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“FERRUCCIO MACOLA: Dalla Regia Marina a Montecitorio”. Primo volume di 460 pagine a cura di Angelo Miatello e Derio Turcato

Le associazioni Histoire e Aida, per festeggiare il Ventennio dalla loro fondazione dedite alla salvaguardia del patrimonio storico-artistico culturale, hanno deciso di salpare con il Veliero, una nuova collana editoriale di storia, cultura e arti. Possono contribuire autori e/o sostenitori in crowfounding (cosiddetto micro finanziamento). Uno degli obiettivi principali è la riscoperta di opere letterarie entrate nella sfera del dominio pubblico, riprodurle in formato cartaceo e digitale, che possano rivestire un interesse generale.  La forma richiesta è quella “investigativa” nei suoi aspetti politico-istituzionali, economici, organizzativi, culturali e personali. L’idea è quella di restituire un’immagine sfaccettata e pluriprospettica degli eventi memorandi e degli individui che ne furono artefici. Cento anni dopo gli autori e le loro opere possono essere letti con un’altra loupe (lente). Contaminazioni, “bugie”, verità tenute nascoste o semplicemente il caso passato di moda, sono alcuni aspetti affrontati nel primo libro del Veliero. Di Ferruccio Macola (1861-1910) si sa che ha ucciso in duello il collega parlamentare Cavallotti e che per tale “disgraziatissimo” incidente si portò dietro l’ira della parte politica avversa che lo “punì” con uno stillicidio che ancora continua. Niente da fare. “L’uomo dal sangue freddo” si sarebbe  dato “all’alcol e alle droghe” pur di dimenticare e di morte perì con la sua stessa mano.

Il primo libro del Veliero porta il titolo Come si vive nell’Esercito e neAnelola Marina, versione originale pubblicato a Genova nel 1884, Quando Ferrccio non aveva ancora compiuto 23 anni. Vi abbiamo aggiunto  una cospicua “introduzione” (190 pp.) sui vari argomenti che sono stati affrontati da Ferruccio Macola durante e dopo la sua permanenza nel Regio Collegio della Marina a Venezia (1876-1881). Uno spaccato originalissimo mai trattato perché si scoprono temi come lo sperpero, il malaffare, la tortura e l’assoluta mancanza di tutela individuale. Siamo di fronte ad un Macola che non conoscevamo e ad una società “criminogena” post unitaria. La stessa che porterà alla “piemontizzazione” dell’esercito italiano, della vita di caserma, di parate, dell’uso del regio esercito come ordine pubblico. Alla fine, riversando tutto l’odio ideologico nei confronti di questo o quel politico, ci si dimenticò di usare il Parlamento sovrano per un controllo stabile e dettagliato sui governi che cadevano come birilli. Ministri e capi di governo che entravano ed uscivano come se si fosse trattato di una porta girevole: un ventennio (tra ‘800-‘900) con legislature da due e tre anni, deputati catapultati in collegi sicuri senza competizione, altri che potevano entrare a Montecitorio o al Senato, grazie alle loro ricche condizioni socio-economiche.

Titolo del volume
FERRUCCIO MACOLA. Dalla Regia Marina a Montecitorio.

COME SI VIVE NELL’ESERCITO E NELLA MARINA

Autori: Angelo Miatello, Derio Turcato
p. 460
Formato cm 15×21, testo con illustrazioni
ISBN 978-88-88356-52-5
1° edizione 2019
Stampa digitale
Editori: HISTOIRE e AIDA
Collana “Il Veliero” di storia, cultura e arti

Bepi De Marzi nel Delta di nonna Angela e alla Vangadizza (Badia Polesine)

Il giovane sindaco Omar Barbierato, il 27 ottobre, ha consegnato, assieme all’ex sindaco Massimo Barbujani, la benemerenza “Adria riconoscente” al compositore Bepi De Marzi, da poco nominato commendatore dal presidente Sergio Mattarella.    Un pomeriggio nella sala consiliare del municipio di Adria e una serata nell’ex abbazia della Vangadizza a Badia Polesine, per vivere lo spazio infinito della poesia e della musica di Bepi De Marzi. Un vero tour de force per il maestro vicentino che ha commentato e accompagnato i suoi canti interpretati dal Plinius diretto da Antonella Pavan che sa cogliere con sensibilità tutta femminile l’anima demarziana. Ma sempre un ritorno felice nel luogo delle radici della nonna materna Angela Crepaldi.
Prima di entrare in municipio, ho cercato l’atmosfera segreta di via Pignara, stretta e deserta fra case luminose di riviera. In una di queste, il 20 marzo 1869, a 41 anni, è morto Angelo Crepaldi e, il 20 aprile, è nata Angela. Angela non conosce il padre ed è l’ultima di otto figli di Angelo e di Agostina Biasioli, vedova a 36 anni. Il coraggio di Agostina tira su Sante, Maria, Antonio, Vittoria, Giovanna, Giuseppa, Luigia e Angela.
Sono gli anni della grande rotta dell’Adige (1882), della boje (1884), del vaiolo, del colera, della difterite, della pellagra. Le idrovore a vapore prosciugano i fondi palustri intorno a Adria e l’aratro sostituisce migliaia di braccia di zappatori. Il popolo non può più pescare, cacciare e raccogliere la canna nelle valli ridotte a coltura, poiché il diritto di vagantivo, esercitato da tempo immemorabile, era stato abolito dal 1861 per tutti i fondi bonificati. I poveri si sentono morir di fame e iniziano un esodo doloroso verso il lontano e ignoto Brasile fin dal 1886. Nel 1891, anno di punta con 16.625 emigranti polesani, anche Sante Crepaldi parte con moglie e tre figli per San Paolo.
Qualche anno dopo, il coraggio porta Angela a Milano. Qui incontra Luigi Greco, un guantaio abbonato alla Scala. Edmea è la terza figlia della coppia, cresciuta fra arie d’opera. Conosce Giovanni De Marzi, tecnico della Pellizzari che produce pompe per le idrovore, e lo sposa nel 1932. Si trasferisce lassù nel Castello d’Arzignano, nella casa di Bepi fornaio. Un luogo di fiaba, fra Porta Calavena e Porta Cisalpina, fra mura di nero basalto e bianco calcare. I De Marzi suonano tutti: nonno Giuseppe la grancassa, papà Giovanni il mandolino, zio Cirillo il violino, zio Marcello l’organo. Marcello, amico di D’Annunzio, dopo essere stato organista in Sant’Anastasia a Verona, fonda una scuola di musica ad Annecy in Alta Savoia, che ora porta il suo nome.
Edmea ama la musica e vuole un figlio musicista. Con straordinaria intuizione pedagogica manda Bepino, a soli sette anni, a scuola di pianoforte dalla maestra Billo. Un professore dell’istituto tecnico frequentato da Bepi chiamerà il padre: “Suo figlio non sa far nulla”. Certamente non era la scuola per un poeta e per un musicista. E il provvidenziale insuccesso nella tecnica diviene successo nella musica.
Una creatività prorompente che si manifesta già in Bepino che inventa filastrocche per le bambole della sorella Angela ma che lo porterà a comporre musica sacra e profana: messe, salmi, inni, sinfonie, canti di ispirazione popolare, persino teatro cantato per i bambini e testi in dialetto veneto e musiche per il cabaret. E le melodie scendono come le cascate dei torrenti.
Claudio Scimone lo volle al conservatorio “Pollini” di Padova e fra I Solisti Veneti come organista, clavicembalista e direttore sostituto. “Mi piaci – gli diceva – perché ti chiami Bepidemarzi”. E capitò che dirigesse a Salisburgo, per un malore di Scimone. Profonda stima nutre De Marzi per Francesco Finotti – crespinese come me – che considera uno dei più grandi organisti internazionali. E Finotti collabora spesso con De Marzi nell’esecuzione dei Salmi, di quei Salmi che padre Turoldo, sul letto di morte, raccomandò a Bepi. Amante della letteratura, ha avuto più amici fra gli scrittori e i poeti che fra i musicisti, da Parise a Meneghello, a Padre Turoldo, a Rigoni Stern. Amico di pittori, mi confidò che dipingeva ma le sue opere sono segrete. Scrive commoventi poesie solo per gli amici.
“Se non avessi fatto il musicista, avrei voluto fare il giornalista” – confessa. Ma si è cimentato anche in questo con spassosi e polemici articoli di costume sul “Giornale di Vicenza” e ovunque capitasse. Ha scritto libri, usando prima di altri un italiano popolare. Case editrici hanno raccolto in volumi i suoi articoli. Continua a tenere conferenze per raccontare di amici letterati o per rivelare segreti musicali. Presente a tutti gli anniversari dei cori che intonano i suoi canti. “Chissà se li canteranno ancora” – si chiede.
Si incanta davanti agli alberi e alla neve ma è attivo e rapido come un milanese. Difficile cogliere le molte anime di De Marzi: libero, geniale, ipersensibile, riservato, malinconico, generoso, allegro e brillante, professionale, corretto, puntuale, non vi farà mai aspettare. Ha fatto suo il coraggio di sperare di Padre Turoldo, della madre Edmea, della nonna Angela e della bisnonna Agostina. Ha pure avuto il coraggio di distruggere qualche canto che riteneva mal riuscito, a torto, secondo i suoi Crodaioli. Non colleziona e non conserva nulla della sua carriera. Tutti i premi sono stipati nella sede dei Crodaioli nel bosco lungo il Chiampo. E’ capitato che mi chiedesse un suo articolo che aveva perduto ma che io avevo conservato.
Nel municipio di Adria traccia la scaletta e dà i tempi e il sindaco sorride felice. Ha portato con sé il libro Ande, bali e cante del Veneto di Antonio Cornoldi. Svolge un’avvincente lezione sui canti popolari raccolti da Cornoldi, facendo notare come siano trasposizioni e parodie, mai canti originali. E cita “Màsena, màsena…” che diviene “Mèrica, Mèrica…”. Ne approfitta per parlare di certo canto liturgico privo di poesia e di melodia. E attacca Santa Maria del cammino, “trasposizione di un ballo messicano”. Condivido e aggiungo che mi sembra un testo di “Lotta continua”, lontano ricordo di contestazioni giovanili.

