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Al Castello Visconteo di Pavia, arrivano i capolavori giapponesi di Hokusai, Hiroshige, Utamaro

Dal 12 ottobre 2019 al 9 febbraio 2020, alle Scuderie del Castello Visconteo di Pavia, una mostra pone a confronto il fascino delle stampe giapponesi di autori quali Katsushika Hokusai (1760‐1849), Utagawa Hiroshige (1797‐1858) e Kitagawa Utamaro (1753‐1806) con quelle di artisti quali Edouard Manet, Henri Toulouse Lautrec, Pierre Bonnard, Paul Gauguin, Camille Pissarro e altri.
La rassegna, Hokusai, Hiroshige, UtamaroCapolavori dell’arte giapponese, promossa dal Comune di Pavia – Settore Cultura, Turismo, Istruzione, Politiche giovanili, prodotta e organizzata da ViDi, in collaborazione con Musei Civici di Pavia, curata da Tara Weber, registrar della Johannesburg Art Gallery, Laura Aldovini, conservatore dei Musei Civici di Pavia, e Paolo Linetti, direttore del Museo d’Arte Orientale Collezione Mazzocchi di Coccaglio, vuole infatti mostrare le meraviglie delle ukiyo-e, ovvero le raffinate incisioni a colori su legno sviluppatesi nel Paese del Sol Levante a partire dal XVII secolo, e la profonda influenza che ebbero sulla storia dell’arte europea, soprattutto francese, del XIX secolo.
L’esposizione presenta oltre 150 opere, provenienti dalla collezione d’arte asiatica della Johannesburg Art Gallery, formatasi a partire dal 1938, a cui si aggiungono circa 30 stampe di proprietà dei Musei Civici di Pavia, databili a prima del 1858, ed eseguite da quattro allievi di Utagawa Toyokuni, grande maestro della tecnica ukiyo-e nell’Epoca di Edo. Sarà inoltre possibile ammirare la celeberrima Grande Onda di Hokusai.
Le ukiyo-e, letteralmente “immagini del mondo fluttuante”, sono il prodotto della giovane e impetuosa temperie culturale fiorita nelle città di Edo, l’attuale Tokyo, Osaka e Kyoto, contraddistinte da una tecnica artistica utilizzata durante la seconda metà del Seicento, a partire dalle opere monocromatiche di Hishikawa Moronobu, realizzate con inchiostro cinese, quindi colorate a mano con dei pennelli. Fu solo nel Settecento che si sviluppò la tecnica della stampa policromatica che decretò il successo di queste stampe in patria e nell’Occidente.
Il percorso esplora le tematiche più riconoscibili delle ukiyo-e: si parte con l’analisi della storia della stampa giapponese, approfondendo in particolare come l’inserimento di un elemento di stile come il colore si sia poi evoluto nel corso degli anni per diventare un’imprescindibile caratteristica delle incisioni.
Maestri del paesaggio è il titolo della sezione che raccoglie alcune opere a soggetto naturalistico di Hokusai e Hiroshige, cui molti artisti occidentali si rifecero per proporre l’immagine del Giappone, nella seconda metà dell’Ottocento, e che precede quella dedicata alla natura, ovvero agli animali che la popolano, dagli uccelli ai pesci.
Particolarmente suggestiva sarà la parte dedicata alla bellezza femminile, all’eleganza delle forme del corpo e dei ricchi costumi delle donne della società nipponica, che si contrappone a quella delle cortigiane e alla vita nel quartiere del piacere.
Tra i vari aspetti della società giapponese dell’epoca, si segnala un ricco nucleo di stampe dedicate al tradizionale teatro Kabuki, una forma di drammaturgia che portava sulla scena temi che spaziavano dal leggendario al soprannaturale, da avvenimenti storico-militari a episodi di vita contemporanea. In questa sezione si colloca il nucleo dei Musei Civici di Pavia: la mostra è infatti anche occasione per valorizzare i fogli provenienti dal lascito di Renato Sòriga, già direttore del museo pavese fino al 1939, che andò così ad arricchire la già ricca collezione di stampe del museo, originatasi da quella celebre del marchese Luigi Malaspina di Sannazzaro (1754-1835).
Gli artisti europei, in special modo quelli francesi, rimasero particolarmente colpiti dalle stampe ukiyo-e. Autori come Manet, Toulouse-Lautrec, Gauguin scoprirono nelle xilografie giapponesi una freschezza e una semplicità di forme e colori che ricercavano da tempo per trasformare e rivoluzionare la loro modalità pittorica.
La collezione della Johannesburg Art Gallery, che già nel 1938 stava prendendo in considerazione lo sviluppo di una raccolta d’arte proveniente da Paesi asiatici, è cresciuta attraverso sia la donazione che l’acquisizione di circa 200 stampe giapponesi. Dal 1991 queste stampe non sono mai state mostrate al pubblico in un’esposizione di tale portata.
Catalogo Skira.

HOKUSAI, HIROSHIGE, UTAMARO. CAPOLAVORI DELL’ARTE GIAPPONESE
Pavia, Scuderie del Castello Visconteo (viale XI Febbraio, 35)
12 ottobre 2019 – 9 febbraio 2020

A Palazzo Zabarella di Padova, arriveranno Van Gogh, Monet, Degas della Mellon Collection

