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AUTONOMIA: un principio generale erga omnes che noi Veneti abbiamo sottoscritto. Una conversazione con Claudio Malvestio, candidato alle Regionali 2020

“Per il Veneto l’autonomia delle regioni rimane al primo posto” queste le parole di Luca Zaia, presidente della Regione Veneto, a margine della seduta straordinaria della Conferenza delle Regioni per l’approvazione del documento “1970-2020: le istituzioni regionali 50 anni dopo”

Da sempre, Claudio Malvestio, nostro designer della comunicazione e co-autore di tante monografie e giornali, si batte per l’autonomia del Veneto, quella che il nostro Luca Zaia sta portando avanti con professionalità e passione. Non è una battuta e nemmeno una battaglia, è un “principio generale erga omnes” sul quale la nostra Terra ha accettato di unirsi al resto degli altri “popoli” siciliani, sardi, lombardi, toscani, umbri, campani, piemontesi…dal 1861 al 1867 (mancavano Trento e Trieste con l’Istria).
Certamente l’obiettivo era di cacciare (a calci in culo) gli stranieri oppressori e di unire le nostre forze, chi mirava ad una Repubblica (Mazzini e Garibaldi) e chi invece ad una Monarchia costituzionale (Cavour). Fu scelta questa seconda esperienza, un po’ per pigrizia un po’ per scopiazzare gli imperiali europei. Eravamo poveri e analfabeti. Ci fregarono.
Poi ci fu il Ventennio, dopo una Guerra che vide il Triveneto devastato, città bombardate, milioni di morti. Fregati per la seconda volta con i Trattati di Losanna. Per certi versi fu unico sistema che voleva plasmare l’italiano, renderlo forte ed orgoglioso. Purtroppo l’ideologia gioca brutti scherzi. Non possono sentirsi indenni i comunisti. La storia per chi l’ha vissuta fu tragica. Di nuovo disastri, bombardamenti, morti ma in tutt’Italia. E come se non bastasse italiani contro italiani. Sparì la dittatura, grazie agli Alleati. Risorse un’Italia democratica, liberale e prettamente cattolica. Almeno così sembrava.
Nacquero la Ceca, l’Euratom e il Mec e poi via via si formò l’Europa delle Regioni.
In Italia abbiamo festeggiato i cinquant’anni della loro nascita con una mostra al Ferro Fini che a causa del lockdown nessuno se ne è accorto.
Altri tempi, altri partiti, altre forme elettorali. Oggi, più che mai, possiamo essere orgogliosi di stare al passo di una prossima “autonomia funzionale”, elaborata dal prof. Mario Bertolissi e votata dall’ottantasette per cento dei Veneti.
E su questo, Claudio Malvestio non vuole essere frainteso: “il mio Veneto lo vedo sempre molto avanti rispetto ad altre regioni, appunto perchè noi Veneti ci hanno abituati di essere responsabili in “famiglia” e di aiutarci qualora ci fosse bisogno”, in altre parole nel linguaggio politico significa far valere il principio di solidarietà nei confronti altre regioni. Un principio ripetuto anche dal presidente Sergio Mattarella quando ha incontrato i presidenti di tutte le Regioni.
“La solidarietà – come ha detto il Capo dello Stato – rafforza il dovere di utilizzo equo, efficace ed efficiente delle risorse da parte di tutte le Regioni”  Angelo Miatello  

CINQUANTENARIO DELLE REGIONI
A 50 anni dalla nascita delle Regioni a statuto ordinario, è d’obbligo tirare le somme. Il Veneto è riuscito con forza e passione a trasformarsi in una delle realtà socio-economiche più rilevanti d’Europa. Non a caso chiediamo con insistenza di tradurre la nostra virtuosità in autonomia differenziata, cioè di migliorare il benessere del nostro Paese. Al  recente incontro col  capo dello Stato e del Ministro Boccia, Luca Zaia ha ribadito che vanno usati i fondi del Recovery fund per i Lep, cioè i Livelli essenziali di perequazione.
Claudio Malvestio

REPERTORIO

23 settembre 2019 | Incontro tra il Presidente Zaia e il Ministro Boccia sull’Autonomia del Veneto | In evidenza il Dossier consegnato al Ministro Boccia

10 aprile 2019 | Audizione del Presidente Zaia presso la Commissione Parlamentare per le questioni regionali

3 aprile 2019 | Audizione del Presidente Zaia presso la Commissione Parlamentare per l’attuazione del Federalismo Fiscale

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Veneto all’avanguardia per il coronavirus: tamponi, test e gioco di squadra

Il giornalista trevigiano Elia Cavarzan è a Bruxelles, in Belgio, dove sta completando uno stage presso IFJ – International Federation of Journalists. 
Liceale di Montebelluna (Liceo Levi), cafoscarino e per ultimo laureato al Bo’, Elia è un giornalista pubblicista, impegnato com’è il suo carattere, con un futuro che gli auguriamo di avere grande soddisfazione. A dir il vero cinquant’anni fa, quando eravamo all’Università, in special modo a Scienze politiche di via del Santo con il sociologo Acquaviva, il giurista Simonetto, il costituzionalista Lucatello e lo storico Di Nolfo e l’amministrativista Berti, il clima non era poi così sereno e stabile. Si gambizzavano o si sequestravano i professori, si occupavano locali universitari e si devastavano anche piccole biblioteche, c’erano degli infiltrati da ambo le parti (spioni militari in cerca di una laurea! Nullafacenti che avevano solo lo scopo di disturbare e persino programmare assalti a mano armata in via Cesare Battisti, al Liviano,…agli Istituti). Sembrava che la guerra fosse imminente lungo la frontiera italo-jugoslava ed il Vietnam era dietro l’angolo. Finita tutta questa baraonda che vide persino il sequestro di un generale americano all’Arcella, il rapimento di Aldo Moro che aveva già formato un governo di unità nazionale con Berlinguer e di tante altre tragiche vicende (bombe, attentati, morti) si arrivò “finalmente” allo sgretolamento dei cosiddetti Paesi satelliti nell’orbita URSS, alle guerre balcaniche e al disastro di Chernobyl. Come se non bastasse, iniziò la nuova era delle Torri Gemelle (2763 morti certificati) e della caccia al terrorismo islamico. Tutto doveva essere concertato (vedi polizie, intelligence) a livello planetario (tra gruppi di Stati) come autodifesa da eventuali attacchi e attentati. Si visse con la paura, anche da noi con il pericolo di caderci, essendo facile bersaglio (Piazza San Pietro, Venezia, Firenze, …).
Passammo anche questa fase bomber; ora ormai ai terroristi islamici non ci pensa più nessuno. Sono subentrati terremoti, alluvioni, la tempesta Vaia nelle montagne venete del 2018, l’alta marea di 1, 60 del gennaio scorso ma siccome fanno parte della categoria “calamità naturali”, dopo qualche mese sono dimenticate.
D’altra parte, oggi, le scuole sono obbligate a preparare il corpo docente e gli alunni a saper reagire in caso di calamità o atti terroristici, simulando una o due volte all’anno un sistema d sicurezza e di protezione civile (allerta, evacuazione, pronto intervento). La contaminazione per incidenti o propagazione di un virus letale non sono mai rientrati nel protocollo e qui forse sta la prima contraddizione.
L’attuale “cononavirus covid-19” è e rimarrà la più grande disgrazia accaduta in tempo di pace ai tanti Paesi che sono tra loro “uniti” da relazioni interpersonali, scambi commerciali, diplomatici e culturali. Il decorso della malattia infettiva non ha messo a dura prova solo le strutture sanitarie, il personale chiamato a servirle, ha bensì creato enormi perdite del pil nazionale ed un impoverimento delle classi sociali, soprattutto quelle che oggi sono chiamate “più fragili”, senza un impiego fisso, una pensione sostenibile, lavori part time stagionali per pagarsi le tasse universitarie, un soggiorno Erasmus o una specializzazione. Tutto questo è solo l’inizio che il governo italiano temporeggia nel dare soluzioni precise a media durata. Si trincera dietro il “bonus” da seicento euro, prestiti che sembrano un cappio al collo (partite iva), buoni pasto da 25 euro per settimana (nucleo di tre persone) e nomina una task force diretta da Londra (sic) che deciderà chi aprirà e chi no. Intanto chi vive segregato in casa (bambini, anziani, maniaci, violenti, paranoici, nullafacenti e non connessi con la Rete) è ancor di più confinato e spersonalizzato. Non si capisce come mai un presidente del Consiglio non sia in grado di comprendere che la politica va condivisa e non trattata da tecnici. Altrimenti possiamo domani mattina chiuder il Parlamento ed il Presidente della Repubblica e gettare le chiavi nel Tevere. Dopo questo sfogo, siamo onorati di pubblicare l’articolo dal corrispondente Elia Cavarzan, da come gli appare il Veneto, durante questa crisi pandemica. (A. Miatello*)

