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La mostra a volo di drone. Villa Manin e l’Avanguardia Russa

Un modo nuovo per comunicare con l’occhio vigile del professore che lavora a fianco dei suoi ragazzi piloti-cineoperatori per un giorno d’avanguardia a villa Manin di Passariano del Friuli. Potrebbe essere questo il dispaccio per gli addetti ai lavori.
Dopo il risultato straordinario di ascolti per le video-interviste alla signora Aliki Costakis e al soprintendente prof. Piero Colussi durante la vernice stampa “Avanguardia russa. Da Malevic a Rodcenko” della Collezione George Costakis, proponiamo ora una serie di fermo-immagini del momento culturale. Parlare di “Avanguardia russa a Villa Manin” significa porre l’accento sulla capacità e passione che un un signore, senza tante risorse, è riuscito a collezionare opere e frammenti di un periodo fondamentale per la storia dell’arte contemporanea europea ma che poteva facilmente “annientarsi” o sparire nel nulla. Ieri come oggi dei giovani tentano di provare nuove strade, con una differenza: “la follia non per distruggere ma per migliorare”.
Il drone c’è ma non si vede, anzi viene svelato solo alla fine, quale oggettino con eliche che sorvola a distanza ravvicinata e teleguidato da un adolescente che ha una dimestichezza epidermica con lo smartphone.
Il sorriso innato di Antonella Lacchin, dell’ufficio stampa Villaggio Globale, chiude con serenità e fiducia le sequenze scelte dalla regia. Anzi sembra cogliere dalla sua espressione solare un auspicio che questo progetto iniziato con la Bellona-Minerva di Paolo Caliari detto il Veronese del 1550 traslocata in una palestra liceale va sostenuto e ampliato. Inquietante lo sguardo femminile di una giornalista ma non meno intrigante dei tanti sguardi che i fotoreporter volante e fisso da varie postazioni siano riusciti a cogliere. Lo spirito è quello della curiosità. Il luogo maestoso e i cielo azzurro.
Il progetto si avvale della collaborazione di Angelo Miatello e Rosanna Bortolon, promoter dell’iniziativa che va sotto il titolo di “Journalism Drone per la Scuola“. Mentre per la parte didattica-formativa sono intervenuti i professori Daniele Pauletto e Nazzareno Bolzon dell’Ipsia di Castelfranco Veneto con i loro stagisti. L’idea appunto sarebbe quella di coniugare liceali di diverse scuole.

Progetto pilota della Grande Guerra: si inizia con il soldato Hemingway raccontato da Briguglio

Emilio Briguglio al Liceo Giorgione di Castelfranco Veneto
Emilio Briguglio al Liceo Giorgione di Castelfranco Veneto
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Giuseppe Ceccon, ds Liceo Giorgione