Alla Vangadizza il Plinius incanta con le melodie di Bepi De Marzi
A Santa Maria della Vangadizza, in un luogo dove il tempo pare essersi fermato come in Maria lassù, Bepi De Marzi affascina il pubblico nell’ex refettorio dei monaci camaldolesi con riferimenti storici, con episodi della sua vita, con battute di costume che suscitano il riso. Lancia frecce contro chi vorrebbe che si insegnasse il dialetto a scuola e contro le mamme che si rivolgono in italiano anche al gatto e al canarino mentre il dialetto si dovrebbe imparare a casa.
Il Plinius emoziona e strappa applausi prolungati. Propone una scelta intelligente di brani che interpretano temi e drammi di lunga durata.
Ave Maria. Si inizia con un omaggio alla memoria di un luogo sacro e privilegiato di culture. Anche Scimone, quando si esibiva in una chiesa, iniziava sempre con un omaggio al luogo sacro. Purtroppo questa sensibilità va perdendosi fra i musicisti. Nokinà. La bravura di De Marzi sta nel saper velare di dolcezza anche pagine nere come il dramma della Shoah. Nokinà è una ninna-nanna, prima malinconica e poi struggente fino al dolore gridato, che gli ha ispirato la moglie ebrea di Luigi Meneghello, ricordando le mamme in fila con i bambini in braccio verso le camere a gas. Il Plinius di Antonella Pavan offre una stupenda interpretazione, forse perché le voci femminili meglio si prestano a far rivivere la disperazione delle madri di Auschwitz.
Arso. Pubblicato nel 1981, contro la violenza sulle donne: “Chi ze sta che te gà copà?” e termina “desso cantéghe la ninanana”. La contrà de l’Acqua ciara. “Quasi tutti ze andà via, solo i veci ze restà”. Canto malinconico e nostalgico sullo spopolamento delle contrade. Scapa oseleto. Contro la caccia. Benia calastoria. Autobiografico, poiché anche De Marzi era emigrato in Germania ma ritornò nella sua valle dopo aver vinto il concorso di insegnante di musica. “Vardè, ma vardè, ma vardè la valle…” è un grido di liberazione che conquista il pubblico in ogni concerto di qualunque coro. Sanmatio. Fiaba sul castello di Arzignano che va letta al di là della metafora. Signore delle cime. E’ ormai consuetudine concludere con questo capolavoro che quest’anno ha celebrato 60 anni e che è valso al grande compositore la nomina a commendatore.
E mentre il vento della notte stacca le prime foglie dagli alberi dell’abbazia, Bepi De Marzi offre con l’Inverno un omaggio a Vivaldi e come Vivaldi insegna con la musica l’amore per le stagioni. (Copyright testo e foto di Graziella Andreotti)

 

 

Vatican Chapels. La Santa Sede nell’isola di San Giorgio alla Biennale Architettura 2018.

(di Graziella Andreotti)
Restano pochi giorni, fino al 25 novembre, per visitare il padiglione della Santa Sede nell’isola di San Giorgio a Venezia. Ad ingresso gratuito, è decisamente da non perdere. In ottobre, dopo aver visitato il solenne tempio palladiano di San Giorgio Maggiore, con i capolavori Ultima cena e Raccolta della manna di Tintoretto e il maestoso coro intagliato, ho trascorso due ore, forse tre, ma sarei rimasta fino a sera, nel piccolo bosco di conifere e latifoglie in mezzo al bacino di San Marco. Uno spazio aperto per la prima volta per accogliere dieci cappelle, ideate da artisti di tutto il mondo, in occasione dell’ingresso della Santa Sede alla Biennale Architettura del 2018.
Ingresso caldeggiato dal cardinale Gianfranco Ravasi, dopo l’esperienza alle biennali d’arte del 2013 e 2015. Un cardinale che ama l’arte e gli artisti che hanno con lui un filo diretto e un rapporto di stima e amicizia. Ravasi ha voluto che gli architetti fossero liberi e che le cappelle parlassero del Creatore con un ritorno ai segni concreti e agli elementi primordiali.
Il progetto, ideato da Francesco dal Co, si ispira alla Cappella nel bosco costruita nel 1920 nel cimitero di Stoccolma dall’architetto Gunnar Asplund. Il tema di una cappella, come luogo di orientamento, incontro, meditazione e saluto, è stato proposto a dieci architetti, invitati a ideare e costruire altrettante cappelle all’interno di un incredibile bosco veneziano. Progettisti appartenenti a diverse generazioni, con linguaggi espressivi diversi, provenienti da Europa, Stati Uniti, Sudamerica, Australia e Giappone, in grado di rispecchiare l’universalità della Chiesa. Per l’Italia è intervenuto Francesco Cellini.
Agli architetti è stato chiesto di mantenere il pulpito e l’altare, non la croce. In alcune cappelle ricorre il simbolo della croce ma non vanno intese come cappelle cristiane. La cappella della brasiliana Carla Juaçaba è una grande croce di acciaio che cerca il cielo fra gli alberi. Quella dell’architetto australiano Sean Godsell è una torre con i quattro lati che si aprono per rivelare l’altare mentre le porte verticali viste dall’alto formano una croce. Per Godsell la chiesa deve essere un luogo pacifico e sicuro, un luogo multi-generazionale, un luogo coinvolgente per la contemplazione e la meditazione, prima ancora di uno spazio per la liturgia, la preghiera, la messa, l’inno, il dogma. Uno spazio dove le persone si sentono a proprio agio e disposte a radunarsi.
Non c’è un percorso, è un piccolo e suggestivo labirinto in cui ci si perde e ci si ritrova, una sorta di pellegrinaggio religioso e laico, per riscoprire la voce interiore e trascendente, la fraternità umana e insieme la solitudine di un bosco che nasce dalla laguna. Una rappresentazione del labirinto della vita, del vagabondare dell’uomo come preludio all’incontro.
Credenti o laici o atei, non importa, si rimane affascinati dalla spiritualità, dall’arte, dai pini, dal silenzio, dal vento del mare di Venezia.

Il destino segnato di Ferruccio Macola o l’ideologia gioca cattivi scherzi? Sensazionale scoperta nel suo primo libro a 23 anni! Miatello ci racconta una nuova pagina di storia

Un chiarimento in base all’esperienza
Divieto di usare il cellulare per fotografare pagine di annate di Giornali di un secolo fa, tesi di laurea dattiloscritte di venticinque anni fa, libri vecchi e antichi. La consultazione in Archivio di Stato a Venezia o nella biblioteca universitaria di Facoltà è solo visiva! Al massimo una penna e qualche foglio.
L’Italia si nasconde dietro la censura e l’austerity. Poi se scoviamo in Rete un cataloghino del 1825 della London Maddox Gallery (presso la Oxford Library) e si risale finalmente all’origine di un’opera d’arte sparita (di Veronese? o di un suo collega, quale fu Anselmo Canera? venduta da un certo bassanese litografo G. Vendramini, di cui si possiede e firma la stampa originale ma non si sapeva di più) che il noto storico mercante on. Vittorio Sgarbi convincerà l’altrettanto grande doge corrotto Giancarlo Galan a sborsare duecentomila euro pubblici per una patacca (“no è di Veronese ma di un suo collega”, “frammento gravemente manomesso”) allora i giornali sono contenti dello scandalo (scoop di Alda Vanzan per Il Gazzettino e tutti gli altri accreditati giornalisti a Palazzo Balbi, come l’amico Gianantonio Schiaffino che ci sganassava). Non certo i nostri due artefici paladini e nemmeno i veneti che si sono trovati gabbati. Purtroppo la storia raccontata da chi copia e ricopia, come quella della soprintendente, ci obbliga con il senno di poi di denunciare questa inutile censura della burocrazia borbonica e mussoliniana. Peccato che lo scrittore Antonio Scurati sul suo recente “M” non se ne sia accorto, lui che dice di aver svolto per tre anni lunghe ricerche di archivio. Non ci crediamo proprio che abbia dovuto perdere giornate intere dentro l’archivio ma si sia fatto consegnare fotocopie ecc., dato che è conosciuto di essere un accanito scrittore nottambulo.

La difficoltà materiale di fare ricerca
Affrontando la lettura di quello che ci rimane di Ferruccio Macola, annate dei giornali che ha diretto, libri scritti, articoli sparsi, in base al lungo elenco che Fulvio Conti (Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani) e l’Archivio parlamentare di Montecitorio hanno pubblicato, possiamo rallegrarci e farci una pernacchia. Le annate de Il Secolo XIX di Genova o della storica La Gazzetta di Venezia non sono online. Tanto meno si possono fotografare con il cellulare. Il divieto per noi mortali cellularizzati e con scarsi doti finanziarie è assoluto, poi se ci fosse qualche fortunato con la lettera in mano di qualche Ateneo o Fondazione privata, allora le porte si aprirebbero immediatamente. Non credo che un professore ordinario abbia il tempo di passare ore e ore per sfogliare un’annata di cento anni fa. Per i venticinque libri e saggi pubblicati da Ferruccio Francesco Macola (1861-1910) la stessa ed identica risposta: “molti non si possono avere con il prestito interbibliotecario, “sono fragili” e lontani, sparpagliati qua e là. Inutile chiedere una foto delle pagine scelte se non si possono sfogliare. A differenza di altri Paesi che ci fanno compagnia quando siamo con gli Americani, Inglesi, Francesi, Tedeschi, Canadesi al G7 (G10), sulla gestione della nostra Storia abbiamo un’arretratezza da Jurassik Park. Ma forse per quest’era o per quelle meno lontane del neolitico e del rame (4000-2000 a.C.) ci sono Fondazioni internazionali che ci sanno fare e riportano alla luce frammenti della cultura di seimila o più anni fa, scavando, fotografando, comparando, analizzando scientificamente oggetti, minuscole targhette, papiri, gioielli, armi, arnesi. A queste non viene vietato nulla. E’ importante che non arrivano dopo i saccheggiatori, tombaroli e terroristi dell’Isis. Ci si mette d’accordo con lo Stato, la tribù, il sovrano e si paga dazio, se necessario. Il mondo si arricchisce di nuove scoperte, vie commerciali, culture, caratteristiche antropologiche che prima nemmeno si sognavano.