Qualche giorno fa, Elia Cavarzan ha pubblicato un articolo in inglese in The Brussels Times con questo titolo “The Veneto region leads the way in Italy fighting the coronavirus” (Il Veneto è all’avanguardia in Italia nella lotta contro il coronavirus), che ri-presentiamo in italiano, con alcune note aggiuntive per i nostri lettori non veneti.

“La drammatica pandemia di coronavirus italiana era iniziata a Vò Euganeo, un piccolo borgo collinare villaggio di tremila anime, in provincia di Padova il 21 febbraio. (1)
Siamo in un piccolo borgo vitivinicolo nel cuore dei Colli Euganei, della provincia di Padova, nel nord Italia, in Veneto, dove, dopo un mese “lookdown” (2), la popolazione e le imprese chiuse stanno vedendo la fine del tunnel.
Il governatore della regione, Luca Zaia, ha aggiornato la popolazione giorno dopo giorno attraverso una conferenza stampa dall’inizio della pandemia.
Le idee sul come agire sono sempre state chiare fin dall’inizio: zone rosse, chiusure tempestive di ospedali, molti test e ricoveri dei positivi contagiati in strutture separate.
Sebbene il Veneto sia la quarta regione per decessi confermati COVID-19, con 940 morti, ci sono altre regioni – Liguria e Marche – che contano solo poche decine in meno. (3)
La differenza è che il Veneto, poiché ha testato un gran numero della popolazione, può contare su dati più affidabili per avere una rappresentazione realistica dell’entità reale del contagio e dei decessi, cosa che non si può dire per la maggior parte delle altre regioni italiane.
Questo risultato è stato possibile grazie all’intervento tempestivo della Regione all’indomani del “paziente zero” a Vò Euganeo. Nessuno ha aspettato, nessuno ha minimizzato.
L’asso nella manica del governatore Luca Zaia è Andrea Crisanti, un parassitologo dell’Università di Padova che gestisce uno dei più importanti e rispettati laboratori di microbiologia in Italia.
Su suggerimento di Crisanti e di altri consulenti scientifici (4), la Regione ha deciso che avrebbe investito denaro e risorse per garantire la possibilità di test per il coronavirus. Questa decisione, insieme ad altre altrettanto importanti, è la base di quello che oggi viene chiamato il “Modello Veneto”, quello d’oro. Dunque non tanto i test a tappeto ma la tempestività di aver acquistato una macchina performante per poterli realizzare. Un piccolo dettaglio che è sfuggito a molti analisti. (5) 
Il primo decreto del governo nazionale per combattere il coronavirus è arrivato il 22 febbraio, ma la Regione Veneto era già al lavoro dal 20 gennaio.
Quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS, ha pubblicato i primi protocolli per i test per rilevare SARS-CoV-2, Andrea Crisanti ha informato la direzione sanitaria della Regione che avrebbe effettuato un acquisto per garantire reagenti sufficienti per analizzare circa 500 mila test per il coronavirus.
Oggi il Veneto ha analizzato oltre 215 mila tamponi di coronavirus, qualche migliaio in meno rispetto alla Lombardia.
La differenza è che il Veneto ha meno di cinque milioni di abitanti, la Lombardia più di dieci. Pertanto, la task force sanitaria veneta è stata immediatamente in grado di lavorare con dati precisi e modelli matematici eccezionalmente aggiornati per diffondere contagi.
Ciò ha significato essere in grado di emanare direttive regionali in grado di affrontare il problema con precisione chirurgica.
La fortuna ha anche giocato a favore della Regione, in effetti un altro aspetto importante è la conformazione socio-morfologica della regione: pochi agglomerati urbani, nessuna città metropolitana eccetto Venezia e molte aree di campagna aperte hanno garantito l’assoluta funzionalità del sistema di chiusura della “zona rossa”.
Quindi, il sistema di ospedalizzazione ha contribuito ad alleviare la crisi nei letti di terapia intensiva. La filosofia era la seguente: il virus è combattuto nelle strade e non negli ospedali.
Le persone che sono state ricoverate nel reparto di terapia intensiva erano le persone più bisognose e la protezione della salute del personale medico in prima linea è sempre stata al centro dell’interesse politico: ad oggi, circa 10 mila medici e infermieri.
In poche parole, il sistema sanitario veneto si basa su una diffusa rete di medici di base e strutture di medicina territoriale.
Solo per avere una visione chiara: oggi solo il 15% degli attuali pazienti positivi in ​​Veneto è ricoverato in ospedale, rispetto al 40% in Lombardia, al 29% in Piemonte e al 27% in Emilia-Romagna.
Il diffuso sistema sanitario sembra aver vinto. La cinghia di trasmissione tra i medici di famiglia sparsi in tutto il territorio e gli ospedali è riuscita a calmare e monitorare lo scoppio dei contagi.
Inoltre, la stretta collaborazione con la comunità scientifica è stata una caratteristica distintiva fin dall’inizio e un pilastro del “Modello Veneto”.
Le tre eccellenti università venete – Padova, Venezia e Verona – non hanno mai smesso di provare nuove ricerche scientifiche.
L’ultimo dato è stato annunciato il 16 aprile. Luca Zaia ha dichiarato durante la conferenza stampa quotidiana: “Il farmaco per il cancro alla prostata potrebbe essere la chiave. Lo studio sarà pubblicato nel New England Journal of Medicine.
Un farmaco per il cancro alla prostata inibisce l’enzima che è il veicolo del virus ”, secondo uno studio elaborato da un gruppo di ricerca guidato dal Prof. Andrea Alimonti, farmacologia, composto dall’Università di Padova e dalla Fondazione per la Ricerca Biomedica Avanzata del Veneto.
Ora la Regione Veneto sta preparando il piano per la graduale riapertura delle attività commerciali prevista per inizio maggio.
Puoi vedere la luce alla fine del tunnel: “tutto andrà bene.”