La Fondazione Bano prosegue il progetto espositivo finalizzato a presentare alcune delle collezioni private più prestigiose al mondo, divenute poi pubbliche.
Dopo la rassegna dedicata ai Joan Miró dello Stato portoghese e quella ai Paul Gauguin e gli Impressionisti dello Stato danese, che hanno portato a Padova oltre 250.000 persone, dal 26ottobre 2019 al 1° marzo 2020, Palazzo Zabarella ospita, in esclusiva per l’Italia, oltre 70 capolavori di Edgar Degas, Eugène Delacroix, Claude Monet, Pablo Picasso e Vincent van Gogh e altri, che celebrano Paul e Rachel ‘Bunny’ Lambert Mellon, due tra i più importanti e raffinati mecenati del Novecento.
La mostra, curata da Colleen Yarger, capo dipartimento ad interim e curatrice del catalogo della Mellon Collection, presenta una preziosa selezione di opere provenienti dalla Mellon Collection of French Art dal Virginia Museum of Arts, che copre un arco cronologico che dalla metà dell’Ottocento, giunge fino ai primi decenni del Novecento, compreso tra il Romanticismo e il Cubismo, passando attraverso la straordinaria stagione dell’Impressionismo.
Figlio dell’imprenditore Andrew Mellon, uomo tra i tre più ricchi d’America, banchiere e Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, anch’egli importante collezionista d’arte, che fu determinante per la nascita della National Gallery of Art di Washington nel 1937, Paul Mellon ha donato alla National Gallery oltre mille opere provenienti sia dalla collezione del padre che dalla propria.
I suoi studi a Yale e a Cambridge gli instillarono un grande interesse nei confronti dell’arte inglese, ma è solo dopo il matrimonio con Bunny Lambert, appassionata d’arte e convinta francofila, che i Mellon iniziarono ad acquistare capolavori d’arte francese.
Oltre donazioni alla National Gallery di Washington, i coniugi regalarono un importante nucleo di opere francesi al Virginia Museum of Fine Art di Richmond. E sono proprio queste opere d’arte francese che rispecchiano la personale sensibilità dei Mellon e il loro eccezionale gusto collezionistico, a essere esposte a Palazzo Zabarella.
La mostra si apre con Mounted Jockey (Fantino a cavallo) di Théodore Géricault e Young Woman Watering a Shrub (Giovane donna che annaffia un arbusto) di Berthe Morisot, che definiscono la genesi della raccolta dei due coniugi.
Da un lato, Paul Mellon era un amante dei cavalli e il fatto che Géricault fosse stato in Inghilterra per studiare le opere di George Stubbs, uno dei pittori di genere animale da lui preferiti, giocò un ruolo fondamentale nel suo interesse verso l’arte francese. Dall’altro, la passione della moglie Bunny si specchia nell’opera dell’artista francese che ritrae la sorella mentre si prende cura delle piante nella sua casa di famiglia, caratterizzata da un morbido tocco e dalle chiare tonalità cromatiche, che rafforza il piacere semplice della vita domestica.
Il percorso espositivo prosegue con alcuni esempi di arte francese a soggetto equestre, tra cui i ritratti di cavalli di Eugène Delacroix e Théodore Géricault e scene di competizioni ippiche di Edgar Degas, del quale viene esposta anche una serie di quattro sculture, e con i quadri di natura morta, ovvero di fiori, dipinti da maestri quali Alfred Sisley, Vincent van Gogh, Henri Fantin-Latour, Odilon Redon, che testimoniano la passione che Rachel Lambert Mellon coltivò per il giardinaggio e l’orticultura.
Parigi, per tutto il XIX secolo fu la città che maggiormente ispirò gli artisti. I lavori di van Gogh, Pierre Bonnard, Maurice Utrillo rivelano sia vedute famose che poco conosciute, luoghi di festa e scorci delle strade e dei vicoli della capitale francese, a cui i coniugi Mellon rimasero intimamente legati per tutta la loro vita.
La rassegna continua analizzando i quadri di figura umana e di ritratto. Qui s’incontrano dipinti di maestri quali Gustave Courbet, Edgar Degas, Claude Monet, Pierre-Auguste Renoir, Paul Cézanne e altri, in cui le persone non sono colte in pose formali, quanto in luoghi come le loro case, i loro giardini o in contesti sociali.
Il tocco impressionista, immediato e vibrante, era particolarmente adatto per cogliere gli effetti dell’acqua. Nella sezione dedicata a questo elemento, spicca A Man Docking His Skiff(Uomo che ormeggia la propria barca)di Gustave Caillebotte, nel quale l’artista rivela la sua grande capacità nel cogliere le macchie di luce e di ombra, senza dimenticare i dipinti diEugène Boudin, Édouard Manet, Berthe Morisot che ritraggono la vita sulle spiagge d’inizio secolo scorso.
Una delle passioni di Bunny Mellon era l’arredamento. Conosciuta come esempio di buon gusto, Bunny arredò le sue case con rigore e squisita raffinatezza, accogliendo ospiti come Elisabetta II d’Inghilterra, il Principe del Galles o l’amica Jacqueline Kennedy che la volle come sua consigliera per arredare le sue molte abitazioni. A Palazzo Zabarella, non possono quindi mancare opere di autori quali Felix Vallotton, Henri Matisse, Paul Gauguin, Raoul Dufy che propongono vedute d’interno.
Tra queste, si segnala The Chinese Chest of Drawers (La cassettiera cinese), capolavoro di natura morta cubista di Pablo Picasso, che rappresenta la volontà delle avanguardie di abbattere concetti e confini stilistici in cerca di nuove espressioni.
Il percorso conduce quindi il visitatore nella campagna francese per ammirare opere comeField of Poppies, Giverny (Campo di papaveri, Giverny) di Claude Monet, caratterizzato da una larga banda di colore rosso che divide lo sfondo dal primo piano, o come dipinti di piccole dimensioni di Georges Seurat, Kees van Dongen e Vincent van Gogh che trasformano il paesaggio rurale in una orchestrazione di atmosfera, energia e pura luce.
Chiude idealmente la mostra, una raffinata selezione di opere impressioniste, con due paesaggi di Monet, un ritratto di Renoir e una delle famose ballerine di Degas.

Padova, settembre 2019
VAN GOGH, MONET, DEGAS.
The Mellon Collection
of French Art from the Virginia Museum of Fine Arts
Padova, Palazzo Zabarella (via degli Zabarella, 14)
26 ottobre 2019 – 1° marzo 2020

A Jimmie Durham il Leone d’Oro alla carriera della 58. Biennale Arte di Venezia

Artista, performer, saggista e poeta, Jimmie Durham (Stati Uniti, 1940) ha partecipato a diverse edizioni della Biennale Arte (1999, 2001, 2003, 2005, 2013) e a varie mostre internazionali tra cui Documenta (1992, 2012), Whitney Biennial of New York (1993, 2003, 2014), la Biennale di Istanbul (1997, 2013) e molte altre mostre collettive.
Oltre alle personali in diversi musei del mondo – Hammer Museum di Los Angeles (2017-2018), MAXXI di Roma (2016), Serpentine Gallery di Londra (2015), Neuer Berliner Kunstverein (nbk) (2015), Fondazione Querini Stampalia di Venezia (2015), Museo Madre di Napoli (2008, 2012), Palais des Beaux-Arts a Bruxelles (1993), ICA di Londra – gli sono state dedicate delle retrospettive al Museum of Contemporary Art di Anversa (2012), al Musée d’Art moderne de la Ville de Paris (2009), al MAC di Marsiglia e al Gemeentemuseum a L’Aia (2003).
Nel 2017 una nuova retrospettiva della sua opera dagli anni ’70 ad oggi è stata esposta all’Hammer Museum a Los Angeles, al Walker Art Center a Minneapolis, al Whitney Museum of American Art a New York e al Remai Modern a Saskatoon.
Nel 2016 ha ricevuto l’Imperial Ring della città di Goslar (Goslarer Kaiserring) e nel 2017 il Premio Robert Rauschenberg.
Tra le sue pubblicazioni più note figurano due raccolte di saggi:A Certain Lack of Coherence (1993, Kala Press, London) e Waiting To Be Interrupted (2014 Mousse Publishing, Milano); e due libri di poesie:Columbus Day (1985, West End Press, Albuquerque) e Poems That Do Not Go Together (2012, Wiens Verlag and Edition Hansjörg Mayer).
Nel proporre questo nome Ralph Rugoff ha espresso la seguente motivazione:        «Ho indicato Jimmie Durham per il Leone d’oro alla carriera della 58. Esposizione Internazionale d’Arte per i notevoli risultati in campo artistico che ha raggiunto negli ultimi sessant’anni e, in particolare, per il suo modo di fare arte che allo stesso tempo sa essere critica, divertente e profondamente umanistica.
La prima personale di Durham, artista, performer, saggista e poeta, si tenne nel 1965 (forse, a questo punto, dovremmo assegnargli due premi alla carriera). La sua pratica eterogenea va dal disegno al collage, dalla fotografia al video, anche se le sue opere più note sono le costruzioni scultoree, spesso realizzate con materiali naturali e oggetti d’uso quotidiano di scarso valore che evocano storie particolari.
Le sue sculture sono spesso accompagnate da testi che commentano in modo scanzonato ma incisivo le prospettive e i pregiudizi eurocentrici. Il suo lavoro, che denuncia con insistenza i limiti del razionalismo occidentale e la futilità della violenza, si è soffermato spesso anche sull’oppressione e sui fraintendimenti perpetrati dai poteri coloniali ai danni delle diverse popolazioni etniche di tutto il mondo. Se da una parte Durham tratta questo materiale con grande abilità e leggerezza, dall’altra produce anche critiche taglienti cariche di perspicacia e arguzia, distruggendo con sagacia i concetti riduttivi di autenticità.
Da cinquant’anni a questa parte Durham trova modi sempre nuovi, intelligenti ed efficaci per far fronte alle forze politiche e sociali che plasmano da sempre il mondo in cui viviamo. Allo stesso tempo, i suoi contributi in campo artistico sono considerati eccezionali per la loro originalità formale e concettuale, per la disinvoltura con cui egli sa fondere tra loro parti dissonanti e prospettive alternative e per la loro irrefrenabile giocosità. Le sue opere ci commuovono e ci deliziano in modo del tutto imprevedibile. Tutto ciò che l’artista realizza ci ricorda che “l’empatia fa parte dell’immaginazione e l’immaginazione è il motore dell’intelligenza”, per citare le sue stesse parole. Quell’intelligenza profondamente empatica si irradia dalle sue opere come invisibili raggi di luce, che illuminano e cambiano il modo di vedere di tutti coloro che abbiano la fortuna di imbattersi in esse.»
Il riconoscimento a Jimmie Durham sarà consegnato sabato 11 maggio 2019 a Ca’ Giustinian, sede della Biennale di Venezia, nel corso della cerimonia di premiazione e inaugurazione della Biennale Arte 2019, che aprirà al pubblico nello stesso giorno alle ore 10.