(di A. Miatello)
Un film su Ernest Hemingway fatto da un “veneto” è l’aspetto più interessante che più ci incuriosisce. Abituati ai registi di ben altre regioni, da alcuni anni anche noi ne abbiamo di validi, anzi universalmente riconosciuti: Ermanno Olmi, Mazzacurati, Andrea Segre, Tinto Brass, Pier Paolo Pasolini. I tempi sono cambiati anche se, come vedremo, non è così facile trovare finanziatori e sviluppare una rete distributiva. La Regione potrebbe fare di più?
Un caso a parte è il medico chirurgo Emilio Briguglio, con la passione viva del teatro “lo praticavo fin da piccolo, quando mia madre mi fece salire sul palco per cantare I Watussi”, che già tre anni fa con “L’appello” gli fu tributato un grande successo all’estero. Da tre anni Briguglio lancia alla Mostra del Cinema di Venezia un nuovo film, dal biografico: “Gitta Shilling. Bellezza senza tempo” una super modella di Vogue, al sociale: “We are here. Voci dal Nordest italiano”, interamente con un cast di ragazzi con problemi”, settore in cui si sente molto a suo agio. Per tanti anni primario del Pronto soccorso all’Ulss di Cittadella, di casi estremi ne ha visti passare.
Regista e film significa avere un quadro più completo perché permette al pubblico di farsi svelare certi retroscena o “metafore” che non sono sempre evidenti. “Al Liceo Giorgione questo si vorrebbe fare, cioè organizzare una serie di incontri con i registi che presentano le loro opere in anteprima alla Mostra di Venezia ma che purtroppo rimangono inosservati” – puntualizza il preside Giuseppe Ceccon, promotore della serata, che annuncia “il progetto pilota della Grande Guerra” condotto con altri partners istituzionali e privati per il prossimo triennio 2015-2018, in fase di elaborazione.
La proiezione di “My name is Ernest Hemingway” con la presenza del regista Briguglio ne sarebbe un buon auspicio per il progetto triennale.
I suoi flash su alcuni aspetti e metafore recitate hanno messo in risalto il fattore umano (lo stress, le capacità personali, i limiti), quello tecnico, cioè delle riprese (gli esterni), ma anche culturale e storico. L’aula magna del Liceo era gremita non solo di studenti.
Emilio è fluido e diretto, intercala l’italiano con battute spiritose e smorfie da vero attore da palcoscenico. Anzi ne detta le norme principali. E’ un fiume in piena. Dalle risposte nascono aneddoti e curiosità: “c’è l’attore che non ha memoria e che rovina la scena”, “a volte le comparse pensano di farsi notare dalla cinepresa e mi mandano in bestia”, ma c’è “il bravissimo in assoluto” perché si preparava scrupolosamente alla sua parte. Ogni tanto esprime dei retro pensieri che lo portano indietro col tempo: “iniziai il teatro da piccolo perché mia madre mi fece salire sul palco a cantare i Watussi”, “forse è stata mia madre che mi ha trasmesso la voglia di raccontare Hemingway”.
Fa sempre piacere ascoltare un regista che si confessa. Sa trasmettere quello che non si sa o si capisce “erroneamente”, come Emilio puntualizza su certe scene. “Alcuni giornalisti mi hanno  contestato un’eccessiva presenza del ragazzino”.  Non hanno capito che era una metafora …autobiografica, psicologica … quel bambino è in tutti noi, innocente e curioso.
“Hemingway quando venne a Venezia fu una star per l’opinione pubblica. Mi ricordo di mia mamma che ne parlava in casa delle sue avventure amorose con la contessa Ivancich. Ero piccolo non capivo lo scoop”. E nel filmato ogni tanto scorrono immagini d’archivio, foto d’epoca, ritagli di giornale…e di pellicole amatoriali.
“Ernest è impareggiabile se confrontato alle star di oggi”, che hanno una macchina mediatico-comunicativa da far spavento. Comunque nessun scrittore riuscì quanto lui a crearsi notorietà.
Uno scrittore che viene trasformato in star? Forse si tratta del primo della serie. L’opinione pubblica di quel periodo lo percepisce così, in mezzo al continuo battibecco delle agenzie internazionali pilotate dai due blocchi contrapposti durante la Guerra Fredda. I Veneti comunque sembrano abbastanza sicuri dell’ombrello Nato e delle basi atomiche che nessuno sa dove siano dislocate. Abbiamo convissuto allegramente con questi ordigni fuori della porta di casa senza nessuna misura preventiva. Good lucky!
Hemingway arriva con l’ARC nel 1918 in Francia, falsificando il suo certificato di nascita, poi verrà “smistato” nel Veneto orientale. É un bel giovanotto. Incosciente, virtuoso o scellerato? No, è sincero. Vuole conoscere da vicino la guerra e lo fa da autista della Croce rossa. Classe 1899. I suoi coetanei europei vogliono cambiare il mondo, distruggerlo per poi rifarlo. Marinetti: “Noi vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.”