NOTE* (a cura di A. M.)

  1. Il comune di Vo’ fa parte del Parco Regionale dei Colli Euganei, e comprende nel suo territorio il Monte Venda, che con i suoi 603 m è il più alto del comprensorio collinare. Il terreno è molto ferroso. E’ un antico borgo abitato in prevalenza da coltivatori della vite, produttori di ottimi vini rossi e  gestori di esercizi pubblici dell’accoglienza. Il Monte Venda è un punto cardinale del sistema radar aereo sia militare che civile.
  2. Il termine inglese non viene mai tradotto in italiano, forse per essere troppo legati al significato sinistro “confinamento” che ricorda l’epoca fascista e nazista. Il lockdown, scritto anche lock down, nei paesi anglosassoni è un protocollo d’emergenza che consiste nell’impedire a delle persone o a delle informazioni di lasciare una determinata area. Sulla scia degli attacchi dell’11 settembre 2001, il governo statunitense ha utilizzato il lockdown, attuando un blocco di tre giorni dello spazio aereo civile nazionale. Il 19 aprile 2013 l’intera città di Boston è stata sottoposta a lockdown e tutti i trasporti pubblici sono stati fermati, a causa della caccia all’uomo dei terroristi Dzhokhar e Tamerlan Tsarnaev, sospettati dell’attentato alla maratona di Boston. A Bruxelles del 2015, la città è stata sottoposta a lockdown per giorni mentre i servizi di sicurezza hanno cercato i sospetti coinvolti negli attacchi terroristici di Parigi del novembre 2015.
  3. 16 aprile 2020: Lombardia 11.608; Emilia Romagna 2.843; Piemonte 2.094;
    Veneto 981; Toscana 585; Liguria 828; Marche 764; Lazio 316; Campania 286.
  4. Andrea Crisanti, ordinario di microbiologia all’Università di Padova. Giorgio Palù, professore di Microbiologia e Virologia all’Università di Padova Crisanti è arrivato da poco a Padova dall’Imperial College di Londra. Lo scorso ottobre ha sostituito Giorgio Palù, presidente della Società Europea di Virologia ora in pensione, ed è stato uno dei primi al mondo ad aver utilizzato la tecnica del “gene drive” per eliminare la trasmissione della malaria nei vettori responsabili di questa malattia. Vanta anche una pagina Wikipedia in inglese. Sulla polemica che si è innescata sul precariato nel mondo della ricerca, la sua è una voce controcorrente.È siciliana l’esperta che dirige il team delle Asl venete coinvolte nell’epidemia di coronovirus. Francesca Russo, direttore della Direzione Prevenzione e Sanità pubblica della Regione Veneto, è nata a Maletto e dopo aver studiato a Catania, nel 1997 ha assunto il ruolo di Dirigente medico del Dipartimento di Prevenzione dell’Azienda ULSS 4 Alto Vicentino.
    Il team della dottoressa Russo ritiene “che il virus circolasse sotto traccia da tempo, insieme con il normale virus influenzale. Nei soggetti debilitati, però, ha provocato polmoniti” e sottolinea che “può essere stato portato in Italia da chiunque quindi essendo presente anche negli asintomatici, cioè in persone che stanno bene e non hanno tosse o febbre, non c’erano misure realistiche per proteggere il Paese dall’epidemia”.
    Sul paziente zero è certa: “Non sappiamo chi sia: può essere uno straniero di passaggio oppure un italiano di rientro dall’estero.”
  5. A metà marzo il governatore Zaia, nel suo potere decisionale, dà mandato di acquisto di una “potente” macchina da 9 mila tamponi al giorno. Il dispositivo acquistato in Olanda è l’unico di questo tipo in Italia. “L’obiettivo della Regione è fare 20 mila tamponi ogni 24 ore”. Si tratta di una attrezzatura unica in Italia, acquistata in Olanda per circa 400 mila euro, che promette di permettere al Veneto di raggiungere l’obiettivo dei 20 mila tamponi al giorno. “Tra oggi e domani entrerà in funzione la macchina installata nel laboratorio del professor Crisanti che da sola garantirà l’analisi di 9 mila tamponi al giorno. Tutto in piena autonomia – ha spiegato il governatore del Veneto Luca Zaia nel corso di un punto stampa – ad oggi abbiamo accumulato tamponi da analizzare per mancanza di reagenti, sono circa 7 o 8 mila e ora speriamo di andare a regime al più presto”. “Se avessimo avuto fisicamente tutti i tamponi e i reagenti saremmo andati a 100km/h – aggiunge – ma purtroppo la capacità delle macchine già in uso era al minimo perché non avevamo reagenti”. Anche sul fronte dei reagenti e dei kit (gli “stecchini” che vengono usati per prelevare campioni di saliva o muco) il Veneto ha comunque saputo rimboccarsi le maniche e organizzarsi avviando produzioni e sperimentando di materiali ‘Made in Veneto’. “Se avessimo avuto tutti i reagenti necessari non avremmo accumulato ritardi nelle analisi – ha sottolineato Zaia – stiamo correndo e ora con questa nuova macchina ci darà respiro e raggiungeremo finalmente l’obiettivo annunciato di 20mila tamponi al giorno”. (Agenzia AGI, 7 aprile 2020, Riccardo Bastianello).

Presentato oggi dal presidente Zaia: il ‘Progetto fase 2’. Arriva il ‘Covid manager’
Riaprire in sicurezza, seguendo regole stringenti in ogni azienda a tutela dei lavoratori e insieme della produzione. Lunedì verrà inviato al Governo.