L’esempio di primaria importanza della Fondazione Ligabue
La preziosissima collezione allestita dalla Fondazione Ligabue a Palazzo Loredan di Venezia (“IDOLI. Il potere dell’immagine“) ne è un esempio mirabile che rivoluziona il sapere standardizzato che purtroppo continua a peggiorare nella formazione dei nostri liceali. Gridare non serve a nulla. I libri di testo modellati su schemi di 50anni fa sono uno schiaffo alla cultura e all’investimento che fa ogni famiglia per suo figlio. I libri scolastici sono una miniera inesauribile per le solite casi editrici che possono permettersi di strapagare il lancio di saggi e romanzi che per tre quarti vanno al macero, come del resto quotidiani e riviste. Non capisco come mai una biblioteca comunale (es. quella di CV.to) debba tenere in bella mostra 58 riviste, quando sono appena tre o quattro sfogliate. Non capisco nemmeno che ci siano 12 quotidiani su un tavolo dove ci stanno appena quattro sedie per i lettori accaniti della pagina sportiva, di quella locale o addirittura che gli serva per coprirsi da occhi indiscreti mentre sta caricando il suo i-pad o guardando l’andamento della borsa. Questa è la città di Giorgione con una delle biblioteche più belle del Trevigiano. Un ex Monte di Pietà, tra il Duomo e la Canonica, con qualche affresco, ritratti e paesaggi d’epoca e tre sale dedicate a Giorgio Lago, Tina Anselmi, Gino Sartor. In basso c’è la saletta Guidolin, un altro resosi famoso come antifascista.
Di Ferruccio Macola, giornalista, onorevole, saggista, uomo di mondo il nulla. Il suo primo saggio con dedica per l’abate dott. Luigi Viani che per nostra fortuna legò alla Biblioteca.
Per la nostra Storia, dicevamo, vige la più alta stupidità del potere, anzi mantenendoci in uno stato antiquato di strutture (ancora tanto personale imbucato e poche macchine) che subiamo nel Terzo Millennio violenza e malversazione. Che paura c’è di lasciar fotografare con il cellulare, fra l’altro senza flash e con una mano tremolante, pagine di annate di un giornale di cento anni fa o pagine specifiche di un autore che possa rappresentare un interesse per il ricercatore e dell’intera comunità?
“E’ vietata qualsiasi forma di riproduzione: fotocopia, macchina fotografica, cellulare”, recita le lettera standard di risposta alla nostra collega Graziella Andreotti, corrispondente da Rovigo, che chiedeva la consultazione delle annate de La Gazzetta di Venezia conservate nell’Archivio di Stato di Venezia. Capisco l’uso di una fotocopiatrice con i suoi lampi di luce potente o per la minore grandezza del vetro rispetto al paginone (grande formato dei giornali stile ‘800) o per libri antichi o vecchi che pressati si possono facilmente rovinare. Ma un cellulare tenuto con le mani a venti centimetri di altezza senza flash che pericolo c’è? Oltre al disagio manuale c’è anche quello economico. Il su e giù costa, non è gratis, cara signora burocrazia romana. Vergogna.
Alla fine diciamo che la “Storia” diventa “storia” ed i furbacchioni oltre ad essere bugiardi ci raccontano quello che vogliono, anche senza aver mai letto il libro, il saggio o sfogliato il giornalone, com’è il caso del castellano Ferruccio (nato a Camposampiero nel 1861 ma residente dal 1866 al 1910) a Castelfranco Veneto e qui eletto deputato nel collegio Asolo-Castelfranco durante cinque legislature (1895-1910). Non è forse un personaggio da narrare? Ha scritto su: autonomia, decentramento, regionalismo, emigrazione veneta e italiana da proteggere, contro le campagne colonialiste in Africa, contro la corruzione non solo nel Meridione, proponeva una via ferrata con tram a vapore da Bassano a Montebelluna e Castelfranco. Mica stupido. Sicuramente una linea ferroviaria da Montebelluna a Bassano e da Caselle di Asolo fino a Castelfranco avrebbe contribuito ad uno sviluppo del territorio della Pedemontana che si è ritardato nel tempo.
E’ morto a 49 anni di tisi con i palliativi dell’epoca: vapori caldi e morfina, quando proprio non ce la faceva più. Forse sono state le celle del collegio, il lavoro di macchinista al Duilio, i viaggi in America Latina, in Brasile o in Africa a rovinargli i polmoni?

Proposte concrete, non le solite battaglie di parole e paroloni alla Saviano, Camilleri, Cacciari
L’Europa di questi giorni dedicati al “Mef”, che non è “Merd” o “Bef” ci bacchetta per bocca del socialista Moscovici e del “barcollante” Junker che l’Italia non può sforare il 2.4, anzi si dovrebbe stare sotto l’1.8 già da subito. Il governo cerca di ricorrere al riparo, dati gli impegni assunti alle ultime politiche, non può rimangiarsi le promesse. La sinistra ormai ridotta ad un partitello aumenta la dose sui diritti politici e civili, mai economici. Troppo difficile per quasi tutti loro che sono impiegati statali, parastatali e parassiti. Parlano ancora di grandi opere di migliaia di miliardi che dovrebbero pervenire dagli stranieri che non hanno “fiducia” nell’Italia che non comperano titoli di Stato a tasso di rendimento meno di uno. La lega dice mettiamo obbligatoria la leva per i giovani dai 18 ai 25, un anno per ciascuno non fa male a nessuno, poi li paghiamo, vestiamo, cibiamo e li istruiamo. La sinistra parte all’attacco “no esercito, no militarismo”. Siamo pacifisti e anti reati umanità fanno da grancassa quelli di Leu e sigle esterne. Perchè non attuare il vecchio progetto della digitalizzazione di biblioteche e archivi assumendo giovani laureati e studenti universitari che potrebbero dedicare 10-15 ore settimanali per bilanciare il loro gravoso costo alle famiglie? Le sinistre tacciono devono prepararsi per il congresso, poi per le primarie e quindi per le Europee con Macron e Corbin (che è fuori). Il comunismo all’italiana è pesante come una macchina ministeriale. Cambiamo il nome del partito. No, cambiamo le persone Si. Le idee camminano sulle gambe dei democratici e la mafia si sposta nell’aria.
La sinistra e i sapientoni come Calenda, Del Rio, Brunetta, Renzi, Tajani propongono grandi investimenti per rialzare l’Italia. La cultura per loro è solo turismo e convegni, salotti romani e selfie.