L’idea si combatte non con un’altra idea ma annientando l’uomo con la perfidia o la violenza come fosse una mosca o una zanzara. E in questa dinamica psico-maniacale anche il giovane Ernest si infilò prima come protagonista “ambulanziere dell’American Red Cross”, poi come “attore” principale nei suoi romanzi, dove però risalta lo squallore della vita, i vuoti lasciati dalla guerra, la voglia di fuggire lontano ed esaltando “l’amore che è e rimane un’aspirazione che l’uomo, prigioniero di forze misteriose, insegue disperatamente” (Fernanda Pivano).
Non è immune dal paradigma che vedeva la guerra come punto di partenza per operare verso un futuro in cui il valore della missione poetica avrebbe trovato giustificazione. Nei suoi due libri scritti “con il cuore veneto” sono ritenuti fondamentali per capire l’uomo-scrittore di “Addio alle armi” e “Di la del fiume e tra gli alberi”. Si intravedono ironia, razionalità americana, non fatalismo o pietismo, ma un senso di rivolta che conduce il lettore a condannare la guerra.
Chiediamo al regista Briguglio il perchè di un film su Hemingway?
Lo scrittore Ernest Hemingway ha trascorso momenti significativi della sua vita in Italia, nel corso della Prima Guerra mondiale, come volontario della Croce Rossa, e nel secondo dopoguerra, in un periodo di vacanza, in cui fece diventare celebri località come Cortina, Caorle e posti come l’Harry’s Bar e il Gritti, raccontando gli amori legati a quei periodi, Agnes Von Kurowsky e Adriana Ivancich.
Sono ritagli come tu stesso introduci…
Il mio è un docu-film perché contiene immagini e brevi sequenze d’archivio. Ho cercato di ricostruire i due maggiori periodi in cui il romanziere americano conobbe questa parte dell’Italia, in particolare il Veneto, mettendo in evidenza come la sua passione per la nostra terra lo abbia toccato e poi ispirato nella realizzazione di alcuni dei suoi capolavori, “Addio alle armi” e “Al di là del fiume tra gli alberi”. A immagini provenienti da archivi originali dell’epoca si uniscono ricostruzioni di set cinematografici; le riprese sono state effettuate nell’autunno del 2012 fra Torre di Mosto, i Colli del Montello, Chioggia, Abano Terme, Fossalta di Piave, Verona, Padova, Cortina, Caorle, Schio.
Hemingway per molti fu un eroe leggendario oppure un prodotto editoriale che solo gli americani sapevano costruire?
“Con lo scenografo Riccardo Fabrizi abbiamo cercato di rappresentare quest’uomo, così corpulento e virile, di cui si è detto e scritto tutto, in una luce nuova. Nell’immaginario popolare sembra nato con i capelli bianchi, la barba lunga, le cicatrici da marinaio e la bottiglia in mano, ma è stato ragazzo, ha tremato e sofferto per i primi palpiti d’amore come tutti. Sofferenza e sentimento che hanno reso le sue opere così emozionanti. Non a caso Agnes Von Kurowsky e Adriana Ivancich sono state vere e proprie muse ispiratrici di Addio alle armi e di Di là dal fiume e tra gli alberi”.
Dunque un uomo normale con le sue miserie e passioni. Chi sono gli altri attori del tuo cast?
Ci sono Stefano Scandaletti, Alessandro Bressanello, Diego Pagotto, Giorgio Careccia, Maximiliano Hernando Bruno. Eleonora Bolla interpreta l’amore giovanile di Hemingway, Agnes Von Kuroswky, mentre l’altro grande amore dello scrittore, incontrato in Veneto, la nobildonna Adriana Ivancich, ha il volto di Anita Kravos, colei che è stata la stramba artista concettuale de “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino.
Che cosa ti interessa di più che venga “mediato” al pubblico?
“Come nella mia opera prima, “L’appello”, sul disagio adolescenziale che tratta di una storia sul bullismo con attori presi sul campo (il bullo lo è veramente stato, ndr.), ho stimolato la discussione su un tema così attuale e importante e forse per questo ho avuto molti riconoscimenti, con “Una nobile causa” spero di poter stimolare le persone a parlare del problema del gioco d’azzardo, che, a mio avviso, sta prendendo ultimamente una piega molto diversa dal passato. Non intendo dare soluzioni o messaggi precisi, ma uno stimolo a parlare del problema. Fino a dieci anni fa in Italia c’erano quattro casinò e tabaccherie e bar dove si facevano le schedine del Totocalcio o Enalotto. Ora invece siamo totalmente invasi da casinò virtuali con decine slotmachine, non manca bar e tabaccaio che sia fornito di queste mangiasoldi.”