The Veneto region leads the way in Italy fighting the coronavirus
https://www.brusselstimes.com/opinion/106668/the-veneto-region-leads-the-way-in-italy-fighting-the-coronavirus/

Castelfranco Veneto dedica una targa ricordo al generale francese Lucien Zacharie Marie Lizét, ucciso durante un bombardamento aereo in piazza Giorgione il 4 gennaio 1918

Intervista a Derio Turcato, presidente dell’associazione HISTOIRE

Derio Turcato da vent’anni si dedica alla Storia della Grande Guerra, soprattutto quella che si è svolta sul Massiccio del Grappa e nelle retrovie, anche come luoghi strategici di rifornimenti, di soccorso medico-sanitario, di riparo per i civili… Organizza incontri pubblici sulle vicende legate alla grande guerra e accompagna: ragazzi delle scuole, gruppi di persone attraverso  percorsi storico-culturali nei luoghi di Memoria e di Pietà. Da ultimo, HISTOIRE, con la collaborazione dell’AIDA, ha realizzato “Dietro le quinte con gli alpini”, un cortometraggio realizzato dal film maker Nino Porcelli, presentato durante la 75.Mostra del Cinema di Venezia con il patrocinio della Regione Veneto e del Comune di Castelfranco  Vto.

Al Palazzo del Monte di Pietà, dove ha sede la Biblioteca comunale, abbiamo notato un manifesto 70×100 cm per la “Cerimonia del 4 Novembre”, dedicato alla “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”. l programma sembra ricco di appuntamenti, quali posa di corone in vari luoghi, discorsi, messa, corteo, svelamento di una targa ricordo in Piazza Giorgione, commemorazione in Teatro, che ricordano anche la Grande Guerra di cent’anni fa, quando si svolse sulle nostre montagne e qui a Castelfranco Veneto.
Viene citato un momento di raccoglimento e di memoria per lo scoprimento di “una targa dedicata al Generale francese Lucien Lizé” nel luogo in cui fu deceduto “dopo un bombardamento del 4 Gennaio 1918”.
Rileggiamo più volte i quattro paragrafi del Manifesto, bordato di tricolore e del logo ministeriale, con stupore ci accorgiamo che qualcosa non quadra.

Derio, tu che conosci molto bene tutta questa vicenda del Gennaio 1918 ci puoi spiegare?

D.T. Da quello che vedo nel Manifesto, mi permetto di osservare le seguenti discrasie che potrebbero essere confutate, ma al momento con le sole notizie ricavate dal testo scritto sono plausibili e vengo al dettaglio.
Il generale Lizé (grado conferitogli dopo la morte, era un tenente colonnello), che di nome faceva ‘Lucien Zacharie Marie’ e non solo Lucien, sarebbe stato più corretto riportarlo per intero. Mi auguro lo sia nella targa che verrà posta in Piazza Giorgine, luogo dove fu ferito, anche per non confonderlo con gli altri ‘cinque lapidi’ che riportano Lucien Lizé all’Hotel des Invalides a Parigi. Un distinguo doveroso per l’alto ufficiale.
Dai documenti di fonte francese consultati (La Liste de FochLes 42 Généraux morts au champ d’honneur di Laurent Guillemot) a proposito del generale Lizé risulta che “il 5 gennaio gli aerei tornano di nuovo sopra Castelfranco e lanciano più di 140 bombe sui loro obiettivi (…) l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé  fu investito dall’esplosione di una bomba (…). Gravemente ferito alle 6 del mattino è stato portato all’ospedale di evacuazione di Galliera (Veneta) n. 38, dove è morto alle 9.30”.  Stessa cronaca nei documenti dell’Ecole Supérieure de Guerre. I documenti si concludono con l’avvenuta tumulazione del corpo nel Cimitero di Galliera (Veneta), sede dell’ospedale militare francese dove fu portato, forse perché non si fidavano dei medici italiani o dagli ospedali che erano in funzione dal 1915 e quello civile che già esisteva dall’800.

A.M. D’accordo, ma il fatto che desta il nostro stupore è la frase riportata nel Manifesto municipale e dai vari autori che si sono occupati di questa notizia (Gianpaolo Bordignon Favero, Luigi Urettini, Giacinto Cecchetto), cioè che il pluridecorato generale, nato a Angers (Maine e Loira) il 25 febbraio 1864, comandante di Artiglieria Decima Armata sarebbe stato colpito quasi incidentalmente, dato che si trovava vicino all’albergo Spada dove alloggiava. Per le fonti francesi invece fu “gravemente ferito organizzando i soccorsi durante il bombardamento aereo del Quartiere Generale (QG) francese di Castelfranco in Italia il cinque gennaio 1918”. Un piccolo dettaglio che gli storici e politici locali avranno dimenticato nella loro naturale vaghezza. Hai ragione, il 53enne ufficiale riporta i nomi dei genitori, figlio di Joseph Zacharie e di Renée Marie Lefort. Sposato il 20/06/1892 ad Angers con Alice Adrienne Lucie Safflège, con una figlia”, sempre secondo lo schedario del Mémorial. Luigi Urettini scrive che il bombardamento più terribile avvenne nella notte di San Silvestro del 1917 in cui furono lanciate ben ottocento bombe. Non è chiaro se a Castelfranco o sulla Castellana. Certo che Castelfranco città divenne obiettivo militare. 

Il corpo del Generale Lizé si trova sepolto nell’Ossario di Pederobba, dove sono custoditi i resti dei 1200 caduti francesi durante le cruenti battaglie del Grappa e delle montagne vicine? Di che anno è l’Ossario Monumentale? E’ vero che è stato il governo fascista a costruirlo?

D.T. No il generale non è più in Italia. Dopo alcune vicissitudini è stato esumato e i suoi parenti se lo sono portato a casa nella tomba di famiglia, nella città dove era nato: Angers nel dipartimento del Maine e Loira.
L’Ossario di Pederobba fu voluto dal Maresciallo Pétain, e inaugurato nel giugno del 1937, contemporaneamente a quello Italiano di Bligny, dove riposano 3453 sodati italiani caduti in Francia. Altra storia da raccontare ormai dimenticata, anche dai francesi stessi, nonostante agli italiani al comando del tenente generale Alberico Albricci, insignito della Legion D’Onore, debbano la loro gratitudine per aver impedito nel luglio 1918 lo sfondamento del fronte da parte dei tedeschi sul Bois des Eclisses e Bois de Coutron, nella seconda battaglia della Marna.

Però per ironia del destino, non unica per gli Italiani, tre anni dopo, giugno 1940, “il re, Mussolini e Badoglio e tutta la camarilla monarchico-fascista-plutocratica, partivano in guerra contro la Francia e l’Inghilterra, essi continuavano, con le armi, la criminale politica di provocazione del fascismo imperialista”, cioè amici fraterni e vent’anni dopo nemici. L’italiano sa costruire solo monumenti ai caduti.