Nota biografica
Jimmie Durham (Stati Uniti,1940) è un artista, poeta e scrittore che attualmente vive in Europa. Ha partecipato a numerose mostre internazionali tra cui l’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia (1999, 2001, 2003, 2005, 2013), Documenta (1992, 2012), Whitney Biennial of New York (1993, 2003, 2014), la Biennale di Istanbul (1997, 2013) e molte altre mostre collettive.
Oltre alle sue personali in diversi musei del mondo – Hammer Museum di Los Angeles (2017-2018), MAXXI di Roma (2016), Serpentine Gallery di Londra (2015), Neuer Berliner Kunstverein (nbk) (2015), Fondazione Querini Stampalia di Venezia (2015), Museo Madre di Napoli (2008, 2012), Portikus a Francoforte (2010), Palais des Beaux-Arts a Bruxelles (1993), ICA di Londra, Migros Museum di Zurigo – gli sono state dedicate delle retrospettive al Museum of Contemporary Art di Anversa (2012), al Musée d’Art moderne de la Ville de Paris (2009), al MAC di Marsiglia e al Gemeentemuseum a L’Aia (2003).
Nel 2017 una nuova retrospettiva della sua opera dagli anni ’70 ad oggi è stata esposta all’Hammer Museum a Los Angeles, al Walker Art Center a Minneapolis, al Whitney Museum of American Art a New York e al Remai Modern a Saskatoon.
Nel 2016 Jimmie Durham ha ricevuto l’Imperial Ring della città di Goslar (Goslarer Kaiserring) e nel 2017 il Premio Robert Rauschenberg.
Tra le sue pubblicazioni più note figurano due raccolte di saggi:A Certain Lack of Coherence (1993, Kala Press, London) e Waiting To Be Interrupted (2014 Mousse Publishing, Milano); e due libri di poesie:Columbus Day (1985, West End Press, Albuquerque) e Poems That Do Not Go Together (2012, Wiens Verlag and Edition Hansjörg Mayer).

I leoni di Biennale Teatro 2018: RezzaMastrella e Anagoor. Anzio e Castelfranco Veneto legati da…Sant’Antonio di Padova

Il Leone d’Oro e il Leone d’Argento sono stati assegnati dal presidente Paolo Baratta venerdì scorso, in Sala delle Colonne di Ca’ Giustinian (ex casinò municipale) in apertura del 46. Festival Internazionale del Teatro, alla coppia Rezza-Mastrella e alla compagnia Anagoor.
Alla coppia anziata (Anzio, patrono S. Antonio) è dedicato un ritratto attraverso gli spettacoli più recenti: “7 14 21 28, Fratto X, Anelante”, al gruppo teatrale castellano è stato invitato a presentare in prima assoluta “ORESTEA – Agamennone, Schiavi, Conversio”.
Il 46. Festival Internazionale del Teatro della Biennale di Venezia si svolgerà dal 20 luglio al 5 agosto 2018 con la partecipazione di molti giovani che si applicheranno in workshop condotti da esperti e noti attori-performer, oltre a seguire gli spettacoli anche da “dietro le quinte”. Una Biennale che si sta evolvendo verso un’Accademia (“College”) internazionale oltre ad essere palcoscenico per il lancio di opere artistiche e dei loro interpreti.
In passato il Leone d’Oro alla carriera per il Teatro era stato attribuito a Ferruccio Soleri (2006), Ariane Mnouschkine (2007), Roger Assaf (2008), Irene Papas (2009), Thomas Ostermeier (2011), Luca Ronconi (2012), Romeo Castellucci (2013), Jan Lauwers (2014), Christoph Marthaler (2015), Declan Donnellan (2016), Katrin Brack (2017).
Il Leone d’Argento, dedicato alle promesse del teatro o a quelle istituzioni che si sono distinte nel far crescere nuovi talenti, è stato attribuito in passato a Rimini Protokoll (2011), Angélica Liddell (2013), Fabrice Murgia (2014), Agrupación Señor Serrano (2015), Babilonia Teatri (2016), Maja Kleczewska (2017).

I leoni 2018
Oro: Antonio Rezza e Flavia Mastrella, ovvero RezzaMastrella
, un combinato artistico inimitabile nel panorama teatrale contemporaneo, sono i Leoni d’Oro alla carriera per il Teatro 2018;
Argento: la compagnia Anagoor, in pochi anni al centro dell’attenzione teatrale italiana ed europea, è il Leone d’Argento per il Teatro 2018. Lo ha stabilito il Consiglio di Amministrazione della Biennale di Venezia, presieduto da Paolo Baratta, facendo propria la proposta del Direttore del Settore Teatro Antonio Latella.

ANTONIO REZZA E FLAVIA MASTRELLA
Calcano le scene dal ’87 Antonio Rezza e Flavia Mastrella, l’uno performer-autore e l’altra artista-autrice, sempre firmando a quattro mani l’ideazione e il progetto artistico degli spettacoli, che hanno raggiunto un pubblico di fan ampio e soprattutto trasversale.
La motivazione: Antonio Rezza è “l’artista che fonde totalmente, in un solo corpo, le due distinzioni di attore e performer, distinzioni che grazie a lui perdono ogni barriera, creando una modalità dello stare in scena unica, per estro e a tratti per pura, folle e lucida genialità. Flavia Mastrella è l’artista che crea habitat e spazi scenici che sono forme d’arte che a sua volta Rezza abita e devasta con la sua strepitosa adesione; spazi che abita e al tempo stesso scardina, spazi che diventano oggetti che ispirano vicende e prendono vita grazia alla forza performativa del corpo e della voce di Rezza. Da questo connubio sono nati spettacoli assolutamente innovativi dal punto di vista del linguaggio teatrale”.