Casa Barbarella del conte Ferruccio Macola
Il deputato conte Ferruccio Francesco Macola sposò la bella ed avvenente figliola del signor Moresco e della contessa Felissent di Treviso (suo fratello divenne sindaco) ed andò ad abitare a Castello di Godego da questi. La villa è reclamizzata in Internet ma non si conosce l’attuale proprietario/a.
Comprò casa a Castelfranco Veneto, un’antica dimora che la leggenda vuole fosse del padre naturale di Giorgione, che porta appunto il nome di Barbarella (leggenda aurea o politica?). Un piccolo errore di datazione. Nel 1510 quando Giorgione morì di peste nel Lazzareto Novo di Venezia, lasciando un modesto inventario di cose personali recuperate dalla madre vedova (grazie alla scoperta della prof.ssa Segre, scanzonata dal vecchio Lionello Puppi), la villa non esisteva! La dimora è stata costruita sopra una montagnola artificiale a ridosso delle mura cittadine che potesse con i piani superiori “ricevere luce, raggi ed avere il piacere di vedere la lunga cortina montuosa con al centro il Monte Grappa e più sotto Asolo e il Cansiglio”. Le abitazioni a metà cinquecento non formavano ancora una bastia come si vede oggi. I portici sono ottocenteschi, pertanto il Barbarella aveva una veduta degagé. il Macola invece dal piano nobile e dalla Torretta (piccionaia) aveva ugualmente una bella veduta mozzafiato. Dentro un castello fortificato con un enorme spazio adibito “a giardino e stalle”. “E’ l’unica casa che si conosca costruita sopra una montagnola di una ventina di metri di dislivello. Non può franare perchè è a ridosso di mura medievali” e sotto dovrebbero esserci le cantine – ci spiega un nostro interlocutore.
Le cartoline che si vendevano nel ‘900 riproducono “villa Barbarella, ora del conte onorevole Ferruccio Macola” che mostrano in bell’evidenza una trasformazione moderna ed eclettica della dimora con una scalinata e balaustra di cemento, una facciata con tre orologi solari (fusi orari uguali) ed una torretta merlata in mattoni. Lavori progettati dall’arch. Giovanni Sardi, lo stesso che rifece la facciata cementizia di Palazzo degli Azzoni Avogadro in borgo Treviso, l’Hotel Excelsior al Lido di Venezia (1908) e l’Hotel Bauer a San Marco, oltre a ville del Lido e ad Asolo (come ci spiega il prof. Manlio Brusatin). Particolari questi che mettono Macola in stretta relazione col mondo veneziano e castellano: l’arch. Giovanni Sardi, l’ing. Spada, il sindaco conte Grimani, i conti degli Azzoni Avogadro, l’abate Luigi Viani, mons. Giovanni Bressan.
Nel 1884, a 23 anni, Ferruccio pubblica il suo primo libro a Genova (Come si vive nell’Esercito di 316 pagine). Dedica un capitolo alla sua città natale “Castelfranco Veneto”. Si sente che ha una forte nostalgia del suo Veneto. La scelta della dimora quale Casa Giorgione rappresenta una conquista sociale ed è un punto di riferimento. Entra in politica quando si trasferisce a Venezia nel 1889 (28 anni) e farà la spola con Castelfranco, Treviso e Padova. La Gazzetta di Venezia come altri giornali aveva propri candidati per le Comunali e le Provinciali. Nessuno lo dice. Infatti, e se ne vanta, è eletto consigliere provinciale di Treviso. Quindi il grande salto che non sarà stato tanto facile se ha battuto il concorrente con i resti dei voti dei cattolici. Questa opportunità è la prima che si conosca in Italia dove vigeva il non expedit di Leone XIII, cioè il divieto dei cattolici di entrare in politica. Di farsi bastonare, di pagare le tasse e di farsi deridere “per la stupidità di un clero romano consumato nell’ozio, nella ricchezza e nello sfruttamento”.
Poi leggiamo che Macola fu destinato a scomparire, ad uscire dalla Storia per “la sua stranezza e irrequietezza”, per “l’assassinio” causato al “bardo della democrazia” Felice Cavallotti, milanese ma di origini venete, che probabilmente sarebbe diventato un ministro di Giolitti. Quello stesso Giolitti che dai banchi della sinistra estrema era tutto uno scandalo di corruzione e sopraffazioni. Una sinistra che poteva trasformarsi di destra e viceversa. Molto spesso il Parlamento italiano viaggia per conto proprio. Ministri che si autodefinivano neutrali, non interventisti ma trescavano e si vendevano al miglior offerente. Gli italiani ci credevano e la chiesa fece il suo dovere. D’altronde il tasso di analfabetismo raggiungeva il 70 per cento, dicono le statistiche ma il tasso d’amore invece era quasi 100 per cento nei giornalisti, militari di carriera, comici…
“Come si vive nell’Esercito”
Proseguo sulla storia del giovane Ferruccio che si può dedurre dal suo primo libro del 1884 (unica testimonianza in biblioteca con una sua dedica a Luigi Viani, abate suo inegnante).
Come si vive nell’Esercito“, uno sfogo un po’ autobiografico e già con i germi di politico. Gli permise di farsi conoscere e di indirizzarsi ai tanti giovani che facevano il militare di leva. E’ un criticone sul regime “militarista” che andrebbe abolito e annota ruberie alla luce del sole. Ha 23 anni e da lì a poco dirigerà il nuovo giornale Il Secolo XIX di Genova.
Nel libro del 1884 ha una forte nostalgia di Castelfranco che nessuno se n’era accorto prima. Nel 1888 sbatte la porta e si fa liquidare: Va a Venezia e compera l’esangue Gazzetta di Venezia nel 1889 (che tutti sbagliano con il 1888). La riporta ad un buon livello di tiratura e consensi. Esce di pomeriggio, come il suo primo giornale genovese, che chiudono le redazioni alle sedici pomeridiane. Rimane direttore fino al 1902-03, fin quasi al 1909 con una piccola quota sociale. Nel 1895 fa propaganda per l’entrata a Venezia del nuovo cardinale Giuseppe Sarto di Castelfranco-Riese che lo conosceva molto bene, se dal papa, si vanterà di avere “importanti appoggi a Roma”. Era direttamente connesso con i monsignori che fungevano da consiglieri personali. Va contro il sindaco laico “anticlericale” Selvatico che voleva abolire le lezioni di religione nelle scuole veneziane, che verrà brutalmente battuto nel 1897 dal nobile Grimani, suo stretto amico e azionista della Gazzetta di Venezia. Qualcuno scrive che Ferruccio è amico dei sovrani piemontesi Umberto e Margherita che non vedevano di buon occhio il figlio Vittorio Emanuele corteggiare Elena di Montenegro (inesatto, ndr) che l’avrebbe chiamata “rosicchiatrice di castagne” (Bordignon Favero). Abbiamo invece un’altra versione di Indro Montanelli che ci spiega quanto sia stata propizia l’intermediazione di Crispi che organizzò una serata di gala proprio a Venezia durante la prima Biennale d’arte nel 1895 che fece in modo di mettere accanto il giovane monotono e complessato Vittorio Emanuele alla bella Yela, che erano tutti d’accordo per la protezione dello Zar Nicola II sulla famiglia del re Nicola Petrovich Niegos. L’anno seguente il principe fu invitato a San Pietroburgo per l’incoronazione dell’imperatore Nicola II. Guarda caso, fa notare Montanelli, ci fu anche Yela e qui scattò la fiamma d’amore. Un’ultima osservazione. Yela era il suo vero nome ma dopo il fidanzamento del 1896 prese il nome di “Elena di Montenegro“.
Gli storici di Castelfranco Veneto
Ora ci si soffermi su questa frase del prof. Paolo Bordignon Favero (1996):
“Il suo comportamento fu strano, come il disorientamento politico da lui avuto, fino all’uccisione nel duello con Cavallotti. Sconvolto concluse la vita, irrequieto;…come era stato in fanciullezza (pag. 190, libro di cartoline di Caufin). Oppure quest’altra dell’arch. Franco Posocco e di Luca Pozzobon: “deliberazione consigliare del 15 ottobre 1904 per un’ipotesi di tramvia a vapore: Bssano-Caselle d’Asolo-Montebelluna-Caselle d’Asolo-Castelfranco, della quale si fece promotore l’on. Ferruccio Macola, il deputato del collegio castellano reso famoso per il tragico duello da lui sostenuto contro Felice Cavallotti.” (pag. 29 del volume “Castelfranco Veneto. L’evoluzione della forma urbana e territoriale nei secoli XIX e XX”, edito da Banca Pop. di C.V., a cura di Cecchetto, Posocco e Pozzobon.
Ambedue didascalici penetrano nella sfera della psicanalisi, commettendo un errore di disonestà intellettuale.
Il fatto del “tragico” duello (Pozzobon o Posocco, ma anche Cecchetto) che lo “sconvolse” (Bordignon Favero, Luigi Urettini, Angelo Marchetti) sarebbe la risposta storica del suo lento ma ormai segnato destino di politico e di uomo che “concluse la vita, irrequieto… come era stato in fanciullezza” (Bordignon Favero).
Il giovane Ferruccio non ne poteva più del Collegio tanto che veniva punito anche per sciocchezze e puro sadismo dell’ufficiale di turno che gli rimarranno per tutta la vita soprattutto l’umiliazione e la voglia di una riscossa. Contro il “militarismo” imperante, la sopraffazione sui giovani, la corruzione, l’imbroglio. Di questo si legge altro che di uno con un caratterino difficile.
Per la prima volta vide suo padre Evaristo (segretario comunale, maestro, assessore, uomo di cultura e integerrimo, ndr) piangere. Forse l’anziano conte capì dell’errore commesso di averlo istigato ad entrare in marina: “il prestigio delle mostrine” e di un “posto sicuro” erano più sogni che realtà, data la situazione caotica in cui versava l’Italia a vent’anni dall’Unità con un Meridione corrotto e in balia di briganti e bande armate, emigrazioni inarrestabili, campagne militari senza mezzi. Si legge nel libro che il giovane diciottenne per una punizione eccessiva, trascinandolo all’estremo, tentò il suicidio con una fune legata all’inferriata della cella. Per fortuna un suo amico se ne accorso e fu prontamente salvato. La punizione continuò legandolo con le stessa fune e trasportato per barca con quattro uomini armati e l’aiutante alle carceri di S. Daniele. Lo ripeteva da un po’ che gli rimaneva ormai solo quest’ultima ratio, pur sapendo che avrebbe fatto soffrire i suoi famigliari. Ormai non ne poteva più della lunga e pesante sofferenza di “internato”, al quale venivano tolti i più elementari diritti di libertà personali. Almeno nelle Accademie militari c’era più rispetto, qui siamo come delle “bestie”, anzi ci viene tolta qualsiasi capacità di poter persino di pensare.
Queste osservazioni sono basilari per capire lo sfogo di un giovane che non vedeva l’ora di uscire, anzi di non tornarci più. “Sembrava di essere in un forno con 50 gradi, era persino impossibile scendere o salire, tenendosi aggrappati al corrimano di ferro che sembrava rovente. Come si poteva vivere lì sotto, da macchinisti?”
L’avrà letto il libro?
A questo punto ci è sorto un dubbio. Il prof. citato, ritenuto il maggiore storico del paese (dell’arte e dell’architettura), non dovrebbe aver letto il libro “Come si vive nell’esercito”. Altrimenti avrebbe ricavato conclusioni diverse, separando la politica dalla psicanalisi, e le cose vere dalle sciocchezze. 
E’ come se oggi, vedendo suo figlio barcollare tre giorni alla settimana sotto i portici, tra un’osteria e l’altra, ci venisse spontaneo pensare che la colpa di essersi ridotto in quel modo sia proprio del genitore che lo avrà, al contrario, troppo coccolato, trovandogli persino un posto sicuro da ricercatore universitario.
(Copyright Angelo Miatello)

Sarà conferita dalla città di Adria una nuova benemerenza al maestro Bepi De Marzi

Impossibile contarle tutte nella sua lunga carriera di musicista ma questa è forse una delle più gradite poichè viene dalla gente delle antiche paludi adriane dove nacque la nonna materna Angela Crepaldi. Terra e fiumi polesani cantati più volte e una nonna che torna spesso alla memoria nei concerti.

LETTERA DEL SINDACO DI ADRIA, Barbierato Omar
Bepi De Marzi – Adria 

La damnatio memoriae di Ferruccio Macola. Riposa nel cimitero di Rovigo con i Milanovich

La damnatio memoriae colpì il conte Ferruccio Macola dopo la morte. Diversa sorte spettò invece a Felice Cavallotti, ucciso da Macola in un duello alla sciabola, il 6 marzo 1898, nella villa della contessa Cellere fuori Roma. Celebrato e ricordato ovunque da vie e monumenti, anche a Rovigo ebbe subito una via a lui dedicata il 22 giugno 1898, sostituita nel 1939 da via Costanzo Ciano, ritornata dopo il regime.

Considerato l’ “assassino” di Felice Cavallotti, accolto dal gelo in parlamento, Macola, da quel fatale pomeriggio grigio e triste, non si riebbe più. Sebbene tutti e due fossero audacissimi ed esperti – 16 o 18 duelli per Macola, 33 per Cavallotti – la superiorità di Macola, alto e più giovane, contro Cavallotti, piccolo e agitato, era apparsa subito evidente. Macola non voleva quel duello e amici avevano cercato di dissuadere Cavallotti.
Il 18 agosto 1910, nel sanatorio San Rocco di Merate in Brianza, fra il verde dei pini e l’ombra delle querce, in un paesaggio che ispirò a Leonardo La Vergine delle rocce, Macola pose fine ai dolori fisici e morali con un colpo di pistola mentre la moglie Luisa Milanovich passeggiava nel parco con alcune signore.