A Castelfranco c’è una lapide nel Cimitero comunale con morti francesi…, ci sono ancora?
D.T. No. Erano stati sepolti nella parte iniziale del cimitero comunale dove ora c’è lo spiazzo in cui è situato il cippo dei marinai. Furono esumati e posti nel loro monumento di Pederobba. Nel nostro cimitero sul muro di fronte al monumento ai partigiani è presente una lapide del tempo che rimanda anche alle gesta di Bligny, nella Marna.

A.M.
Il Manifesto nella sua forte retorica raffazzonata parla di “popolo delle terre venete” e di “nostro Popolo nel mondo”, un minuscolo e un maiuscolo. Ci sono differenze fra i due “popoli”, quello veneto e quello nazionale? Il primo sarebbe minore rispetto al Popolo italiano? Qui la giunta leghista si è presa una cantonata. Che sia da avvisare i Veneti autonomisti?
L’inizio del primo paragrafo del Manifesto, riporta il logo istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Struttura di Missione per gli anniversari di interesse nazionale in merito alle celebrazione della Grande Guerra, e dice che, il 4 Novembre è “Una commemorazione voluta per celebrare la vittoria nella Grande Guerra, questo è scritto nei libri di storia, ma che per noi, popolo delle terre venete, rappresenta il capitolo più tragico e drammatico del nostro recente passato che ha segnato per decenni il nostro vivere”.

Perchè c’è bisogno di giustificare una commemorazione che celebri la “vittoria nella Grande Guerra” secondo quanto riportato dai libri di storia? E non dai trattati internazionali? L’Armistizio di Villa Giusti non è forse un accordo sottoscritto dalle parti? Certo che all’epoca non c’erano gli smartphone e i social per avvisare tutti in tempo reale, così ci furono ulteriori vittime dopo il 4 novembre.

D.T.
Qui si devono scindere gli argomenti e in ordine rilevo che:
–           il logo riportato non risulta essere stato concesso dall’ufficio della Presidenza del Consiglio dei Ministri competente a seguito di una richiesta per il carattere di interesse nazionale della commemorazione pubblicizzata, questo anche dal fatto che nel sito ufficiale http://www.centenario1914-1918.it/it/la-concessione-del-logo-ufficiale  alla rubrica eventi nulla risulta;
–          le celebrazioni della Grande Guerra a parer mio, mi sembrano doverose, non solo per il fatto storico in se, ma anche per quello che hanno comportato per le genti che sono rimaste a ridosso del fronte, dove si sono consumate tragedie al più sconosciute, ma ben radicate nel vissuto tramandato, e che senza un racconto perpetuo, con il tempo si stanno affievolendo. Prima del 2015 quando è montata da ogni parte la frenesia della celebrazione, la prima guerra mondiale era solo per pochi appassionati, qualche rara scuola ti chiedeva di essere accompagnata in visita ai monumenti di Cima Grappa.
–           Il trattato di Villa Giusti è ancora oggi  un tradimento per i soldati austriaci che si sentirono abbandonati dal loro re Carlo d’Austria, accerchiato in patria dai gruppi etnici che componevano il suo impero, combattendo per la piena autonomia come nazioni e determinati a diventare indipendenti da Vienna il più presto possibile (una delle cause delle defezioni di parti importanti dell’esercito austro-ungarico). Il re li abbandonò ai loro destini con l’auspicio che fossero i più numerosi possibile fatti prigionieri per essere trattenuti in Italia al fine di evitare un’insurrezione una volta giunti in patria. Altro fatto poco chiaro è che per l’Italia l’armistizio divenne ufficiale il giorno 4 Novembre, mentre per gli austriaci immediatamente il giorno 3 di Novembre, quindi un giorno di vantaggio per accaparrarsi più territorio possibile.
–          Fu un accordo tra le parti, anche se una, quella austriaca, era sotto scacco dovuto ai disordini in casa propria e dal disfacimento dell’esercito.

A.M. Per Montanelli e Cervi, le condizioni generali dell’armistizio prevedevano che all’Italia venissero consegnati tutti i territori austriaci fissati dal patto di Londra, ma la trattativa era subordinata a quella che si teneva a Versailles e che avrebbe dato luogo all’armistizio di Compiègne. L’unico punto in discussione era pertanto la data di cessazione delle ostilità, che non era interesse italiano far entrare in vigore prima di aver occupato militarmente tutti i territori previsti dal trattato. Il mattino del 3 Novembre le truppe italiane dilagavano oltre le linee austriache mentre la delegazione austriaca raggiungeva Villa Giusti (Padova) dove il comando italiano si sarebbe più tardi accordato con von Webenau, per l’interruzione delle ostilità 24 ore dopo la firma del trattato. L’armistizio fu firmato a Villa Giusti alle 15:20, con la clausola che sarebbe entrato in vigore 24 ore dopo, alle 15:00. Solo dopo la firma il generale Weber informò che alle truppe imperiali era stato dato l’ordine di cessare i combattimenti. Chiese pertanto l’immediata cessazione delle ostilità. Il generale Badoglio rifiutò in modo netto e minacciò di proseguire le ostilità. Fu così che le armi cominciarono a tacere il giorno 4 di Novembre, verso le 4 del pomeriggio.
L’armistizio fu quindi effettivo solamente 36 ore dopo che il comando austro-ungarico aveva dato unilateralmente l’ordine di cessazione delle ostilità alle sue truppe, che peraltro non avevano alcuna intenzione di condurre operazioni di combattimento.

A.M.
Il Manifesto non cita minimamente il Secondo Conflitto Mondiale, come se non fosse esistito. “Oggi ci raccogliamo insieme non solo per rendere onore ed esprimere la nostra Infinita gratitudine a quanti hanno sacrificato la loro vita in tutte le guerre” ; “Oggi dobbiamo sentirci fieri di essere italiani, di vivere in un paese democratico che fonda le sue radici nel sacrificio di migliaia di giovani”.

Hai qualcosa da aggiungere, non trovi riduttivo?
D.T. Forse perché è il 4 di Novembre è la data per antonomasia attribuita alla Prima Guerra mondiale.
Ciò non toglie, come giustamente dici, che visto che è l’unica data dopo il 25 Aprile, a far rifletter gli Italiani, soprattutto i giovani, sui risvolti che si accompagnano alle nostre guerre volute successivamente da un avventuriero, sarebbe bene che ci si ricordasse con senso critico e non solo patriottico, di tutto quello che abbiamo imposto agli altri. Citare unicamente in generale “tutte le guerre”, è tenere le distanze, accumunare tutti in unico sudario senza perciò entrare nel merito.