ANAGOOR
Fondata nel 2000 da Simone Derai e Paola Dallan, la compagnia Anagoor ha condotto un lavoro profondo sulla ricerca di un nuovo linguaggio attingendo a immagini e simboli che riconducono alla nostra memoria culturale.
La motivazione: “Il lavoro di Anagoor, mai privo di una potente estetica, riesce ad avere una funzione divulgativa rispetto a grandi tematiche; Anagoor non è mai popolare nella scelta dei testi, eppure lo è, nobilmente, nella restituzione artistica. Ciò che rende il loro lavoro a tratti concettuale ma anche profondamente artigianale è il fatto che non demandano a nessuno la scelta artistica, riuscendo come collettivo a realizzare tutto da soli, dalla scrittura del testo alla costruzione di scene e costumi sempre di grande impatto, a tal punto che i loro spettacoli sono programmati in molti teatri italiani e stranieri”.

CENNI BIOGRAFICI
Flavia Mastrella (Anzio, 1960) e Antonio Rezza (Novara, 1965) si occupano di comunicazione involontaria
. Hanno realizzato tredici opere teatrali (tra cui Pitecus, Io, Fotofinish, Bahamuth, 7-14-21-28, Doppia Identità, Fratto_X e Anelante) cinque film lungometraggi (tra cui Escoriandoli presentato a Venezia nel 1996, Delitto sul Po e Milano Via Padova e una serie sterminata di corto e medio metraggi. Nel 1991 presentano Barba e cravatta al Festival di Avignone. Flavia Mastrella si occupa inoltre di scultura, fotografia, video-scultura (ha esposto alla GAM, al Mambo e al PAN) e Antonio Rezza di letteratura pubblicando i suoi romanzi con Bompiani (Premio Feronia 2008 con Credo in un solo oblio). Tra il 1996 e il 1998 collaborano con Tele+ ideando la trasmissione Critico e Critici. Per RAI 3 hanno realizzato nel 2000 il programma Troppolitani. Nel 2008 ricevono il Premio Alinovi per l’arte interdisciplinare e pubblicano con Kiwido la prima raccolta video del loro cinema in bianco e nero Ottimismo democratico. Nel 2010 presentano a Madrid e a Palencia, Pitecus in lingua spagnola ed eseguono alcune azioni performative insieme agli Afterhours. Nel 2011 presentano 7-14-21-28 al Théâtre de la Ville di Parigi e nel 2013 al Theatre Center Na Strastnom di Mosca. Nel 2012, edito da Barbès, è uscito il libro – La noia incarnita, il teatro involontario di Flavia Mastrella e Antonio Rezza. Nel 2013 sono stati loro conferiti il Premio Hystrio e il Premio Ubu. Nel 2014 pubblicano con la casa editrice il Saggiatore Clamori al vento. Nel 2016 viene loro assegnato il Premio Napoli; nello stesso anno presentano al Teatro La Mama di New York Pitecus. Nel 2017 ricevono a Montecitorio l’attestato di Unicità nella Cultura e il Premio Ermete Novelli. Collaborano da diversi anni con TSI La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello e con la Fondazione Teatro Piemonte Europa.

La compagnia Anagoor è fondata da Simone Derai e Paola Dallan a Castelfranco Veneto nel 2000, configurandosi fin da subito come un esperimento di collettività.
Il loro primo palcoscenico è il Liceo Ginnasio Statale Giorgione, grazie ad un’dea di Patrizia Vercesi, docente titolare di materie classiche, che si adopera anche nella proposta laboratoriale formativa didattica. Filologia, storia dell’arte, architettura, arti visive, danza, musica, più a lungo, instancabile apprendistato teatrale: questa è la formazione dei giovani componenti di Anagoor. Progetto di politica teatrale (il nome, in onore alla città immaginaria di Buzzati “Le mura di Anagoor”, è scelto perchè nasce “Dall’amore dei suoi fondatori per la città”), nel 2008 inaugura a propria cura “La Conigliera”: recuperato da un allevamento cunicolo nell’aperta campagna veneta, è oggi spazio dedicato alla ricerca, fra percorsi di residenza, di formazione e rassegne. Il luogo, unico nel suo genere, è ubicato nel parco regionale delle sorgenti del Sile, in via Palù di Castelminio di Resana. Per arrivarci ci vuole un Gps, altrimenti si rischia di trovarsi in mezzo a campi di granturco e colza, pioppeti e qualche vigna. Come mai proprio lì e non nella città di Giorgione? La risposta è politica (espressione di lobby affaristiche) ma nello stesso tempo appartiene alla nostra storia, alle origini delle arcadie rinascimentali, al “Barco della Regina” (Altivole), alla “Villa dei Vescovi” (Torreglia), all’Odeo Cornaro (Padova). Solo che i nostri giovani artefici l’arcadia se la sono costruita da soli, con modestia ma con una sanguigna volontà di perfezionarsi nell’arte più antica al mondo. Dopo diciotto anni dalla fondazione e dieci dalla “sede agricola”, passando attraverso varie fasi di “significative emersioni teatrali regionali” il gruppo riesce a farsi notare dalla critica per originalità e “un qualcosa che altri non hanno”. Il mixing di discipline, l’essere non essere, la rievocazione storica con passaggi e flash di attualità, il velato attacco alla politica, la multimedialità quasi sempre presente, etichettano Anagoor come “un laboratorio artigianale, anzi concettuale-artigianale” in cui ogni attore, pur nel suo ruolo di “testimone-spettatore” si trasforma lui stesso con la danza, la recita e il canto in “attore principe”. Anagoor è una punta di diamante di un Veneto che si sta trasformando con velocità che potrebbe rischiare di rimanere ancorato al proprio passato di “rivoluzionari-carbonari, post sessantottini”.

Anagoor è diretto da Simone Derai e Marco Menegoni, ai quali si affiancano le presenze costanti di Patrizia Vercesi, Mauro Martinuz e Giulio Favotto, mentre continuano a unirsi artisti e professionisti che ne arricchiscono il percorso e ne rimarcano la natura di collettivo.
E’ un laboratorio continuo, aperto a professionisti e neofiti, “è l’alveo di una creazione aperta alla città e alle sue diverse generazioni, dove, in un tentativo strenuo di generare un’arte teatrale della polis, non trovano soluzione di continuità l’azione pedagogica nelle scuole, l’intervento sul territorio, il richiamo alla comunità, le produzioni della compagnia”.
Infatti, nasce da un liceo di provincia (autonomo solo dal 1959), forse uno dei primi tentativi di laboratorio “extra curriculare”, non un’esigenza sentita dalla collettività ma una precisa scelta della prof Patrizia Vercesi. Poi c’è il periodo universitario dei “fondatori” e come succede spesso in questo territorio, fare teatro significa “passione, volontariato, fai da te” però con la fortuna di avere accanto, dei genitori che ti sostengono, e delle capitali mondiali dell’arte: Venezia (La Fenice, La Biennale, Iuav, Ca’ Foscari), Verona (Arena, Filarmonico), Vicenza (Teatro Olimpico, Fondazione Palladio), Padova (Orto Botanico, Odeo Cornaro, Scrovegni di Giottto) e di una miriade di luoghi e beni artistici che fa spavento. Una regione che ha il più alto numero di siti Unesco in Europa.
Il teatro di Anagoor risponde a un’estetica iconica sui generis, abbraccia diversi formati finali dove performing art, filosofia, letteratura e scena ipermediale s’incrociano, alla ricerca di coinvolgere un pubblico che può essere vario e “permeabile” nel recepire i messaggi o i monologhi. Bisognerebbe sapere se tutti gli spettatori hanno la pazienza di ascoltare (capire non è per tutti) e di percepire i racconti recitati, i messaggi lanciati. Su degli schermi scorrono i sottotitoli in lingua inglese, forse sarebbe utile di farlo anche in francese e in italiano. L’audio dei teatri non è sempre perfetto e a volte il suono supera quello della voce del recitante. La storia si ripete, le guerre non cambiano l’orrore, lo strazio, eppure siamo ancora qui.