Nulla lasciava presagire il dramma. Macola aveva trascorso le ore prececenti in allegre conversazioni con la moglie, con amici e conoscenti. In quei giorni era di ottimo umore e aveva progettato di recarsi a Recoaro a bere le acque. Si pensò ad un momento di grande solitudine e di abbandono ma anche a una disgrazia. Un cronista parlò di due colpi di rivoltella, non si sa se bene o male informato. Nessuno ipotizzò mai un omicidio ma la storia potrebbe tingersi di giallo, anche se Macola possedeva un’arma per difesa personale. Di nemici ne aveva tanti. Persino uno studente di medicina e chirurgia di Firenze, Gagliardo Gentile, iscritto al partito socialista, aveva pensato di vendicare Cavallotti ma l’azione fu sventata dall’intervento del padre del ragazzo che ebbe il coraggio di denunciare al questore le intenzioni del figlio.
Cattolico, deputato in quattro legislature, Macola si era segnalato per il suo voto contro l’istituzione della festa civile del 20 settembre, ma, come suicida, non ebbe funerali religiosi. La moglie Luisa cercò inutilmente l’intervento del clero ma le due diocesi – Milano e Adria – dopo essersi accordate, finsero un malinteso e addossarono reciprocamente la responsabilità all’altra. Giunta il mattino del 22 alla stazione ferroviaria di Rovigo, la bara, senza sacerdoti, fu accompagnata da autorità, da politici, da giornalisti, da amici e parenti, venuti anche da Padova, da Castelfranco e da Venezia, seguiti da carrozze e da auto. Il lungo corteo percorse viale Regina Margherita, via Umberto I, via Oberdan, via Celio, via Bedendo, piazza Garibaldi, via X luglio, via Miani, via Alberto Mario e via Beata Maria Chiara fino al cimitero, dove Ferruccio Macola fu commemorato come uomo, come politico e come giornalista. Papa Pio X, grande amico di Macola, appena appresa la notizia, inviò un telegramma alla moglie con l’apostolica benedizione.

Luisa volle dare sepoltura al marito nel sepolcreto dei Milanovich nel cimitero di Rovigo, anche se Ferruccio anni addietro aveva acquistato una tomba a Castelfranco Veneto.
Siamo in pochi a Rovigo a conoscere la tomba di Macola. Non c’è una lapide a ricordare il suo nome, non c’è una lampada, non c’è mai un fiore. Solo un’iscrizione: FAM. NOB. MILANOVICH. Qui riposa anche il generale Luigi Milanovich, padre di Luisa, ma nemmeno per lui un nome.
Chi entra nel cimitero di Rovigo, sorto nel 1819, dopo il decreto napoleonico che vietava le sepolture nelle chiese e nei centri urbani, vede in fondo al primo campo il colonnato della grande esedra che accoglie i sepolcreti delle famiglie nobili e notabili dell’Ottocento e del Novecento. A dispetto della damnatio memoriae, le tombe dell’esedra sono considerate storiche e vincolate e i resti di Macola saranno lasciati in pace per sempre.
Una storia maledetta, quella di Ferruccio e di Luisa, che ben si presterebbe alla finzione cinematografica. C’è un momento storico caratterizzato da socialismo, anticlericalismo e massoneria, da lotte politiche, dagli ultimi duelli d’onore prima della Grande guerra. C’è il mondo del giornalismo, c’è la miseria e l’emigrazione verso il Brasile, c’è un triste destino che unisce un uomo e una donna. Tutti e due scelgono il suicidio, tutti e due muoiono a 49 anni, tutti e due dimenticati.
Forse la più dimenticata è proprio lei, Luisa Milanovich. Ho cercato ovunque una foto, un dipinto, a tramandare un volto dolce e raffinato. Ho rincorso inutilmente in Veneto e in Toscana conti e baroni, in cui scorre ancora sangue dei Milanovich o dei Macola. Luisa, uno splendore di donna, nata a Rovigo in una famiglia di generali, imparentati con Maffei, Roncali, Casalini, Lion, veniva a trovarsi improvvisamente sola, a 33 anni, senza figli, senza il padre, solo la madre, la sorella e il cognato, ormai tutti in difficoltà economiche, improvvisamente povera a mendicare aiuti a personalità e al Governo. Non sappiamo neppure dove sia vissuta dopo la morte di Ferruccio. Qualche flash a Rovigo, a Castelfranco Veneto, a Fino Mornasco in provincia di Como, a Milano, a Parigi, in Alta Savoia. Luisa morirà in Francia, disperata, lontano da tutti, coperta di terra in una tomba che non c’è più. Anche della madre di lei non si seppe più nulla.
Luisa fu colpita doppiamente dal dolore, prima per la morte del marito, poi per la disillusione del testamento. All’apertura del testamento – uno dei tanti diversi e contraddittori – si scoperse che erede universale era il fratello Romolo, quello che accompagnò Ferruccio nel viaggio in Brasile nel 1893, sulla rotta degli emigranti. Neppure nominata la moglie.
Luisa lasciava Casa Barbarella di Castelfranco. Lei che, mossa da pietà, aveva accolto nella tomba dei Milanovich l’uomo che aveva consolato nella sofferenza degli ultimi cinque anni di vita, quando Macola presentò le dimissioni alla Camera e lasciò l’attività giornalistica, per passare da una casa di cura all’altra.
Ora Casa Barbarella, in cima alla bianca scalinata, accanto alla torre di nord-est, guarda all’orizzonte il massiccio del Grappa. Ferruccio non spaventa più i bambini con il lungo camice di velluto rosso mentre i violini del conservatorio cantano i segreti di quel luogo nascosto. (Copyright Graziella Andreotti).

(Estratto da Droni by Art 2018, presentato alla 75.Mostra del Cinema – Spazio Regione Veneto, Hotel Excelsior)
Cover_Rossa_Tintoretto libretto 2018.

Rovigo, Palazzo Roncale: due mummie e 500 reperti archeologici dell’Antico Egitto

Rovigo – Palazzo Roncale: EGITTO RITROVATO (14 aprile – 1 luglio 2018). Giuseppe Valsé Pantellini nel 1878 donò all’Accademia dei Concordi due mummie e oltre 500 reperti egizi. Restauro delle mummie in mostra. Scoperti altri resti.