A.M.
Il Manifesto, a parte tante parole che si ripetono e qualche errore di sintassi, francamente ha una narrazione ormai sorpassata dai tempi, dagli accordi internazionali, dai valori veri e non subdoli che nascondono tranelli verbali di un falso patriottismo. Rivolto a giovani e scolaresche, andava citato l’articolo 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…“, che accetta “in condizioni di parità con gli altri Stati , alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni”
Detta in soldoni, ma molto male, il terzo paragrafo del Manifesto redatto dalla Residenza Municipale usa una retorica ‘cazzara’.
“Oggi il verbo del sacrifico sventola nel pennone più alto della Patria come vessillo di valori che devono rimanere saldi in tutti noi. Sul senso di responsabilità siamo chiamati ad agire che dobbiamo completarlo con la solidarietà, una virtù che contraddistingue il nostro Popolo nel mondo”.
Innanzitutto non si capisce nell’italiano usato quale sia “il verbo del sacrificio ….come vessillo di valori”, come se per difendersi da un attacco di drone o di “missile terra-aria” che sfuggono ai controlli radar si pensi al “tricolore” e non alla propria pelle, o alla propria famiglia… e che Dio ci protegga. Come successe ai poveri nostri nonni di trovarsi in trincea con topi, fango e schegge che arrivavano dal cielo con in testa un elmetto meno robusto di una pentola.

Che ne pensi?
D.T. E’ una retorica dei tempi, il nazionalismo in Europa e in Italia tengono banco; si paventa che questa posizione sia la soluzione dei mali dovuti alla mala politica, ai legittimi interessi che sono dovuti al popolo (o ai cittadini). Cose già viste in tempi andati e che democraticamente poi hanno portato a quello che oggi è in commemorazione. La memoria corta porta inevitabilmente all’egoismo e alla prevaricazione.
Almeno il generale Cadorna a discapito poteva dire che gli avevano dato un esercito che non esisteva (vero) e che i suoi collaboratori in gran parte erano degli incapaci, come si dimostrarono sul campo.

A.M. Più che nazionalismo dannunziano io trovo casereccio. Giusto che si faccia cenno all’Unità Nazionale e alle Forze Armate però non si deve mai dimenticare che l’Italia da sola non va da nessuna parte. A periodi alterni i francesi sono stati nostri alleati nella Prima Guerra Mondiale e nemici nella Seconda, in base ai principi di “solidarietà” e “fratellanza”. In calce al testo appare la firma “Dalla Residenza Municipale”, quasi fossimo sotto assedio. Un dispaccio emanato dall’ufficio del Sindaco o del suo segretario che ha vissuto giorni d’ansia per la caduta notturna di calcinacci del soffitto. Dà l’impressione che il Manifesto tricolore del 4 Novembre 2018 celi un “presidio post bellico” di bontemponi, come i noti cantori e coristi del “Careteo”, peraltro molto apprezzati nella loro ironica narrazione teatrale.
Qualcosa non quadra, come abbiamo spiegato. L’anniversario della fine della Grande Guerra che si sottoscrisse a Villa Giusti di Mandria (Padova) ha dato l’opportunità a questa amministrazione di ricordare il fatto di cronaca, commettendo un piccolo errore temporale: “il generale giunto a supporto in Veneto dopo la disfatta di Caporetto alla guida della sua armata e deceduto in uno dei bombardamenti che ha colpito la nostra Città”.
A parte la battuta, c’è da chiarire che gli anglo-francesi non parteciparono alle battaglie dell’Isonzo. Lasciarono l’Italia sola. Arrivarono alla fine del 1917. “Come dai testi di storia”.
Il redattore ufficiale del Manifesto municipale si è dimenticato che il “supporto” militare era allargato a tante altre potenze straniere, gli americani ad esempio erano a Fanzolo, vicino villa Emo per un campo della Croce Rossa.

A. M.
Nessuno vuole togliere il merito a questa amministrazione comunale “verde-tricolore” che dopo cent’anni decide di ri-evocare una tragica morte di un esimio ufficiale. La giustificazione nel dedicargli una lapide ha sapore di propaganda nostrana che meritava un’altra forma all’insegna della “pace” e della “solidarietà”.
Che valore ha questa frase del Manifesto che la morte del generale dovrebbe “insegnare a vivere meglio il presente e costruire un futuro migliore per chi verrà dopo di noi”?
Per fortuna ormai più nessuno legge i manifesti discorsivi, altrimenti i polli si metterebbero a ridere. Mancano due passaggi importanti e di attualità.
Il primo è di carattere “diplomatico”. Saranno state avvisate le autorità francesi, il console onorario e l’Alliance Française? Dal Manifesto non sembra che ci sia un cenno “protocollare” e cerimoniale.
Il secondo non tiene conto che il Consiglio della Regione Veneto ha votato all’unanimità “Veneto terra di Pace” e che oggi “sabato 3 novembre alle ore 12:30, in Villa Giusti a Padova (località Mandria), sarà presente alla sottoscrizione del documento che dichiara il Veneto “Terra di Pace”, insieme all’assessore regionale alla cultura Cristiano Corazzari, anche il Ministro per gli affari regionali e le autonomie, Erika Stefani. Alla firma della dichiarazione, che sarà inviata agli Stati che hanno combattuto nella prima guerra mondiale, sono state invitate le Università venete, l’ANCI, i Comuni capoluogo di Provincia e la Conferenza Episcopale del Triveneto.

Che ne pensi?
D.T. La cosa è un po’ più complessa.
I francesi e gli inglesi accorsero subito dopo Caporetto, ma si acquartierarono molto lontano dal Piave (tra Verona e Brescia) e attesero l’assestamento dell’esercito italiano sulla nuova linea, per non farsi coinvolgere in altre ritirate ed evitare la contaminazione dalle idee disfattiste presenti in qualche frangia dell’esercito italiano in ritirata.
I francesi posero successivamente il loro quartier generale a Castelfranco  (Decima Armata) e quindi rispetto agli inglesi ebbero una parte più importante nella convivenza con i nostri concittadini. Si veda la destinazione di una parte del nostro cimitero per le sepolture dei loro soldati. Le popolazioni erano già coinvolte nella guerra, fin dal 1915, diventano retrovia sotto la legislazione che le accomuna al territorio di guerra e quindi sotto giurisdizione militare e non più civile.
Per la cerimonia in discussione, mi sarei aspettato che per il generale Lizé, senza nulla togliere agli altri attori, si fosse chiamato un famigliare, che so magari il console francese, il sindaco del paese di Angers, questo per dar risalto alla commemorazione e caratterizzarla nel suo giusto valore con un legame di riconoscenza reciproca.
Se fosse stato ben organizzato, avrebbe potuto diventare un qualcosa che risaltava anche a livello nazionale, distinguendo l’avvenimento di una veste che va oltre i limiti cittadini. Nel tempo in cui tutti parlano di turismo, questo poteva diventare motivo di battage pubblicitario per invogliare qualche francese a visitare la nostra città, complice anche il territorio in cui i fatti della Grande Guerra possono essere ancora vissuti tramite le visite nei luoghi recuperati, di cui il nostro territorio abbonda. Non solo di Giorgione si vive.
Mi ricordo che negli anni della scuola, il francese era la lingua d’obbligo, Castelfranco Veneto allora si era gemellata con il paese francese di Les Andelys, quindi questo connubio italo-francese era già stato seminato, perché non riesumarlo complice la targa da posare?
Certamente un generale non è più importante dei cittadini inermi, la differenza sta che il primo trova lustro e risalto nella morte, per gli altri la morte è un fatto quasi scontato e forse dovuto.
Per concludere una riflessione, il comportamento della Francia nei nostri riguardi non è mai stato rispettoso delle nostre aspirazioni, siamo stati visti sempre come dei concorrenti che volevano togliere spazio e quindi limitare i loro interessi, da ciò si veda il trattato di Versailles dove non ci furono concesse la Dalmazia e Fiume e i possedimenti tedeschi furono spartiti tra la Francia e l’Inghilterra. Le nostre aspirazioni africane sull’Abissinia furono negate; la Francia inoltre non vedeva di buon occhio una Dalmazia italiana poiché avrebbe consentito all’Italia di controllare i traffici provenienti dal Danubio. Il risultato fu che le potenze dell’Intesa alleate dell’Italia opposero un rifiuto e ritrattarono parte di quanto promesso nel 1915.