Fra gli spettacoli: *jeug- (2008); Tempesta (2009), segnalazione speciale al Premio Scenario; Fortuny (2011); L.I. Lingua Imperii (2012), tra gli spettacoli vincitori del Music Theatre NOW 2015; Virgilio Brucia (2014); Socrate il sopravvissuto / come le foglie (2016) candidato ai Premi Ubu come spettacolo dell’anno.
Nel 2012 la compagnia approccia il teatro musicale con il film-concerto Et manchi pietà, a cui fanno seguito due regie d’opera: nel 2013 Il Palazzo di Atlante di Luigi Rossi (1642), presentato alla Sagra Musicale Malatestiana di Rimini, e nel 2017 Faust di Charles Gounod, produzione del Teatro Comunale di Modena, Teatro Valli di Reggio Emilia e Teatro Municipale di Piacenza.

Fra i premi ricevuti: il premio “Jurislav Korenić” a Simone Derai come miglior giovane regista al 53.Festival MESS (2012), il Premio Hystrio – Castel dei Mondi (2013), il Premio ANCT per l’innovativa ricerca teatrale, il premio HYSTRIO alla regia (2016) e il Premio ReteCritica.
Dal 2008 Anagoor ha la sua sede nella campagna trevigiana, presso La Conigliera, allevamento cunicolo convertito in atelier e dal 2010 fa parte del progetto Fies Factory di Centrale Fies – art work space.

Repertorio foto:
Andrea Avezzù (Biennale, consegna Leoni); foto di scena di Giulio Favotto (Anagoor); Angelo Miatello (cronaca)
Danila Dal Pos abbraccia Simone dietro le quinte; Jeanne Belhumeur (cronista) e Flavia Fossa Margutti (Biennale Pubishing) in sala delle Colonne; Mamma e papà di Simone Derai, piano terra Ca’ Giustinian; Nardi (Ansa) intervista Latella (direttore Teatro), accanto Emanuela Caldirola (Biennale Comunicazione); il presidente P. Baratta conversa con L. Colombo (Rai 3); l’assessore Corazzari tra Derai e Menegoni (Anagoor).
Un grazie all’Ufficio stampa della Biennale, Emanulea Caldirola e Elsa Dubois.

Venezia: La Scuola nella Città: da venerdì 6 luglio mostra “Storie di moda” Scuola Grande San Giovanni evangelista

Da venerdì 6 luglio 2018 la Scuola Grande San Giovanni evangelista ospiterà, nella Sala Guarana, l’esposizione“Storie di moda” sulla moda veneziana ideata e realizzata da Francesco Briggi, sarto e costumista. L’evento è organizzato dall’Atelier Pietro Longhi in collaborazione con Scuola Grande San Giovanni Evangelista di Venezia.
La mostra resterà aperta da mercoledì a domenica con orario 9.30-14/14.30-17.15. Ultimo ingresso ore 16.45. Ingresso a pagamento: 8 euro per la visita alla sola mostra, 15 euro per la visita alla mostra e al complesso monumentale della Scuola Grande.
Dopo un anno passato fra gli appartamenti privati di Palazzo Nani Bernardo, gli abiti dell’Atelier Pietro Longhi tornano ospiti dell’ente cittadino che per primo riconobbe il valore formativo e culturale della moda. Già nel 2005 l’intero corteo dogale trovò spazio nel Salone San Giovanni e oggi, in una sala recentemente restaurata e aperta al grande pubblico, la moda racconterà la storia della Scuola Grande San Giovanni Evangelista. Diciotto manichini rappresenteranno i passaggi storici più significativi della Scuola, la cui storia è strettamente connessa a quella della città di Venezia.
Si sarà accolti da un manichino che indossa l’abito di un crociato a ricordare la fondazione della Scuola avvenuta nel 1261 e a seguire, una dama del 1300, periodo in cui Venezia getta le basi del proprio impero economico e nel quale la Scuola acquisisce la preziosa Reliquia della Vera Croce (donata nel 1369 dal cavaliere francese Philippe de Mezières). Dal Medioevo dunque si passa al Rinascimento, quando Gentile Bellini rappresenta in un suo dipinto, la Regina Caterina Cornaro che assiste ad uno dei miracoli della Vera Croce. Al centro del grande telero del 1500, il reliquiario che ancora oggi si può ammirare nell’Oratorio della Croce, a pochi metri dall’esibizione, visibile nel percorso museale completo di visita all’intero complesso monumentale della Scuola Grande San Giovanni Evangelista. Due manichini dunque, uno che riproduce l’abito indossato dalla Regina Cornaro ed uno di foggia maschile, che ben riassume il modo particolare di vestire dei giovani veneziani che abbandonarono gabardine e gonnellini per sfoggiare calzabrache e farsetti.
Numerosi gli architetti, scultori e artisti che lavorarono presso la Scuola. Solo per citarne alcuni: Mauro Codussi, i fratelli Lombardo, Andrea Michieli, Palma il Giovane, Tiziano. A ricordare e sottolineare il fervore artistico di quel tempo, una riproduzione di un abito raffigurato dal Veronese (la dama col guanto) ed un uomo in tipico abito rinascimentale, preso sempre da un ritratto del Veronese, realizzato in velluto nero, il tipico colore degli artisti e degli uomini dotti del Rinascimento.
Nella seconda metà del 1600 la relativa serenità della confraternita portò a non avere grandi evoluzioni per l’edificio e questo viene rappresentato dai due abiti la cui  moda è di pesante influenza francese, quasi a mostrare come a Venezia non ci fosse più creazione endemica di arte.
A partire dal 1727 inizia invece il radicale restauro delle strutture murarie del Salone capitolare e una diligentissima cura dei dettagli, sotto la direzione dell’architetto Giorgio Massariri. La luce, caratteristica principale dell’arte del rococò veneziano, fa il suo ingresso dirompente all’interno del salone. Un rialzo di 5 metri progettato dal Massari crea spazio per 12 grandi finestre ovali che illuminano  a fasci il pavimento in marmi policromi, unicum fra le Scuole grandi veneziane, caratterizzate da saloni tendenzialmente più bui.
Esso riprende nella decorazione il complesso impaginato del soffitto, che accoglie grandi tele, fra le quali trovano spazio i colori che hanno reso celebre il barocco veneziano, quelli del Tiepolo.
E’ in questo periodo che nasce la sala che accoglierà la mostra, decorata con un prezioso affresco e  numerosi stucchi attribuiti a Jacopo Guarana.
Nel 1806, anno rappresentato dal leggero abito in seta rigata da donna, la Schola dovette affrontare uno dei periodi più difficili, poiché pur essendo una confraternita laica, non fu salvata dalla soppressione napoleonica. Le preziose opere del Bellini e del Carpaccio furono demanializzate e la reliquia destinata alla fusione. Sotto la dominazione austriaca, già nel 1814 la Scuola fu destinata a pubblico magazzinoe nel 1856 su iniziativa di Gaspare Biondetti Crovato, l’edificio della Scuola venne riacquistato da 83 benemeriti imprenditori privati che ne evitarono la demolizione.
Nella seconda metà dell’800 dunque la Scuola rinasce, e con essa le sue raffigurazioni, quando con orgoglio i confratelli mostrano quanta bellezza si fosse generata nel cuore di Venezia grazie all’amore e la fede dei veneziani. Per questo motivo, riprendendo un piccolo quadro ottocentesco, abbiamo portato in mostra abiti femminili e maschili che rappresentano una svolta non solo per la storia della Scuola, ma anche per la moda. L’uomo indossa una finanziera che potrebbe benissimo essere indossata oggi, a mostrare come la moda maschile abbia finito oltre un secolo fa di seguire grandi sconvolgimenti, mentre la donna continua con la sua sperimentazione. Accanto alla coppia ottocentesca, una dama della fine del secolo, indossa un prezioso abito che mostra come Venezia ricominci ad essere meta del turismo internazionale.
Ma è col 1910 che Venezia torna al suo periodo di fulgore, qui rappresentato dalla donna che salvò la cultura del merletto veneziano, la Contessa Marcello, moglie del confratello che negli anni quaranta, con grande coraggio, per salvare la reliquia dalle razzie e dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, la nascose in un luogo segreto sino alla fine della guerra, conservando il nascondiglio a costo di rischiare la propria vita.
Una lunga storia quindi, quella della moda veneziana, strettamente connessa alla storia della Serenissima che è stata scritta in ogni pietra e mattone che costituiscono la Scuola Grande San Giovanni Evangelista.
Per questo motivo la preziosa collaborazione fra una delle istituzioni più antiche della città e l’Atelier Pietro Longhi, azienda che della ricerca e capacità artigianale ha fatto la sua cifra distintiva, porterà ad una nuova chiave di lettura della storia della città.