E’ stata aperta la teca di legno e cristallo contenente le due mummie egizie, una di donna (Meryt) e una di bambino (Baby), custodite da 140 anni presso l’Accademia dei Concordi. La donna fu sbendata forse per cercare amuleti; il neonato, avvolto dalle bende, è meglio conservato. La delicata operazione di estrazione è stata condotta da Paola Zanovello dell’Università di Padova e da Emanuele Ciampini di Ca’ Foscari. E già le prime scoperte: nel sottofondo della cassa sono state rinvenute altre teste e parti anatomiche mummificate e un corredo tessile di epoca faraonica, di cui si ignorava l’esistenza, non essendo stato stilato un inventario. L’ultima scoperta nel pomeriggio del 13 aprile: forse monili, forse un documento scritto dallo stesso Valsé, ma per noi il segreto rimane ancora. Dal 14 aprile le mummie sono esposte al pubblico, assieme ai pezzi migliori, un quinto della collezione di oltre 500 reperti di eccezionale valore, nel sottotetto di Palazzo Roncale. L’esame al carbonio C14 e la tac forniranno nuovi elementi scientifici e una datazione. L’operazione vede coinvolti il Museo Egizio di Torino con la restauratrice Cinzia Oliva, l’Università degli Studi di Padova con l’équipe del prof. Raffaele De Caro della facoltà di Medicina e Chirurgia, l’Università di Ca’ Foscari di Venezia, l’Ospedale civile di Rovigo. Ci saranno indagini diagnostiche anche della Polizia scientifica. Sponsor la Fondazione Cariparo.
Un accurato restauro sarà eseguito in mostra alla presenza dei visitatori da Cinzia Oliva, un’esperta del Museo egizio di Torino che ha già operato su 25 mummie e che con quelle di Rovigo toccherà quota 27. Sarà un restauro non invasivo con una delicata pulitura per mettere in sicurezza e favorire la conservazione dei due corpi, creando idonei sostegni. Cinzia Oliva è un’esile, dolce e sensibile signora, molto disponibile a raccontare con umiltà il suo lavoro scientifico ma dai tratti umani. Spiega di essere molto provata emotivamente mentre opera poiché la mummia non è un reperto archeologico qualsiasi ma il corpo di un essere umano con una storia che merita rispetto. Indossa un grembiule bianco e guanti di lattice, non porta mascherina poiché i batteri egizi ormai sono morti mentre siamo noi a portare polveri e a creare eventuali danni. Scherzando, dice che non teme neppure le leggendarie “maledizioni” delle piramidi.
Le mummie, ricche di fascino e mistero, fino al 2005 – anno del trasferimento della pinacoteca al Roverella – appagarono la curiosità e la fantasia di migliaia di ragazzi, meno attratti dalle collezioni pittoriche. Le mummie stavano in fondo al percorso museale e rappresentavano la meta. Sarà un ritorno felice per chi già le conosce e per chi le vede per la prima volta. Il presidente dell’Accademia, professor Giovanni Boniolo, auspica che la mostra torni ad essere permanente.
E’ merito di Giuseppe Valsé Pantellini se le mummie e una preziosa collezione egizia, contenuta in cinque casse, raggiunsero Rovigo. La mummia piccola era stata destinata al grande tipografo rodigino Antonio Minelli, ma fortunatamente rimase in Accademia. Diverse lettere del 1877 e 1878 documentano i rapporti intercorsi fra il Valsé e il presidente dell’Accademia Luigi Lorenzoni e l’economo Giorgio Oliva per creare un museo di oggetti egiziani antichi. Facile in quegli anni appropriarsi, con il denaro, di reperti di tanto valore. Il Valsé scrive dal Cairo il 27 giugno 1878 a Giorgio Oliva: “a mezzo della Società Rubattino ho spedito al tuo indirizzo quattro casse di antichità Egiziane giuntemi dall’alto Egitto e destinate all’Accademia della mia città natia. Queste partiranno da Alessandria venerdì prossimo dirette per Livorno. Nella grande cassa troverai una piccola mummietta ancora avvolta nella sua tela. Questa la farai pervenire al cav. Antonio Minelli”.
Di Giuseppe Valsé, non ricordato da vie o lapidi a Rovigo, ci rimangono tre ritratti: quello con il Valsé seduto, ora in mostra, è dono all’Accademia da parte della nobildonna Ines Giovanelli Avezzù; il secondo, con il Valsé in un ovale, è di collezione privata; il terzo, l’unico firmato e datato “Riccardo Cessi 1876”, è pure di collezione privata. Si ignora il committente dei tre dipinti: potrebbe essere lo stesso Valsé oppure la sorella Carolina o membro delle famiglie Rosa e Avezzù imparentate con il Valsé. Il pittore è Riccardo Cessi (1840 – 1913), noto come ritrattista, ma c’è memoria di una copia eseguita dal notaio Pietro Avezzù che si dilettava di pittura.
Il Valsè non fu l’unico rodigino a portare l’Egitto in Veneto. Ben più famoso di lui, Giovanni Miani, nato a Rovigo nel 1810 e morto in Africa nello Zaire nel 1872, lasciò a Venezia ricche collezioni etnografiche, ora al museo di Storia naturale al Fondaco dei Turchi. L’Accademia custodisce in una cassetta quelle che si ritengono le sue ceneri. Miani era nato illegittimo, aveva avuto una storia triste fino a quattordici anni, poi era stato ospite con la madre del nobile Alvise Bragadin a Venezia, aveva imparato a suonare il violino e a comporre musica, aveva viaggiato e sognava di scrivere una storia della musica e di scoprire le sorgenti del Nilo. Due figure indubbiamente diverse: artista e amante dell’avventura Miani; imprenditore Valsé. Anche famiglie ebraiche di Rovigo ebbero rapporti con l’Egitto: i Fua provenivano da quella regione e gli Usigli vi si trasferirono.
Giuseppe Valsé nacque a Rovigo il 21 agosto 1826 nella Strada bassa delle Fornaci (ora parte finale di via Sichirollo da vicolo Principe di Napoli), in una famiglia di pistrinai ovvero mugnai e fornai di origine francese. Il nonno Vincenzo era giunto al seguito delle truppe napoleoniche. Nell’atto di nascita compare come Giuseppe Girolamo Vaccher, figlio di Antonio, fu Vincenzo, e di Teresa Cuchetto, battezzato il 22 in duomo. Nei primi anni dell’800 i figli di Vincenzo sono registrati Vassé e Vassé sono ancora nel 1836. Una storia, legata a errori di registrazioni civili e parrocchiali, vede il cognome Vaccher, probabilmente Vacher (vaccaro), storpiato più volte, per interferenza linguistica dovuta alla pronunzia di parola francese. E infine la fissazione in Valsé e la scelta di Giuseppe di aggiungere a Valsé il cognome Pantellini di un amico scomparso, divenuta ufficiale nel 1882.
Nel 1839 muore la madre e il padre iscrive Giuseppe al liceo del Seminario, dove consegue ottimi risultati. Nel 1848 Giuseppe partecipa alle lotte risorgimentali. Alcuni autori ritengono che Giuseppe lasci Rovigo per evitare la persecuzione austriaca ma non c’è traccia di domanda o di invito all’espatrio. Nel 1851 la famiglia Valsé è registrata in Contrada Finanza (ora via Cavour) nella casa adiacente all’attuale Gran Guardia di proprietà dei fratelli De Mori: il padre pistrinaio, Giuseppe oste e la seconda moglie del padre, Teresa Modenese, ostessa. Ritengo che l’emigrazione di Giuseppe Valsé sia dovuta alla morte del padre, avvenuta nel 1858, e al desiderio di fare fortuna altrove, dato che Rovigo gli aveva offerto solo il mestiere di oste assieme alla seconda moglie del padre. Il Valsé non venne mai depennato dai registri civili di anagrafe di Rovigo; non si scrisse mai che era emigrato e neppure che il governo austriaco lo avesse invitato a lasciare la città per ragioni politiche. Solamente nel 1882, proprio quando sta per tornare in Italia, si scrive “ora residente in Cairo d’Egitto”.
Si trasferisce prima a Genova, poi in Svizzera e infine in Egitto. Da cameriere divenne imprenditore, gestì e in seguito acquistò al Cairo e ad Alessandria due alberghi di lusso con giardini e ruscelli illuminati a gas, secondo lo stile dei parchi parigini. La sua fama era tale da essere incaricato dal viceré d’Egitto della gestione dell’inaugurazione del canale di Suez, il 17 novembre 1869, provvedendo all’alloggio e al vitto di migliaia d’invitati.
Al Cairo si unisce con la milanese Giuseppina Viglini e avrà tre figli: Italo nel 1876, Teresa a Milano nel 1878 e Giuseppina a Fiesole nel 1885. Si sposa a Milano nel 1881. Ritorna in patria nel 1882, sia per motivi di salute sia per aver perduto sotto i bombardamenti inglesi l’albergo di Alessandria. Muore a Fiesole il 27 ottobre 1890. Lascia 700 lire alla città di Rovigo, divise fra patronato maschile, patronato femminile, veterani guerre 1848-49, orfanelli, orfanelle e poveri del Duomo e di San Francesco. I parenti di Rovigo raccontano di avere ricevuto gioielli dal loro antenato e una pronipote indossa un paio di orecchini il giorno dell’inaugurazione. La nipote, suor Carolina Rosa, testimoniò che lo zio si era arricchito con il suo lavoro, con prudenza e onestà. Al Cairo le suore francescane lo consideravano un loro benefattore. (Graziella Andreotti riproduzione riservata).

Bepi De Marzi torna nel Delta per i 60 anni di Signore delle cime.“Nokinà” e “I bambini del mare” commuovono il pubblico che ha gremito la cattedrale di Adria

(di Graziella Andreotti)
Un concerto che si sarebbe dovuto tenere a Rovigo nel tempio di Santa Maria del Soccorso. Nella secolare rivalità fra Adria e Rovigo, l’ha spuntata la città etrusca. Sembrano non finire le lotte per il nome della diocesi e per la sede del vescovo, combattute nel Settecento a suon di sonetti burleschi e satirici, pubblicati dal Baruffaldi nel 1898. Due versi degli adriesi sono rimasti ancora nella memoria: “Qui tra l’Adige e il Po giace sepolto, / scheletro di città, Rovigo infame” che nel tempo si sono trasformati in “tra l’Adige e il Po giace sepolta Rovigo incolta”. E i rodigini: “Mira ‘l mio cittadin che chiami incolto / star sempre attento a riparar tua fame / perché in luogo di pan non mangi rane”. Adria diocesi millenaria sede della cattedra ma Rovigo sede del castello del vescovo fin dal X secolo. Una contesa che vide scendere in campo anche il senatore Elios Andreini, terminata non molti anni fa, associando nel nome le due sedi: “diocesi di Adria-Rovigo”, con buona pace di tutti.
La Rotonda di Rovigo, dalla capienza di poco più di trecento persone, non avrebbe potuto contenere il pubblico che ha gremito la cattedrale di Adria, oltre ai duecento coristi che hanno animato il concerto. Un pomeriggio e una serata all’insegna della musica di Bepi De Marzi. Un vero tour de force per il maestro vicentino che ha parlato, presentato, diretto e suonato l’organo. Ma sempre un ritorno felice nel luogo delle radici della nonna materna Angela Crepaldi e nella chiesa in cui fu battezzata nel 1869.
Oltre venti canti per più di due ore per vivere lo spazio infinito della poesia di questo straordinario artista. In quanti modi si può dire De Marzi? Ci hanno provato cinque cori: i suoi Crodaioli, il Plinius di Antolella Pavan, la corale della Cattedrale diretta da Antonella Cassetta, il coro di cento ragazzi della scuola media di Ariano e Corbola assieme al coro di voci bianche della Pavan. Ha cantato il soprano Silvia Frigato, già corista del Plinius, accompagnata all’organo dallo stesso De Marzi e alla chitarra dal crodaiolo Silvano Ceranto.
Una scelta di brani fra i 150 canti – ma sono molti di più – “non li ho contati”, dice De Marzi. Più il salmo dei deportati, “Lungo i fiumi laggiù in Babilonia”, nella versione poetica di Padre Turoldo.
“Considero una battaglia perduta, quella dei salmi, per non essere riuscito a portarli nelle chiese. Nelle chiese non si canta più e sono sempre più vuote.” E’ noto il pensiero di De Marzi, autore di tanta musica sacra, contro certo canto liturgico privo di poesia e di melodia.
La serata è stata una delle tante manifestazioni che nel 2018 celebreranno i 60 anni di Signore delle cime. Composto da De Marzi a 23 anni, per ricordare Bepi Bertagnoli, travolto da una slavina nel 1951, ha finito per girare il mondo, tradotto in nove o dieci lingue e con una versione per sola orchestra eseguita dai Solisti Veneti. Nato per caso, scritto in un quarto d’ora. “E’ il canto meno pensato, è venuto da solo”, dice De Marzi. Una correzione fu suggerita da un crodaiolo: “cime” al posto di “vette”. E De Marzi dà una lezione di umiltà: saper ascoltare e correggere.
Canto di montagna, di matrimoni, di funerali dei nostri soldati morti nelle missioni di pace, persino eucaristico in Germania. Quante volte ci è capitato di accendere la Tv e di sentirlo intonato nelle chiese! E mai che si dica che è di Bepi De Marzi, perché è entrato nella tradizione popolare. De Marzi sorride quando gli spiegano che è un canto degli alpini della grande guerra. Ma ben lo conosceva il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che ha deciso da poco di nominare commendatore l’autore di quel Signore delle cime.
“Mi considero un cantastorie”, dice umilmente. Le sue sono storie di un poeta musicista raffinato e sensibile, sempre capace di emozionare con immagini e toni lirici. Di capolavori De Marzi ne ha scritti tanti, parole e musica. Sono meditazioni commosse, sono melodie “piane come il vento del mare”. E il suo coro ne è il migliore interprete. Difficile gustare altri cori quando si sono ascoltati i Crodaioli. De Marzi ha cantato tutto: la sua valle, gli alberi, la neve, l’acqua che muore, l’emigrante, ninne-nanne, l’amore, Maria, la Pasqua e il Natale. Fino ai due ultimi canti: “Nokinà” e “I bambini del mare”. La bravura di De Marzi sta nel saper velare di dolcezza anche pagine nere, attuali o storiche, come la morte dei bambini dei barconi o il dramma della shoah. “Nokinà” è una ninna-nanna struggente, che gli ha ispirato la moglie ebrea di Luigi Meneghello, ricordando le mamme in fila con i bambini in braccio verso le camere a gas. Va riconosciuto al Plinius di Antonella Pavan una stupenda interpretazione di “Nokinà”, forse perché le voci femminili meglio sanno far rivivere il dolore delle madri di Auschwitz.
C’è sempre un momento, un luogo, una persona che ispirano i canti di De Marzi. Bisogna leggere al di là della metafora, della fiaba, del tiglio, del larice, della regina del castello. “Tutti i miei canti – confida – sono dedicati a donne”. Un’esuberanza creativa, quella di De Marzi, che esplode nel piccolo Bepino quando inventa filastrocche per le bambole della sorella. Creatività non capita dai docenti del conservatorio che a un esame lo bocciano perché “suonando ha inventato”. Uno spirito libero, che non porta cappello e raramente la cravatta e che non si adegua al rigore della caserma degli alpini di Aosta dove trascorre 92 giorni in carcere, perché anche qui non vuol portare il cappello con la piuma. Coraggioso, entra nei paracadutisti ma è l’occasione per dirigere il primo coro.
Nel pomeriggio De Marzi, puntualissimo da perfetto professionista – anzi arriva in anticipo – intrattiene per un’ora il pubblico nel teatro Contardo Ferrini. Un tempo che si sarebbe voluto infinito. Brillante mago della parola, passa con leggerezza da una lezione sulla musica del Nabucco di Verdi alle proprie vicende personali, suscitando più volte il riso. Riservato e poco incline a raccontarsi, De Marzi si lascia andare all’infanzia, alle sue fobie, ai provvidenziali fallimenti scolastici, al sogno di vivere a Milano ma anche nel Delta e di fare il giornalista, scorrendo persone e momenti della sua vita che sono stati determinanti per la sua carriera di musicista. Il nonno milanese, abbonato alla Scala, chiama la figlia Edmea, come l’opera di Catalani; mamma Edmea lo manda a otto anni a lezione di pianoforte perché ci va un suo amichetto; Bepino nel 1943 suona Il piccolo montanaro per un ospite tedesco che suona Al chiaro di luna di Beethoven; un ingegnere dell’istituto tecnico di Valdagno consiglia il padre di far studiare musica al figlio perché inadatto a quella scuola; il padre, tecnico della Pellizzari in Italia, gli porta a casa musiche; dopo il servizio militare, dirige il coro del Cai e poi i Crodaioli; a Milano, dopo un concerto, incontra rappresentanti della Curci, casa che pubblicherà nove album; nasce la collaborazione ventennale con padre David Maria Turoldo per musicare i Salmi; Claudio Scimone lo vuole docente al conservatorio Pollini di Padova e fra i Solisti Veneti. E Bepi De Marzi gira il mondo, suonando l’organo e il clavicembalo o dirigendo i suoi Crodaioli, accolto da quel Signore delle cime, persino in giapponese, persino in finlandese.  (riproduzione riservata, G. Andreotti)
Foto tratte dal web: Padovaoggi; La VocediRovigo)