A.M. Un’ultima questione. In questa cerimonia non si parla di uso di armi di distruzione di massa, eppure un cenno non sarebbe stato banale. “Umanizzare” la guerra sembra un paradosso per la festa delle Forze Armate. L’uso della chimica a Cima Grappa fu ripetuto più volte?

D.T.
A riguardo dei gas da te citati, per una annotazione storica, Fritz Haber tedesco, fu il fautore dell’impiego dei gas nei campi di battaglia. Le sue ricerche hanno reso possibile l’uso dei gas tossici come l’iprite e il fosgene come armi di distruzione di massa, durante la prima guerra mondiale. Dopo la prima guerra mondiale, Haber fu incriminato come criminale di guerra a causa della violazione delle convenzione dell’Aja e fuggì temporaneamente in Svizzera, ma ciò non gli impedì di ricevere il premio Nobel per la chimica nel 1918 con la motivazione “per la sintesi dell’ammoniaca dai suoi elementi. Nel periodo fra le due guerre mondiali Haber si interessò di insetticidi e mise a punto il procedimento per la sintesi dell’acido cianidrico, denominato commercialmente Zyklon B, che era destinato in origine alla disinfestazione di pidocchi ed altri parassiti e che fu poi utilizzato per uccidere i prigionieri dei campi di sterminio nazisti.

Il cartone di Guernica, realizzato da Pablo Picasso e raffigurante la sua opera capolavoro da cui è nato l’arazzo commissionato da Nelson Rockefeller ed esposto all’Onu, arriva a Padova al Museo Della Terza Armata, che presenta cimeli della Prima Guerra Mondiale. In un momento di ricordo della fine di un periodo di tragedia e dell’inizio di una nuova fase di speranza, accaduto cento anni fa, il Guernica ci aiuta a ricordare tutti gli orrori che una guerra porta con sé. Per qualche giorno è esposto a Villa Giusti assieme ai fogli dell’Armistizio firmati dalle autorità militari italo.-austriache.

VENETO TERRA DI PACE. Legge regionale 25 ottobre 2018 n. 35
4 novembre 2018: GIORNATA DELL’UNITÀ NAZIONALE E DELLE FORZE ARMATE. Una targa ricordo per il Generale Lucien Zacharie Mairie Lizé
deceduto a seguito del bombardamento aereo del 4 Gennaio 1918 in piazza Giorgione. Curiosità e lacune del testo emanato dalla Residenza municipale 

Nuovi immobili scolastici a Valdobbiadene e Malo e all’avvio di un innovativo percorso turistico in cinese ad Arzignano

ASSESSORE DONAZZAN AD INAUGURAZIONE IMMOBILI E AVVIO CORSO: “SCUOLE E EDUCAZIONE SONO PRIORITÀ PER IL VENETO”

Giornate intense quelle di ieri e oggi per l’assessore regionale all’istruzione, formazione e lavoro Elena Donazzan che ha partecipato a due inaugurazioni di nuovi immobili scolastici a Valdobbiadene e Malo e all’avvio di un innovativo percorso turistico in cinese ad Arzignano.
Ieri, alla presenza anche del Presidente Luca Zaia, è intervenuta all’inaugurazione della ristrutturata antica filanda di Valdobbiadene, che ospiterà la nuova sede della scuola della ristorazione. “Un esempio di rigenerazione di architettura industriale – sottolinea l’assessore – resa possibile dal rapporto fecondo tra pubblico e privato, grazie soprattutto all’intervento e alla sensibilità di un imprenditore come Giancarlo Moretti Polegato”.
Oggi l’assessore Donazzan ha presenziato al taglio del nastro della nuova scuola primaria nel comune di Malo, realizzata con il contributo della Regione del Veneto, e successivamente ad Arzignano all’avvio del corso tecnico del turismo in cinese, autorizzato dalla Regione all’interno della Programmazione dell’Offerta Formativa.
“Altrove ci si lamenta, in Veneto si agisce invece con comuni intenti di miglioramento della qualità dell’educazione – dice l’assessore Donazzan – coinvolgendo tutti gli attori protagonisti: mondo della scuola, Amministrazioni comunali, mondo del lavoro. Troviamo condivisione perché sappiamo ‘leggere’ i bisogni e le aspettative della nostra gente e corrispondiamo con scelte anche coraggiose e di prospettiva.”
“E’ questo il filo conduttore di queste due giornate – conclude l’assessore – all’insegna della valorizzazione della centralità dell’educazione per il Veneto che investe proprie risorse sia nella formazione professionale, garantendo a 20.000 ragazzi di prepararsi per entrare nel mondo del lavoro con esiti occupazionali straordinari, sia nell’edilizia scolastica per una sempre maggiore sicurezza e per il decoro degli ambienti di vita ma che ha scelto di spingere anche la marcia dell’autonomia, forte delle esigenze specifiche della società veneta e soprattutto del mondo del lavoro del nostro territorio. Temi su cui continua il confronto anche con il ministro dell’istruzione che martedì sarà qui in Veneto”.