Ecco la cinquina finalista del 23.Campiello Giovani: Alma Di Bello, 18 anni di Blevio (CO), Vincenzo Grasso, 20 anni di Catania, Alessio Gregori, 21 anni di Monterotondo (RM), Lorenzo Nardean, 20 anni di San Donà di Piave (VE), Elettra Solignani, 17 anni di Verona

Provengono 1 dal Lazio, 1 dalla Lombardia, 1 dalla Sicilia e 2 dal Veneto
È stata selezionata oggi a Verona la cinquina finalista della 23^ edizione del Campiello Giovani, concorso letterario rivolto ai ragazzi tra i 15 e i 22 anni, organizzato dalla Fondazione Il Campiello – Confindustria Veneto.
I cinque finalisti sono: Alma Di Bello, 18 anni di Blevio (CO) con il racconto Blackout, Vincenzo Grasso, 20 anni di Catania, con il racconto Bestiario familiare, Alessio Gregori, 21 anni di Monterotondo (RM) con il racconto Feromoni, Lorenzo Nardean, 20 anni di San Donà di Piave (VE) con il racconto Natura morta,Elettra Solignani, 17 anni di Verona con il racconto Con i mattoni.
I racconti sono stati scelti dal Comitato Tecnico composto da Giuliano Pisani, Giulia Belloni e Licia Cianfriglia.
L’annuncio della cinquina è avvenuto durante uno spettacolo al Teatro Nuovo di Verona, organizzato in collaborazione con Confindustria Verona, che ha visto protagonisti i 25 semifinalisti di questa edizione del Campiello Giovani. A condurlo i comici di Zelig Federico Basso, Davide Paniate, Gianni Cinelli e Alessandro Betti, che hanno coinvolto i ragazzi e intrattenuto il pubblico – numerosi studenti delle scuole superiori del Veneto e di altre regioni, rappresentanti del mondo dell’impresa e delle istituzioni scolastiche – tra spaccati di musica, ballo e recitazioni teatrali.
Hanno animato lo spettacolo gli allievi della Scuola di teatro del Teatro Nuovo di Verona preparati da Elisabetta Tescari e le performance hip pop dei ragazzi di “Le Petit Pas” e “Soul Project” con le coreografie di Omar Vanzo.
Matteo Zoppas, Presidente della Fondazione Il Campiello e di Confindustria Veneto ha dichiarato: “Il Campiello Giovani è un’iniziativa unica nel suo genere che mi rende orgoglioso e sono felice di rappresentare la classe imprenditoriale veneta che da sempre investe attraverso il Campiello nella crescita culturale del Paese e che, con il Campiello Giovani, offre spazio alla creatività e al talento dei ragazzi contribuendo così alla loro formazione. Investire nei giovani è fondamentale, perché rappresentano il nostro futuro e perché solo il loro entusiasmo e il loro impegno può garantire la continuità di quanto viene seminato oggi. È per questo motivo che quest’anno abbiamo delegato il Campiello Giovani ai Giovani Imprenditori del Veneto, coinvolgendo anche tutta la rete nazionale dei Giovani Imprenditori.  Questo fa sì che il Campiello Giovanni possa beneficiare della squadra nazionale e che, al contempo, i Giovani Imprenditori possano contribuire direttamente a un Premio così importante.”
Eugenio Calearo, Presidente dei Giovani Imprenditori del Veneto ha commentato: “Voglio complimentarmi con tutti i 25 semifinalisti per essere arrivati fino a qui portando a termine un’impresa importante. Oggi sono stati selezionati 5 semifinalisti e alla serata della finale si sarà un solo vincitore. Per essersi messi in gioco con determinazione, maturità, e consapevolezza di sé, però, questi ragazzi si possono considerare tutti dei “vincenti”. Tra le più importanti attività che come Giovani Imprenditori portiamo avanti, di particolare rilievo è quella che coinvolge, per l’appunto i giovani, attraverso la scuola e l’università; il campiello Giovani rientra tra queste attività ed il nostro impegno è rivolto a diffonderlo sempre di più.”
Davide Zorzi, Presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria Verona, ha sottolineato: ““Il Campiello Giovani è un progetto educativo capace di promuovere tra gli studenti l’importanza della lettura e la passione per la scrittura. Il libro è introspettivo e aiuta alla riflessione. Un libro, come diceva Flaiano, ‘sogna’ e come imprenditore non posso che essere un sostenitore del libro perché il sogno è la materia prima dell’imprenditore. E’ la scintilla che accende l’idea che diventa progetto concreto in un’impresa, un prodotto e un servizio. E questi ragazzi sono come dei Giovani Imprenditori sono partiti da un’idea e l’hanno concretizzata in un racconto per tutti”.

