpire il marmo: non c’è dubbio che la prima esperienza lavorativa di Canova, caratterizzata dalla tradizione veneta degli artigiani della pietra e anche dalla particolare natura dei luoghi, tra le colline e le Prealpi venete, abbia lasciato in lui un’impronta indelebile, quella suggestione del bello naturale che non lo abbandonerà più per tutta la vita.

Se a un tricolore si fa la festa

Adesso vi racconto cosa m’è successo qualche gionro fa, ma prima mi dovete promettere che non divulgate la notizia a giornalisti, blogger e compagnia cantante.
Perché è una cosa che si può raccontare solo agli amici-amici, di quelli che ci tengono alla Bandiera, al Tricolore intendo, il più nobile simbolo della nostra Patria…
Lo scorso primo giugno, mi dicono, la nazionale italiana di Calcio ha perso (1-3) un’amichevole con la Francia.
Intuisco che qualche sfegatato tifoso della nuova era Mancini sia rimasto deluso del risultato e che, alla fine della partita, anziché lanciarsi in caroselli vocianti per le vie del paesello se la sia presa con la bandiera che aveva con sé, ci abbia scritto con un pennarello qualche parolaccia irriferibile (perché solo quelle i cretini conoscono) e io l’abbia trovata sulla mia strada…
C’è che quando io l’ho trovata, questa benedetta bandiera (la stessa che sventolava De Osti Antonio prima di morire per la patria sul Monte Sorio, nel 1848; la stessa che mio prozio Giobatta ha portato con sè dalla Tripolitania, nel 1912; la stessa che aveva baciato Gildo Metti a Pederobba prima di essere appeso al palo della luce, durante il Rastrellamento del Grappa, nel settembre 1944….), tornavo dallo spettacolo al Duse di Asolo, in cui i ragazzi della scuola hanno eseguito in coro l’inno d’Italia e la Bandiera dei Tre Colori, come degna cornice alla consegna della Costituzione ai neo diciottenni…
Era per di più la vigilia della festa della Repubblica, la festa della Patria, della Bandiera, la stessa che è scesa dal cielo di Roma, davanti al Capo dello Stato, nella parata dei Fori imperiali….
… Non ce l’ho fatta a lasciarla lì, per terra: prima di portarla ai Carabinieri, l’ho voluta tenere per qualche minuto con me, non mi sono vergognato a stringerla, a sentirmela mia… perché, credo, che in questa bislacca società italiana, abbiamo smarrito il senso di quasi tutto… Per questo non possiamo permetterci di perdere anche il senso del tricolore, quello per il quale hanno versato in molti il loro sangue, quello che ha dato il senso alle nostre coscienze politiche, che ha unito l’Italia più di mille battaglie, che ha dato fiducia in mille momenti di lacerato tessuto nazionale (penso alle bandiere nell’assassinio di Moro, alle bandiere della nostra protezione civile tra i terremotati del Friuli, penso alle bandiere dei nostri eroi di Nassiriya…)…
Adesso che ve l’ho raccontato, per favore, tenetevelo per voi, ché poi fanno spesso rumore per nulla queste giulive cretinate…
E’ meglio che faccia rumore una bandiera sventolata in ricordo dei Caduti di tutte le nazioni che vennero coinvolte cento anni fa nella Grande Guerra, sulle balze di questo straordinario massiccio del Grappa che abbraccia questa mia bellissima terra tra la Piava e la Brenta…

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nella foto 2, il paracadutista Giuseppe Tresoldi che ha portato 400 metri di bandiera dal cielo a via dei Fori Imperiali, davanti al Capo dello Stato, lo scorso 2 giugno 2018

Dal diario del prof. Giancarlo Cunial: un’empatia fortissima, una grande intesa, una forte sintesi emotiva tra me e loro