Una nobile causa di Emilio Briguglio
“Una nobile causa” di Emilio Briguglio con Giancarlo Giannini

Il teaser “Una nobile causa” che hai presentato in anteprima al Liceo Giorgione quando sarà pronto?
Il teaser, a differenza di un trailer che un estratto del film, è un prototipo con varie scene e parti che usa anche attori importanti e noti. S’inizieranno le riprese una parte a Dolo ed un’altra nelle Marche. Spero tanto di poterlo presentare alla prossima 72.Mostra del Cinema Venezia.
Ritorniamo al “nostro” Hemingway veneto…
“Mi ha dato una grande soddisfazione. Poter parlare di un personaggio come Ernest Hemingway e ricordare il suo amore per il Veneto vuol dire riportare alla luce dei momenti magici, ma anche molto tristi, del nostro passato. La Grande Guerra, gli anni Cinquanta, l’amore per la lettura che c’era in quei tempi. La gente sognava leggendo, gli scrittori erano come dei divi, delle rockstar. Quant’è cambiato il mondo!”
Di professione medico-chirurgo, con il babbo preside al Liviano e grande esperto di Storia del Risorgimento, come mai questa passione per la regia?
“Io sono sempre stato uomo di spettacolo, fin da quando mia madre, che insegnava all’Istituto Marconi” di Padova, mi ha fatto cantare “I Watussi” a otto anni davanti a tutta la scuola (centinaia di persone) in una festa annuale dell’Istituto. Io non avevo nessuna emozione, mi sentivo a casa mia sulle tavole del teatro. E così è ancora adesso, quando recito in teatro o faccio i film. Mi sento bene, a casa mia. Quando, ventenne, volevo andare all’Accademia o fare un provino con Vittorio Gassman (per la cronaca in quei provini è stata scelta Elisabetta Gardini, che poi si è diplomata alla Bottega di Gassman), mio padre, siciliano e professore universitario di fama, mi ha dissuaso “caldamente”. Forse non aveva torto, anche perché aver potuto fare entrambe le cose è costato un po’ di sacrificio, ma ne è valsa la pena. Amo ciò che faccio”.

Castelfranco: nasce “L’Occhio”, the new magazine del Liceo Giorgione

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L’Occhio, il nuovo settimanale degli studenti del Liceo Giorgione
Anteprima del numero 1 Anno I

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Busto di Gaspare Balbi dell’androne di Palazzo Balbi. Nel 1807 Napoleone fu invitato ad ammirare una Regata Storica in suo onore: era l’11 dicembre. Il palazzo fu sede della Società Adriatica di Elettricità che costruì la diga del Vajont. Nel 1971 l’edificio fu acquistato dalla Regione e destinato a sede del Governo veneto.

Manifesto
Cos’è questo “L’Occhio”? Il nuovo format del giornale d’istituto.
Perché questo nome? Dai, ammettilo, né tu né io sappiamo che diamine significasse “Lo Raptus”, nome che oltre a prestarsi a innumerevoli storpiature nemmeno ci piace, ma che soprattutto fa parte di una tradizione che non ci appartiene. Oggi si ricomincia, da zero. L’Occhio vuole esprimere l’attitudine di chi scrive su questo foglio, di chi vede e riporta, osservando ciò che spesso al nostro sguardo sfugge. Dopotutto… anche l’occhio vuole la sua parte.
Chi siete? Studenti, autonomi, autodidatti, che lo fanno perché ne hanno voglia.
Posso scriverci anch’io? No.
Su quali argomenti scriverete? Scuola, lavoro, cultura, cinema, arte, sport, noi, voi, essi… sfoglia e scopri!
Ma c’è anche il sudoku? Molto di più, “giovane padawan”.
Perché dovrei leggerlo? Per essere in diretto contatto con cio che succede a scuola, fuori dalle quattro mura di cartongesso o lamiera della tua aula, per senso di colpa per tutti i giornali che non hai mai letto, per fare i giochini delle ultime pagine, ma essenzialmente perché, ammettilo, non hai niente di meglio da fare.
Dai, per favore, posso scriverci anch’io? Va bene!
Come vi contatto per altre domande o per inviarvi articoli? Scrivici sulla pagina Facebook, alla mail occhioagiorgio@gmail.com o fatti trovare ogni due martedì in atrio per la riunione che durerà dalle 13,15 alle 13,40, non di più, promesso.
Buona lettura.
La Redazione

Un’opera d’arte in classe: il Liceo Giorgione si offre per primo. Appuntamento a lunedì 16 febbraio!

Abbaco in mano a Aritmetica
L’Abbaco, ovvero tavoletta per i calcoli aritmetici, particolare della Minerva tra Geometria e Aritmetica