Rovigo, Palazzo Roverella: La Bassa (1989) di Josef Schwellensattl

Raccontare il Polesine. Cinema! Storie, protagonisti, paesaggi. Rovigo, Palazzo Roverella (24 marzo – 1 luglio 2018). Mostra a cura di Alberto Barbera.

La Bassa è un film girato nel 1989 nel delta del Po dal regista Josef Schwellensattl e mandato in onda dalla televisione bavarese. Uno degli oltre cinquecento film realizzati in Polesine ma sconosciuto ai polesani. Non fu mai presentato, neppure in Accademia dei Concordi. Nel 1992 il regista inviò una videocassetta a me e a Giovanna Manzolli Modonesi, una poetessa di Papozze vissuta come insegnante a Scardovari. Io ne feci copia per il geografo Marcello Zunica e per il musicista Bepi De Marzi. I testi erano stati naturalmente doppiati in tedesco ma mi furono tradotti in italiano nel 1993 da Beltrame, un polesano originario di Ceregnano che aveva girato il mondo con la famiglia facendo la guida turistica.
Un giorno si presentò a casa mia un giovane regista dall’accento tedesco, di soli 34 anni, che stava raccogliendo informazioni sul Delta. Conosceva il volume Il delta del Po. Terra e gente aldilà dei monti di sabbia, curato da Marcello Zunica, edito da Rusconi Immagini nel 1984, al quale anch’io avevo collaborato con il saggio Momenti perduti: i mestieri. Conosceva pure Giovanna Manzolli Modonesi, mia amica, autrice di numerosi testi poetici sul Delta, alcuni dei quali inseriti nel volume.
Ricordo ancora questo regista, seduto nel mio salotto, mentre cercava di capire la geografia di un territorio solcato da corsi d’acqua che corrono al mare e da canali per transversum. Nel Delta, il Po si divide a ventaglio e non è facile neppure per un polesano riconoscere i vari rami. Occorre esserci vissuti, averli percorsi ogni giorno.
Fornivo a Giuseppe Schwellensattl nozioni cartografiche, segnalavo artigiani, canti di Bepi De Marzi sul Delta. Volevo intuire il taglio e il messaggio del film, gli interessi e la weltanschauung del regista. Lo aiutai a scegliere le tavolette dell’IGM, lo accompagnai dal professor Marcello Zunica presso l’Istituto di Geografia a Padova. Andai con lui e con l’operatore a Grillara a vedere le ocarine che plasmava il vecchio Idelmo Fecchio ma capii che non era questo il Delta che aveva in mente. Gli proposi Scapa oseleto, un canto contro la caccia di Bepi De Marzi, ma lui scelse L’aqua zè morta, sempre di De Marzi.
Avevo di fronte un ambientalista, un uomo nato in Val d’Ultimo, che aveva frequentato la scuola d’arte di Ortisei, che aveva percorso a piedi le sue montagne ma che aveva realizzato il suo sogno studiando regia in Germania. Ma allora perché scendere fino agli estremi lembi del Po? Forse la risposta si trovava in Luisella, la giovane moglie discendente da un emigrato di Papozze giunto come tanti in Alto Adige.
Al regista non interessavano albe e tramonti, aironi e folaghe, sacche e barene. Schwellensattl voleva raccontare la gente dopo la costruzione della più grande centrale termoelettrica d’Europa, nella Sacca del Canarin a Polesine Camerini, toccando temi come l’estrazione del metano e la subsidenza, le alluvioni e l’emigrazione, l’istruzione, le attività, i prodotti agricoli. Voleva raccontare il fiume più lungo ma anche il più inquinato. Voleva raccontare il fumo che usciva da quella babelica ciminiera che ti seguiva per tutto il Delta.
Erano anni di dibattiti accesi e di lotte fra ambientalisti fautori del parco del Delta, da un lato, e fautori della centrale, dall’altro. Per il grande parco naturale del Delta c’era stato il convegno di Comacchio (1968), di Pomposa (1970) e di Rovigo (1972), promosso da Italia Nostra. La ciminiera c’è ancora ma il fumo non esce più a cinquant’anni da quel primo convegno.
Un territorio inventato dall’uomo, voluto dalla Serenissima quattro secoli fa per evitare l’interramento della laguna di Venezia.
“Le persone che vivono qua dicono che vivono nella Bassa e sembra che si sentano in qualche modo emarginate, dimenticate, escluse, che vivano alla fine del mondo.”
Le piene, le alte maree che cospargono di sale i campi, le alluvioni dal 1950 al 1960. E quando ruppero gli argini, fango, paura, disperazione, maledizioni, imprecazioni, fame, preghiere, implorazioni, continuamente, giorno e notte, sono narrati nei versi di Giovanna Manzolli. Una tristezza infinita anche se questa gente sembra rassegnata, abituata all’acqua e alle rotte. L’emigrazione in Piemonte, la nostalgia per una terra dove sei nato, il ritorno, le case crollate che non c’erano più.
E scorrono i personaggi, pescatori, cacciatori, cannaroli, contadini, coltivatori di riso, barbabietole, mais.
Un tempo non c’erano strade ma solo sentieri di terra fangosi o polverosi. A scuola si andava poco poiché bisognava lavorare in risaia. Ora i figli hanno scuole elementari e medie, bisogna mandarli altrimenti arrivano i carabinieri. C’è la chiesa, ci sono case al posto dei casoni di paglia.
Luciano è un pescatore. Un lavoro faticoso con i prezzi fissati ogni giorni dai commercianti all’ingrosso. E’ preoccupato perché l’acqua è sempre più sporca e i pesci piccoli muoiono. Ed ecco diffondersi il canto di Bepi De Marzi con le voci dei Crodaioli di Arzignano, sul Chiampo inquinato:

L’aqua zè morta, zè morta,
zè morta stamatina,
tuti lo saveva, ma l’aqua, ma l’aqua,
l’aqua zè morta disperà.