Venetia Mundi Splendor. Musica e politica a Venezia tra Medioevo e Umanesimo

Presentazione del CD realizzato dall’Ensemble Oktoechos
con la direzione di Lanfranco Menga per Tactus
Venezia, Palazzo Ducale
Chiesetta del Doge
Lunedì 13 novembre 2017 ore 16.00

Ingresso su invito, fino a esaurimento dei posti disponibili
Lunedì 13 novembre, alle ore 16, nel suggestivo scenario della Chiesetta del Doge di Palazzo Ducale, si terrà la presentazione del CD Venetia Mundi Splendor Musica e politica a Venezia tra Medioevo e Umanesimo realizzato dell’Ensemble Oktoechos con la direzione di Lanfranco Menga per Tactus.
L’evento, che si svolge in collaborazione tra la Fondazione Musei Civici di Venezia e la Fondazione Ugo e Olga Levi, prevede l’esecuzione di sei brani della raccolta , esemplificativi di tutto il periodo preso in considerazione e sarà preceduto da una discussione sul tema tra Gherardo Ortalli dell’Università Ca’ Foscari e Luisa Zanoncelli della Fondazione Ugo e Olga Levi.
Il disco ripropone un programma di musiche ‘veneziane’ inserite nel Festival ‘Lo spirito della musica di Venezia’ commissionato nel 2013 dal Teatro La Fenice di Venezia ed ulteriormente integrato per l’occasione secondo lo stile esecutivo che ha sempre caratterizzato l’Ensamble Oktoechos.
Si tratta di una raccolta di mottetti celebrativi scritti da musicisti italiani e di origine fiamminga nel periodo tra metà Trecento e metà Quattrocento per eventi ufficiali legati a personaggi politici e religiosi della Repubblica. Le composizioni confermano, dal punto di vista storico, il rilievo della musica nella vita pubblica di Venezia e la sua tradizionale funzione di solennità e magnificenza, e mettono in luce l’evolversi del mottetto: l’intensificarsi della complessità della struttura, in linea con il comune linguaggio europeo, insieme a specificità italiane, quali l’assenza del cantus firmus pre-esistente e stilemi derivanti da altre forme come il madrigale e la ballata.
Da sottolineare l’eccezionale contesto in cui si svolgerà l’evento, particolarmente indicato in riferimento sia alle musiche sia al periodo scelto, ovvero la splendida Chiesetta del Doge di Palazzo Ducale, collocata fin dal 1586 nella “Sala delle Teste” al terzo piano di Palazzo Ducale.
Nata su progetto di Vincenzo Scamozzi, che creò un ambiente luminosissimo, ampliato dai trompe l’oeil degli affreschi a parete, dotato di un sontuosissimo altare ornato di marmi preziosi ed elementi bronzei ove venne collocata una Madonna con il Bambino e quattro angeli di Jacopo Sansovino e collaboratori, la chiesetta si arricchì nel Settecento di affreschi allegorici sulle pareti e sul soffitto affidati a Jacopo Guarana e ai pittori quadraturisti Girolamo e Agostino Mengozzi Colonna.
Questo ambiente, insieme all’attigua Antichiesetta, rappresenta il fulcro di uno straordinario itinerario storico-artistico ideato dalla Fondazione Muve alla scoperta de “I tesori nascosti del Doge” nei luoghi riservati alla massima carica dello stato veneziano, situati nell’ala di Palazzo Ducale contigua alla Basilica di San Marco.
Proprio in Basilica, l’antica cappella palatina del Doge, si svolgevano in quell’epoca tutte le più importanti cerimonie a carattere politico-religioso, confermando quanto tramandato nelle cronache che esaltano la potenza di Venezia: “ dove i mercanti erano re, dov’è San Marco, dove i Dogi erano usi sposare il mare con l’anello”, in riferimento alla famosa cerimonia dello Sposalizio del mare nel giorno dell’Ascensione, in cui si esaltava la potenza navale della Serenissima.
Il programma:
Anonimo, forse Francesco Landini, Marce, Marcum imitaris
Mottetto a 3 voci per il Doge Marco Corner (1365)
Johannes Ciconia, Venetia, mundi splendor / Michael cui Steno domus
Mottetto a 3 voci per il Doge Michele Steno (1400)
Antonio Romano, Stirps Mocenico / Ducalis sedes
Mottetto a 4 voci per il Doge Tommaso Moncenigo (1413)
Hugo de Lantins, Christus vincit
Mottetto a 3 voci per il Doge Francesco Foscari (1423)
Cristoforo De Monte, Plaude, decus mundi
Mottetto a 4 voci per il Doge Francesco Foscari (1423)
Guillelmi Dufay, Ecclesiae militantis
Mottetto a 5 voci per Gabriele Condulmer, Papa Eugenio IV (1433)
Interpreti:
Le voci di Eugenia Corrieri, Lisa Friziero, Milli Fullin, Claudia Grimaz, Marija Jovanovic dirette dal Maestro Menga.
Ingresso dalla Porta della Carta, su invito, fino a esaurimento dei posti disponibili.
Per il ritiro degli inviti rivolgersi alla Fondazione Levi dal lunedì al venerdì
dalle 9.00 alle 16.00 T + 39 041 786777 – info@fondazionelevi.it

Genève: Journée portes ouvertes à l’Institut (IUHEI)

Vendredi 03 novembre 2017 – samedi 04 novembre 2017

Journée portes ouvertes à l’Institut

à l’occasion de la réunion annuelle des alumni

Maison de la paix, chemin Eugène-Rigot 2
1202 Genève

Vendredi 3 novembre 2017

18:30 – 20:00 Table ronde
What future for the UN?

  • Liliana Andonova, Professor of International Relations/Political Science, The Graduate Institute, Geneva (moderator)
  • Laura Thompson (alumna), Deputy Director General, International Organization for Migration
  • Charlotte Lindberg Warakaulle, Director for International Relations, European Organization for Nuclear Research
  • Yves Daccord, Director General, International Committee of the Red Cross

Samedi 4 novembre 2017

13:00 Visite du Campus de la paix
Stands présentant des initiatives d’étudiants de l’Institut
14:00 – 15:15 Table ronde
L’union européenne et la crise des réfugiés: entre rhétorique et réalité

  • Vincent Chetail (alumnus), professeur de droit international et directeur du Centre Migration, IHEID, (modérateur)
  • Julie Melichar (alumna), co-fondatrice de l’initiative étudiante Migration
  • Alessandro Monsutti, professeur d’anthropologie et sociologie, IHEID
  • Giulia Raimondo, doctorante en droit international
15:30 – 16:45 Table ronde
L’Afrique: les défis de 2050

  • Gilles Carbonnier, professeur d’économie internationale, IHEID, (modérateur)
  • Anne Bennett (alumna), Programme Manager, Sub-Saharan Africa Division, Geneva Centre for the Democratic Control of Armed Forces
  • Mohammad-Mahmoud Ould Mohamedou, professeur d’histoire internationale, IHEID
  • Innocent Badasu, étudiant d’échange, Université du Ghana
17:00 – 18:15 Table ronde
North Korea: a challenge to global security

  • Keith Krause, Professor of International Relations/Political Science, The Graduate Institute, Geneva, (moderator)
  • Sungmin Rho, Assistant Professor of International Relations/Political Science, The Graduate Institute, Geneva
  • Jin Sun, PhD Candidate in Anthropology and SociologyLa cafétéria située dans la Maison de la paix sera ouverte le samedi 4 novembre de 12h00 à 14h30.

http://docs.google.com/forms/d/e/1FAIpQLSfXsKZ_vnGCOXwYLacP9UN5myZnmmgPxQH4yh2tLrl5yESxew/viewform

La scena di Mariano Fortuny a cura di Maria Ida Biggi, Claudio Franzini, Cristina Grazioli, Marzia Maino

Atti del Convegno Internazionale di Studi
(Padova – Venezia, 22 -23 novembre 2013)
a cura di Maria Ida Biggi, Claudio Franzini,
Cristina Grazioli, Marzia Maino
(Bulzoni Editore, Roma, 2017)

Presentazione del volume
Venezia, Museo Correr – Salone da Ballo
Giovedì 26 ottobre 2017, ore 17
Intervengono
Doretta Davanzo Poli, Elena Tamburini
Modera
Gabriella Belli, Direttore Fondazione Musei Civici di Venezia