Rosanna Bortolon, Tiziano Rizzi, Filippo Bellin e Angelo Miatello sono i promotori di questo progetto “Un’opera d’arte in classe”, prendendo spunto dall’appello lanciato alcuni mesi fa dal ministro Dario Franceschini.
Leggendo attentamente le formalità per avere il patrocinio ministeriale ci si è accorti che – ci spiega Miatello, uno dei promotori – i tempi e le modalità non lo avrebbero permesso, presentare la documentazione quattro mesi prima…, l’oggetto deve rivestire un’importanza nazionale, ed avere delle buone ragioni per un’iniziativa del genere…”.
Per scavalcare l’ostacolo si è pensato di inoltrare una richiesta scritta all’Assessorato alla cultura della Regione Veneto, ing. Marino Zorzato, affinché concedesse il patrocinio per un’analoga iniziativa al Liceo Giorgione, specificando che l’opera in questione ‘nacque’ a viila Soranza di Castelfranco nel 1550 ma emigrò nel 1826 a Londra, per poi riapparire sul mercato antiquariale nel 1980. Fu acquisita dalla Regione Veneto nel 2002, facendo valere il diritto di prelazione, da poco in vigore. Un’opera dal forte contenuto storico, culturale e antropologico, con chiare ripercussioni sul modo di comunicare. Infatti <il palazzo della Soranza>, <gli affreschi di Veronese>, <Castelfranco Veneto e Veronese> hanno raggiunto notorietà all’estro (“internazionalizzati”) grazie al contributo mediatico della stampa inglese tra il 1826 e il 1832, quando appunto sulle colonne del Literary Gazette and Journal of Belles Lettres of London, settimanale che si occupava di Scienze, Scoperte, Letteratura, Spettacoli, Arti, Musica con corrispondenti da tutte le ambasciate europee ed extra-europee,  si perorò l’acquisto di “importanti e straordinari affreschi di Veronese….mai posseduti prima, superiori ai Cartoni del Raffaello….” che avrebbero certamente migliorato l’insegnamento dell’Accademia e dei mestieri d’arte…. Il contributo di tanti, come quello particolare di Villaggio Globale, ha permesso la realizzazione del progetto: “lunedì 16 febbraio 2015 il Liceo sarà aperto per una giornata di “spettacolo e di studio attorno alla Bellona”.  

Ma la novità oggi che rivoluziona il modo di fare storia dell’arte o di fare giornalismo è esattamente quella di poter consultare intere biblioteche pubbliche o universitarie e scaricare libri, saggi, articoli, annate di giornali anche di duecento anni fa. Il Ministero dovrebbe investire un po’ di più su questo versante, cioè di trasformare la lettura universale o non solo per pochi che possono recarsi nelle grandi biblioteche…

Cosa significa “iniziativa che parte dal basso”?
L’iniziativa di Castelfranco Veneto, a differenza di Napoli, è originale ed unica.
Si legge in un dispaccio: “La scuola che ospiterà il capolavoro di uno dei massimi esponenti del barocco italiano sarà napoletana e scelta da una napoletana, Mirella Barracco, presidente della Fondazione Napoli Novantanove, da 30 anni impegnata per la valorizzazione dei beni culturali e da 20 anni negli istituti italiani ed europei con ”La scuola adotta un monumento”.
Nel caso del Liceo Statale Giorgione, l’iniziativa è partita da un gruppo di cittadini, di cui alcuni membri del CdI del Liceo, in accordo con il Dirigente Scolastico dr. Giuseppe Ceccon e il segretario dr. Francesco Verduci che hanno programmato l’evento eccezionale.

La Regione ha concesso il patrocinio?
Il patrocinio della Regione Veneto al Liceo Statale Giorgione.
Il primato di questo straordinario prestito sta appunto nell’aver accolto favorevolmente la richiesta di patrocinio al Liceo Giorgione, rilasciato dalla Regione Veneto per “la nobile iniziativa di cittadini e per il riverbero positivo che si avrà nell’ambito scolastico e urbano. Il Liceo come si sa è sparpagliato in cinque sedi diverse ed attende da anni una nuova struttura per colmare i disagi e le differenze tra le varie classi (spazi esigui, mancanza di auditorium per il musicale…). Portare “la Minerva del Balbi” al Liceo significa sensibilizzare l’opinione pubblica anche su questo fragile fronte.

Di chi è la Minerva della Soranza?
La Minerva appartiene al demanio regionale veneto ed è la prima ad essere stata acquisita nel 2002, facendo valere il “diritto di prelazione” da poco in vigore con il nuovo codice Urbani. Fu un primato su scala nazionale, dunque già simbolo di primati.
Il fatto che la Regione Veneto nella sua autorità conceda la temporanea esposizione per motivi didattici in un Liceo dovrebbe aprire una nuova stagione di politica culturale rivolto soprattutto al mondo scuola che a Castelfranco significa circa diecimila anime, in un indotto che supera la Castellana (Crocetta del Montello, Camposampiero, Mogliano, Cittadella…).