NONOSTANTE TUTTO, CONTINUERO’ A FARE SCUOLA

Non sono nato imparato, né ho mai amato fare scuola: lo so che in molti non mi credono, ma è così. Avevo in mente di fare Matematica. Poi, quel giorno che ero in partenza per Padova, ho perso la corriera. Due settimane dopo mi sono iscritto a Filosofia. E con una laurea così, ben poco altro puoi fare se non l’insegnante.
Nel mio banco di prima elementare avevo ancora il calamaio dove intingevo il pennino del canotto per poter scrivere sul quaderno.
La penna è arrivata subito dopo, prima quella stilografica, poi la biro.
Oggi il quaderno è elettronico e gli appunti in drive hanno sostanzialmente trasformato gli strumenti quotidiani degli studenti.
La tavola nera con i gessi la uso praticamente solo io, in classe: i colleghi, anche poco più giovani, sanno smanettare con proiettori e LIM e i ragazzi ormai si preparano a fare le prove Invalsi su supporto telematico.
Se ne sono andati in soffitta il pallottoliere (sostituito dalla calcolatrice) e le carte geografiche (sono arrivate le mappe interattive). I voti si immettono nel registro elettroniico e il passaggio del libro dal cartaceo al ebook non sta tanto a compiersi.
La classe si è capovolta, il tempo si è prolungato, la lezione si è fatta interattiva da frontale che era. E neanche a pensarci di “bruciare”: se uno studente bigia scuola, i genitori lo sanno dopo pochi minuti.
Ma non sono mutati solo gli strumenti, è cambiato tutto il mondo di allora, da quando ci andavo io a scuola: la mia seconda lingua era il dialetto, oggi l’inglese; l’apprendimento era prevalentemente mnemonico, adesso è soprattutto critico; ricevevo voto in bella scrittura, mentre ora si sta trascurando il corsivo; si facevano i riassunti, adesso le mappe concettuali e i visual data…
L’insegnante è diventato un accompagnatore, la didattica si fa tra pari in modalità cooperative learning, il rapporto con genitore1 e con genitore2 sempre più complesso e talora conflittuale, i social che entrano nell’insegnamento, i test che si fanno on line, le piattaforme digitali per l’elearning, la formazione permanente, il clil, le gite che si chiamano uscite didattiche, TFR, la commissione H, l’USR, CFP e via cantando…
Non parliamo poi di verbali, schede, unità di apprendimento, piani didattici personalizzati, didattica modulare,apprendimento per abilità e competenze, consigli di classe, crediti, disturbi specifici dell’apprendimento, demotivazione, bisogni educativi speciali, carte, fotocopie, concorsi, precari, parole, recuperi, debiti…
Per tutto questo mondo, mi sono pentito mille volte di aver scelto di fare l’insegnante.
Ma c’è un momento in cui, invece, mi sento una persona privilegiata a fare l’insegnate: è quando suona la campanella, alle 7.55, entro in classe, chiudo la porta, saluto le ragazze e i ragazzi, e cominciamo la lezione.
Ecco, in quel momento, magico, incredibile momento, avverto, sento, da sempre, qualcosa di speciale: un’empatia fortissima, una grande intesa, una forte sintesi emotiva tra me e loro.
L’adrenalina è a cento, i neuroni si scaldano, l’intelligenza emotiva trova una sintesi salutare con la cultura, le figure retoriche diventano poesia, la filosofia si fa canto sapienziale, il fermento del desiderio diventa calore umano in progressione, le anime libere si connettono l’una all’altra, le analisi psicoanalitiche del pedagogismo clinico si dipanano in una pasta morbida e fragrante che assapora arte e biologia e letteratura allo stesso modo che alle Coe da piccolo assaporavo il pane appena cotto a legna…
Persino il quadrato costruito sull’ipotenusa si mette a ballare con la tangente e si compie il divino miracolo della creazione di nuove vite, di nuovi mondi, di nuove intese…
Quando penso che affido il mio sapere, il mio cuore, le mie sintesi alle mani, alle menti e ai cuori di quelle giovani esistenze perché trepidi le possano a loro volta consegnare alle generazioni che verranno dopo di loro, mi capita, anche, di commuovermi.
Succede, mi dicono, soprattutto da vecchi.
Ecco cos’è la scuola: è quella scintilla di provvida e salutare umanità, di avvertirsi proprietario di una fuoriserie che consegni alle mani di bambini inesperti della guida.
E avverti l’entusiasmo della voce che scalda il cuore e illumina la mente, è la mano forte del cavaliere antico che sa trovare il bandolo di ogni matassa e trasformare il brutto anatroccolo nel bellissimo cigno…
A parlare di queste cose, mi incontrerò con i professori Mario Baldasso del liceo Dal Piaz di Feltre e Donato Deserti del Verdi di Valdobbiadene, a Segusino, il prossimo 20 aprile.
L’incontro sarà trasmesso, naturalmente in streaming (che non ho mai capito cosa voglia dire, ma mi dicono che funziona!) da ValdoTV361.
Condurrà Alessia Dall’Ò.

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foto1, la locandina del dibattito a Segusino; l’iniziativa è di Carlo Stramare
foto2, Pietro, 14 anni, prossimo agli Esami di terza media, è l’unico che osa avvicinarsi a Natalina, l’asina che raglia felice vicino al Cavanis di Possagno: un tempo questo buono e intelligente animale era preso a simbolo dello studente ignorante. Oggi no: gli asini non sono più considerati ignoranti.