Giovedì 26 ottobre, nel Salone da Ballo del Museo Correr, verrà presentato il volume ‘La scena di Mariano Fortuny’ – a cura di Maria Ida Biggi, Claudio Franzini, Cristina Grazioli, Marzia Maino (Bulzoni, 2017) – che raccoglie gli atti del convegno svoltosi tra Venezia e Padova nel novembre 2013, nell’ambito del Progetto di Ateneo ‘Atlante Fortuny’, promosso e finanziato dall’Università degli Studi di Padova – Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari, in collaborazione conla Fondazione MuseiCivici di Venezia – Museo Fortuny e l’Istituto per il Teatro e il Melodramma della Fondazione Giorgio Cini.
Mariano Fortuny (1871-1949), spagnolo cosmopolita e veneziano d’adozione, occupa una posizione ancora marginale all’interno della storiografia teatrale. Se la sua opera ha ricevuto una non trascurabile attenzione nell’ambito delle diverse arti (dalla pittura alla fotografia, dal design alla creazione tessile), la figura dell’artista teatrale non è stata oggetto di una considerazione corrispondente allo spessore e alla complessità della sua concezione artistica.
Il convegno ‘La scena di Mariano Fortuny’ – organizzato da Fondazione Musei Civici di Venezia – Museo Fortuny, Fondazione Giorgio Cini – Istituto per il Teatro e il Melodramma, Università degli Studi di Padova – Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari e Università Ca’ Foscari di Venezia – Dipartimento di Filosofia e Beni Culturali – del quale si presentano gli atti, è nato da questa esigenza, unita alla necessità di collocare la sua estesa ricerca in ambito spettacolare e, in particolare, la sperimentazione sulla luce come fattore determinante per le poetiche di rinnovamento della concezione scenica, nel contesto più ampio del teatro del suo tempo ed entro una dimensione europea.
Gli studi raccolti nel volume dimostrano come il suo nome ricorra costantemente entro la cultura teatrale dell’epoca e come il variegato universo “Fortuny” irradi dalla cultura sfaccettata e cosmopolita dell’artista, in contatto con personalità illustri quali Gabriele D’Annunzio, Eleonora Duse, Adolphe Appia, Hugo von Hofmannsthal, Max Reinhardt e Ruth Saint-Denis, per non citarne che alcuni.
Il panorama che qui si offre è stato delineato secondo un’ottica transdisciplinare, interpellando studiosi con competenze diverse (dalle arti performative, alla storia dell’arte, della fotografia, della letteratura), nel tentativo di far convergere l’analisi dei molteplici interessi e ambiti d’azione dell’artista verso il mondo della creazione scenica.
Doretta Davanzo Poli è storica dell’arte e paleografa. Ha diretto la biblioteca-tessilteca del Centro Internazionale delle Arti e del Costume di Palazzo Grassi a Venezia (1973-80) e, per oltre vent’anni, è stata docente di Storia dell’abbigliamento e dell’Arte tessile, prima all’Università degli Sudi di Udine, poi all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha curato oltre settanta mostre, e relative pubblicazioni, dedicate a tessuti, costumi, merletti e ricami a Venezia, Roma, Berlino, New York, Londra, Pechino e San Pietroburgo. Autrice di centinaia di saggi e monografie, ha schedato migliaia di tessili e partecipato a ricognizioni scientifiche. E’ membro del CIETA di Lione e dell’Ateneo Veneto di Venezia.
Elena Tamburini ha costantemente insegnato Organizzazione dello spazio teatrale e Iconografia teatrale all’Università di Bologna e si è sempre occupata degli aspetti visivi e di cultura materiale del teatro. Tra i suoi libri: Scenotecnica barocca. “Costruzione dei Teatri e Macchine teatrali” di Fabrizio Carini Motta (1688) e “Pratica delle machine de’ Teatri” di Romano Carapecchia (1689) apparsi nel 1994; Due teatri per il Principe. Studi sulla committenza teatrale di Lorenzo Onofrio Colonna (1659-1689) pubblicato nel 1997; Il quadro della visione. Arcoscenico e altri sguardi ai primordi del teatro moderno nel 2004; Gian Lorenzo Bernini e il teatro dell’Arte nel 2012; Culture ermetiche e commedia dell’Arte. Tra Giulio Camillo e Flaminio Scala nel 2016. Numerosi altri studi sono apparsi in riviste.

Giovedì 27/10 le trame di Giorgione al taglio del nastro

In Casa Museo Giorgione i preparativi sono quasi finiti, manca qualche dettaglio ma tutto sembra andare secondo il programma stabilito con il Comune di Castelfranco Veneto. Due conferenze stampa, un’uscita alla Mostra del Cinema, quattro lanci di agenzia, i cartelloni pubblicitari su tutte le strade del Veneto Orientale, 450 inviti per l’inaugurazione dovrebbero bastare per un avvio alla grande. Certo non siamo di fronte alla macchina di Marco o a quella più complessa di Maurizio che partono sempre con “prenotazioni garantite”, la mostra di Danila Dal Pos dovrebbe comunque piazzarsi bene. Curiosità e affinità saranno i fili conduttori delle trame, intese come tessuti, sono quelle indossate dagli uomini e dalle donne in mostra, personalità ritratte dai grandi artisti cinquecenteschi di area veneta. L’idea sposata da molti che hanno contribuito alla riuscita dell’ambizioso progetto fa riferimento al territorio della Serenissima che, all’epoca, estendeva il suo dominio tra il Mediterraneo orientale e il territorio bresciano che ancora conserva qualche leone con il vangelo aperto. Sono in mostra ritratti di uomini e donne di classe sociale medio-alta che al tempo manifestava gioia o sfidava chi lo osservasse per il suo modo di porsi: austero, gaio, emblematico, romanticamente innamorato. Sono chianmati ad esporre Giovanni Bonconsiglio, Pier Maria Pennacchi, Vincenzo Catena, Francesco Bissolo, lo stesso Giorgione, Giovanni Cariani, Tiziano Vecellio, Lorenzo Lotto, Andrea Previstali, Bartolomeo Veneto, Bernardo Licinio, Domenico Capriolo, Jacopo Bassano, Paolo Veronese, Giambattista Tiepolo. Nei ritratti a mezzo busto si vedono  degli abiti realizzati con tessuti e complementi molto costosi. Per testimoniare status symbol, raffinatezza e capacità di spesa, in un mondano trionfo dell’apparenza. Accanto ai ritratti, come in tutte le sezioni della mostra, preziosi esemplari di tessuti d’epoca. Anche nel nucleo successivo dedicato al Seicento, il lusso si pone come fattore di distinzione identitaria, quel lusso che consiste da sempre nell’impiego di materiali e di manifatture di grande pregio e di altissimo costo. L’ultimo nucleo a raccontare la storia della manifattura tessile veneziana, in un percorso ancora una volta sviluppato tra arte e raffinato artigianato, è quello dedicato al ‘700. Qui, ancora accanto ai ritratti, viene esibita la prestigiosa collezione tessile settecentesca del Duomo di Castelfranco, insieme con abiti, corpetti, guanti e borsette dell’epoca, provenienti da Palazzo Mocenigo a Venezia. La commistione tra sacro e profano è più apparente che reale. Spesso infatti le sontuose vesti dismesse dalle grandi dame finivano con l’essere portate sull’altare sotto forma di piviali o pianete, intessute di fili di seta e oro.

Appuntamento dunque a giovedì 26 ottobre per l’inaugurazione pubblica in programma al Teatro Accademico alle ore 17,00. Affrettatevi a prenotare un posto in teatro.