Gli affreschi della Soranza sono delle reliquie del passato? 
Il travagliato percorso di “Minerva della Soranza” viene per la prima volta reso pubblico con la mostra in Casa Giorgione che ha stimolato studiosi e giornalisti ad occuparsene. Minerva fa parte del ciclo di affreschi del Palazzo detto la Soranza di metà Cinquecento, raso a terra nel 1817 per volontà del proprietario erede Francesco Maria Barbaro. L’esecutore materiale è l’impresario Giovanni Ongarato, la tecnica suggerita è un know how di Filippo Balbi che strappa dai muri interni del palazzo più di centosessanta lacerti (162 circa), riportandoli su appositi telati e “restaurandoli” a Venezia.

Ci par di capire che il merito di aver internazionalizzato gli affreschi della Soranza  spetta indiscutibilmente a Giovanni Vendramini. Come ha fatto?
“Scienza ed Arti” (così fu intitolata per la prima volta in un elenco di 112 brani, pubblicato senza commenti, in una specie di rivista del Seminario di Padova nel 1818-19) passa di mano in mano, assieme ad altri sessanta lacerti che saranno venduti sul mercato di Londra nel 1826. Il merito va a Giovanni Vendramini nativo di Bassano del Grappa ma residente e sposato a Londra da parecchi anni. Sarà Vendramini, noto litografo e mercante, che promuoverà con l’aiuto della stampa londinese “la straordinaria e unica al mondo opportunità di acquistare uno dei tanti lacerti della Soranza”.
Il lacerto viene esposto per la prima volta dalla Galleria Maddox che nel catalogo del 1926 (consultabile in Internet!) con questo titolo: “Minerva between Mensuration adn Calculation”. Contemporaneamente la stampa mette in risalto “l’audacia e la straordinaria opportunità che Mister Vendramini offre agli Amateurs e collezionisti inglesi”, anzi invocando l’intervento da parte del mnistero del Tesoro per un’acquisizione pubblica per gli studi accademici”. La novità di avere degli affreschi di Veronese è considerata strabiliante.
Sarà ancora Vendramini che darà un titolo più internazionale all’opera: “The Bellona between Mensuration and Calculation; Fresco Painting by Paul Veronese”, riprodotta in una stampa del 1827 (una copia della stampa si trova al Museo di Bassano del Grappa).

La consultazione gratuita in Rete a che cosa è servita?
Incrociando fatti, racconti, date e personaggi, Miatello ha pubblicato di recente un libro su questa straordinaria vicenda di storia dell’arte ma anche di ‘antropologia comunicativa’ (origini del giornalismo moderno) dal titolo “The Bellona. Minerva tra Geometria e Aritmetica”, riprendendo il titolo dato dal litografo Giovanni Vendramini che portò circa sessanta frammenti a Londra nel 1825-26. L’A. espone per la prima volta la storia rocambolesca di un frammento della Soranza che ritorna dopo due secoli nel Veneto per una serie di eventi fortuiti che possono essere valutati secondo le proprie convinzioni personali, reperendo con facilità giornali e pubblicazioni messi in rete da enti stranieri. “La Bellona” nel 2002 è stata acquisita in un’asta pubblica Christie’s (o da un gallerista veronese?) per 420milioni di vecchie lire dalla Regione Veneto, facendo valere per la prima volta in Italia il diritto di prelazione. Primato.

Regione Veneto, "Minerva tra la Geometria e l'Aritmetica", attrib di Paolo spezapreda, Giambattist Zelotti e Anselmo Canera Villa la Soranza demolita. Regione Veneto
Regione Veneto, “Minerva tra la Geometria e l’Aritmetica”, affresco strappato, attribuito a: Paolo spezapreda, Giambattista Zelotti e Anselmo Canera. (Ex affreschi palazzo della Soranza 1550)

Storia: Il brano “Minerva” è uscito dal Veneto asburgico nel 1825-26, assieme ad altri brani (<20+46>), quasi nove anni dopo lo strappo del 1817. Destinazione: Londra. Autore dell’export: Giovanni Vendramini, litografo e mercante con passaporto inglese. Il palazzo La Soranza fu del conte Francesco Maria Barbaro che lo ereditò dai nobili Morosini. La tecnica dello strappo fu attuata dal conte Filippo Balbi nel 1817 (vedi testimonianza del frate Barbisan).
La Sacrestia del Duomo conserva ben otto lacerti della Soranza donati dal Barbaro.
Info: “The Bellona. Minerva tra Geometria e Aritmetica”, ed. B+M e Aida, 2014, pp. 168 (nelle librerie: Ubick e Massaro, e biblioteca di Castelfranco)