Renzo ha sposato una calabrese ma non ha mai capito come potesse vivere la gente laggiù, in un paese tutto pietre e polvere. Racconta i quattro mesi trascorsi in Emilia a causa dell’alluvione del 1957. Là aveva lavoro in fabbrica ma si sentiva come un uccello in gabbia. E’ tornato con l’acqua ancora in casa, contro il volere della moglie. Qui si sente un padrone. Qui va caccia, qui taglia e vende le canne, lavora nei campi, ha la moglie e gli amici. Ma quando piove o c’è troppa nebbia sono giorni di lavoro perduti.
Per abituarsi al Delta bisogna abituarsi alla nebbia. La nebbia – o meglio il caligo – aveva incantato anche Cesare Zavattini: “Tutto sparisce, ingoiato dalla fitta nebbia. Nella quiete sei assalito dalla malinconia. Ho sempre creduto che la malinconia fosse causata dal Po. Quello che succede in altri luoghi è pura imitazione”. (Graziella Andreotti)

Mosè Baratella, il pittore del Canal Bianco, incantato dalle sorelle Pina e Renata Filippi

“Studio Arte Mosè” è la galleria che Vincenzo Baratella ha voluto dedicare al padre Mosè e che gestisce assieme alla moglie Emanuela Prudenziato, cugina del pittore Angelo Prudenziato, nel comune amore per l’arte. Unica galleria a Rovigo ad avere il coraggio di proporre ogni mese giovani artisti sconosciuti accanto a chi la fama l’ha già conquistata.

Mosè Baratella (Pontecchio Polesine 17 novembre 1919 – Rovigo 23 aprile 2004) lo conobbi alla fine dei mitici anni Settanta, quando entrai a far parte del Gruppo Autori Polesani, fondato dal commediografo Miro Penzo. Il gruppo molto vivace era riuscito a raccogliere poeti, scrittori, storici, pittori, giornalisti, librai, giovani e meno giovani, molti esclusi dal gotha della cultura rodigina ma anche accademici dei Concordi e storici della Minelliana nascente. Succedeva così che i pittori offrissero le proprie tele per premiare i poeti. A distanza di tempo, sfogliando le pagine del periodico “Autori Polesani”, affiorano le firme di grandi figure accanto a giovani in erba scomparsi dalla scena.
Mosè Baratella era stato coinvolto dal poeta Alberto Marzolla, compagno di classe alle elementari e poi partigiano internato nei campi in Germania. Faceva parte di questo movimento di autori polesani e veneti, pur tenendosi in disparte.
Baratella era un grande artista, che aveva dedicato tutta la vita alla pittura, alla scultura e alla grafica, riconosciuto e stimato fuori ma non negli ambienti chiusi e ristretti della sua città, dove a dominare erano i professori di disegno. Erano gli anni di Angelo Prudenziato, di Gisella Breseghello, di Edoardo Chendi, di Osvaldo Forno, di Gabbris Ferrari, di Beppe Giuliani, di Ilario Bellinazzi. Lo scultore Virgilio Milani, dopo aver lasciato tante terrecotte e sculture in marmo e in bronzo, moriva nel 1977. Rimaneva Cesare Zancanaro con le sue opere in ferro, rame e argento. Paolo Gioli, fotografo sperimentale, pittore e regista, ospite di Milani fin dalla giovinezza nella casa di Viale Trieste, tentava l’America, Roma, Milano, Venezia. Ora vive in romitaggio con moglie e gatti nella campagna di Lendinara sotto l’Adige. Forse l’unico noto nell’ambito delle biennali veneziane, è sconosciuto al grande pubblico polesano.
Mosè Baratella non poteva lasciare come Gioli le atmosfere nebbiose della sua città. Il lavoro, la famiglia, la moglie gelosa di tutti quei ritratti femminili erano una prigione per i voli della sua arte.
Il figlio Vincenzo ricorda un calcio dato dal padre a un ritratto che rappresentava una signora in costume da bagno, incontrata sul lago di Como, con la quale c’era stato anche un rapporto epistolare ma forse nulla di più. Quel calcio sacrilego aveva procurato uno strappo alla tela ma aveva portato la pace in famiglia.
Una dolce signora di Rovigo racconta gli incontri con Mosè, presso la libreria Spaziolibri di Giolo Cattaneo, a parlare d’arte, a godere con lui delle opere terminate la notte prima.
Alcuni dei suoi dipinti sono stati attribuiti a un pittore di fama internazionale – ma di quel pittore è stato aggiunto solo il nome – e Mosè ha fatto in tempo a subire questo ennesimo affronto. Ne vide uno – a pochi anni dalla morte – in una grande mostra allestita a Rovigo. Borbottò qualcosa ma non reagì, – com’era nel suo stile. Forse malinconia o forse finalmente grande approvazione in un’identità rubata.
Sono migliaia le opere di Baratella. Impossibile contare quelle presenti nelle case. Ogni tanto si incontra qualcuno, felice di possedere una natura morta, un ritratto, un paesaggio, un olio, un gesseto, una matita di Mosè.
Era consapevole del valore delle sue creazioni, ma si sentiva incompreso come Ligabue, si sentiva – a torto – inferiore agli accademici. Qualche centinaio gli autoritratti nei quali Baratella si rappresenta, spesso con le sembianze di Ligabue. Un’ossessione non momentanea ma lunga negli anni, affidata a cromatismi vivaci e intensi, a deformazioni formali provocanti, a occhi tristi e stralunati, a bocche spalancate, per esprimere un’inquietudine mai sopita, un grido di dolore e di rabbia, un’amarezza che lo faceva diventare Ligabue, Munch, Van Gogh, Napoleone, Beethoven, re, sultano, ciclista, corsaro, gallo, aquila, lepre.
Padrone di mezzi e tecniche, succedeva che amici pittori ricorressero a lui per completare una mano o un occhio che non venivano. Mosè acconsentiva e non chiedeva nulla.
Studiava, leggeva libri d’arte, conosceva tutto dei grandi pittori del passato. Assiduo frequentatore delle biennali, ha interpretato le correnti del Novecento, creando lo stile di Mosè.
Uomo del proprio tempo, è passato dalla pittura en plein air, con angoli cittadini e paesaggi polesani, alle nature morte, ai ritratti, agli autoritratti, alle rappresentazioni del periodo del dissenso, alla serie “le piazze d’Italia” fino alla Maternità, un olio del 2003, a pochi mesi dalla morte. Negli ultimi decenni del Novecento, abbandonando la pittura accademica da cavalletto e da atelier, si apre ai temi sociali, alle battaglie sindacali, alle contestazioni. E la sua reazione al passato esplode in soggetti nuovi, in linee e tonalità che esprimono il divenire di una cultura in rapida evoluzione. Quadri che avrebbero trovato degna collocazione solamente nella dimora di Peggy Guggenheim a Venezia.
L’opera di Mosè cerca ora finalmente grandi spazi per essere goduta e apprezzata: un intero Roncale, un Roverella. Ma Rovigo non è cambiata.
Mosè teneva in casa rotoli di tela per tagliare ogni giorno il pezzo necessario. Costretto spesso a usare l’olio sulla carta – costava meno di una tela – per non rinunciare alla prorompente vena creativa. Vendeva o svendeva per pagarsi le sigarette Astor, i colori, le tele, le cornici, senza intaccare il suo modesto stipendio di impiegato. E dopo il lavoro, a sera, sempre per arrotondare, a dipingere madonnine per i devoti.
A vederlo sembrava la persona più tranquilla ma, con il suo atteggiamento sornione, aveva dato filo da torcere ai gerarchi fascisti. No, il sabato fascista non era per lui: non voleva né sfilare né cantare Giovinezza, Faccetta nera o La sagra di Giarabub. Preferiva il silenzio della guardina dei carabinieri a Polesella. A sera, era già a casa.
Negli ultimi decenni di vita lo si poteva incontrare in piazza Vittorio Emanuele II, non alto, elegante, il cappello a larga falda, un Panizza di paglia di riso d’estate o un Borsalino di feltro d’inverno, la sigaretta in mano, poche parole, due grandi occhi azzurri e un fascio di tele o di disegni in una cartellina o arrotolati sotto il braccio per l’approvazione degli amici o di qualche acquirente.
Se lasciava la casa di via Viviani, appena fuori le mura, passato il Volto di San Bortolo, lo faceva per raggiungere la quiete della campagna con il poeta Alberto Marzolla, con il professor Alfredo Turolla e con gli amici di Pontecchio e Bosaro nella vecchia casa lungo il Canal Bianco. E qui fu incantato da due lavandaie, la Pina e la Renata Filippi, che sciacquavano i panni nelle acque che bagnavano la Campagna Grande – ora del conte Valier – che dipinse più volte negli anni Cinquanta e che riprodusse negli anni Ottanta. Il figlio Vincenzo conserva una foto scattata dal fratello delle Filippi con lo stesso soggetto.
La Galleria Arte Mosé
Vincenzo sta cercando di rendere giustizia alla produzione abbondante e poliedrica del padre negli spazi della sua galleria, ritrovo di artisti veneti, friulani, toscani, lombardi, emiliani, marchigiani, romani. Qui sono passati in molti, pittori e critici d’arte. Alcuni, come Raimondo Lorenzetti e Toni Zarpellon, hanno avuto l’onore della Biennale; Vico Calabrò ha illustrato i canti di Bepi De Marzi; altri sono scomparsi ma sempre vivi e presenti nelle loro opere conservate presso grandi pinacoteche.
Qui si incontrano artisti, storici, poeti, giornalisti, musicisti, polesani e non polesani, per parlare d’arte e di cultura. Si può dire che lo Studio Arte Mosè abbia preso il posto dello studio di Antonio Romagnolo, storico e critico d’arte, quando era direttore della pinacoteca dell’Accademia dei Concordi. La vera accademia, il vero gotha rodigino è qui nel colore e nelle suggestioni dell’arte, nell’amore e nella gioia che Vincenzo ed Emanuela sanno trasmettere. Finalmente un luogo in cui si può ancora parlare d’arte, a tu per tu con l’artista. E da qualche mese è entrata anche la musica con il maestro Pagliarini ad allietare le vernici.
L’ospitalità di Vincenzo e della moglie Emanuela era riuscita a conquistare persino la ruvida scorza di Gian Antonio Cibotto. Fino a qualche anno prima della morte, lo scrittore rodigino, dopo un saluto alla Madonna di Pompei nella chiesetta delle Fosse, amava trascorrere i pomeriggi in affabile conversazione sul divano della galleria, a pochi passi dalla sua villa in Viale Trieste. Allora si scioglieva nei ricordi del periodo romano, da Guttuso a Picasso, da Visconti a Fellini. Quel Cibotto che a Leo Longanesi, che gli chiedeva di ristampare Cronache dell’alluvione, aveva risposto: “Mi consideri estinto”. (Copyright Graziella Andreotti)