Mountain bike mondiale da Auronzo a Misurina: percorso mozzafiato per campioni e amatori

(anteprima video promozionale)
Il mondiale di mountain bike è stato presentato oggi a Venezia nella sede della giunta veneta, che sostiene l’iniziativa come partner istituzionale, dal presidente della Regione, Luca Zaia, insieme al sindaco di Auronzo, Tatiana Pais Becher e al presidente dell’associazione Pedali di Marca, Massimo Panighel, che organizza l’evento sportivo. Due percorsi del campionato mondiale: il primo misura 113 km. per la gara maschile con 4.500 metri di dislivello, e il secondo di 98 km. e 3.600 metri di dislivello per la gara femminile, toccando panorami e scorsi di grande bellezza come le Tre Cime di Lavaredo e i laghi di Auronzo e di Misurina.
La competizione – ha precisato Luca Zaia – si svolge ad Auronzo nel cuore delle Dolomiti patrimonio dell’UNESCO. E’ un altro grande evento di caratura internazionale che va ad aggiungersi a quelli in programma nella montagna veneta: la 15.ma tappa ‘Tolmezzo-Sappada’ del 101° Giro d’Italia che si sta correndo, i mondiali 2021 di sci a Cortina, la candidatura della stessa Cortina per le Olimpiadi invernali 2026. E’ in qualche modo anche una risposta indiretta a quanti lamentano che la montagna è dimenticata. Ha invece un grande spazio nel nostro cuore e tutta la nostra attenzione”.
Da parte sua il sindaco del comune bellunese ha posto l’accento sulla valenza dell’evento come veicolo di promozione per il territorio e di sviluppo di un turismo sostenibile, ricordando la realizzazione di percorsi ciclabili.
Il presidente di Pedali di Marca ha evidenziato la bellezza della montagna, ma anche la capacità di realizzare eventi importanti come questo, attraverso i quali far conoscere le grandi strutture ciclabili a disposizione di un’attività, il cicloturismo, che è priorità a livello europeo.
E’ poi stato proiettato il video ufficiale dell’UCI Mtb Marathon World Championships 2018, che vuole essere un viaggio emozionale dal Palazzo Ducale di Venezia alle Tre Cime ad Auronzo di Cadore. Al presidente della Regione è stata donata la mascotte del mondiale, l’Aurosauro, acronimo di Auronzo e Dinosauro, nel ricordo delle tracce di dinosauro trovate ai piedi delle Tre Cime. 

Un saluto a Ermanno Olmi, regista e poeta dei semplici

“Il Veneto perde un eccezionale cantore della sua gente e della sua terra. Ermanno Olmi ci ha lasciato proprio nell’anno conclusivo del centenario della Grande Guerra, abbandonando quei verdi prati dell’Altopiano di Asiago che aveva scelto come ‘buen retiro’ e come luogo e immagine-simbolo per siglare, con il suo “Torneranno i prati”, tutto il dolore e la disumanità della guerra e la speranza nell’avvento della pace”.
Così il presidente del Veneto si stringe al dolore dei famigliari, degli amici e di quanti hanno conosciuto e amato Ermano Olmi, il registra bergamasco scomparso a 86 anni nella ‘sua’ Asiago, che aveva eletto da decenni come ‘patria’.
“Ho avuto la fortuna di incontrarlo più volte – ricorda – era una persona di un carisma unico e di una grande forza morale, sempre coniugata con una grande serenità interiore e uno stile di signorile discrezione. E’ stato il poeta delle nostre terre, della civiltà contadina di cui era figlio autentico, un cantore del lavoro e dei valori forti delle persone semplici, immortalati nell’Albero degli Zoccoli. Il pensiero corre all’affresco in ‘bianco e nero’ dei suoi documentari sulla montagna dolomitica di fronte all’avventura dalla prima elettrificazione, al profondo rapporto tra uomo e natura cantato nei “Segreti del bosco vecchio”, alla drammatica spontaneità di lingua e di vita de “I recuperanti”, al lirismo con cui ci ha accompagnato, nei “Cento Chiodi”, lungo il magico corso del Po, simbolo stesso della vita, alla ‘pietas’ impastata di saggezza ed empatia con cui ha saputo rileggere ‘La leggenda del santo bevitore’”.
“Olmi, con la sua cinepresa ha dato volto, voce e colore ai valori più profondi del popolo, a quella religiosità fatta di cose semplici e di esperienza quotidiana – prosegue il governatore del Veneto – lasciandoci in eredità emozioni, sentimenti e riflessioni di intatta e perenne freschezza”.
“Lo voglio ricordare, infine, come un vero maestro del cinema e della vita – conclude il presidente – sempre attento e proteso verso i giovani. Quei giovani che ha coltivato come amici ed eredi della sua arte e della sua poetica, e ai quali ha continuato sin alla fine, con la scuola di cinema, ad affidare il suo credo nell’uomo, la capacità di leggere la profonda umanità delle piccole cose quotidiane, e lo sguardo attento al valore della storia e della memoria. Ai quali ha continuato a insegnare che fare cinema è mostrare quello che spesso è invisibile ai più. Grazie Ermanno, continuerai a vivere nel cuore

La via democratica e silenziosa all’autonomia di Luca Zaia e alleati

Il titolo è lungo, come si conviene per un atto che potrebbe entrare nella storia del Veneto, ma non solo. La Giunta Regionale, riunita oggi in seduta straordinaria a poche ore dall’esito favorevole del referendum per l’autonomia del Veneto, su proposta del Presidente Luca Zaia, ha approvato all’unanimità il “disegno di legge d’iniziativa della Giunta regionale concernente “proposta di legge statale da trasmettere al parlamento Nazionale ai sensi dell’articolo 121 della Costituzione relativa a ‘Iniziativa regionale contenente, ai sensi dell’articolo2, comma2, della legge regionale 19 giugno 2014 nr. 15, percorsi e contenuti per il riconoscimento di ulteriori e specifiche forme di autonomia per la Regione Veneto, in attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”. Con questo atto, in estrema sintesi, la Regione Veneto indica le 23 materie dell’autonomia e, sul piano finanziario, i nove decimi del gettito fiscale di Irpef, Ires e Iva per gestirle (il federalismo fiscale).
Il Governo veneto, nella stessa seduta, ha approvato anche un disegno di legge concernente “Proposta di legge statale da trasmettere al Parlamento Nazionale ai sensi dell’articolo 121 della Costituzione, relativa a ‘modifica dell’articolo 116, primo comma della Costituzione”, con la quale si chiede il riconoscimento del Veneto come Regione a Statuto Speciale. Si tratta di un solo articolo: “nel primo comma dell’articolo 116 della Costituzione, dopo le parole “la Valle d’Aosta” sono aggiunte le seguenti: “e il Veneto”.
E’ stata infine approvata con delibera l’attivazione della “Consulta del Veneto per l’autonomia”, un Tavolo al quale siederanno tutte le rappresentanze della società civile della Regione (Comuni, Province, Enti Locali di vario livello, Organizzazioni imprenditoriali e di categoria, sindacati, rappresentanze del sociale e del terzo settore), per condividere i contenuti del disegno di legge e raccogliere le indicazioni e suggerimenti degli interlocutori. Dopo la prima approvazione di oggi, pur se in tempi ristrettissimi, il cammino dell’autonomia, per arrivare sul tavolo del Governo nazionale, prevede una seconda approvazione in Giunta di un testo eventualmente emendato con le osservazioni accoglibili provenienti dalla Consulta e successivamente l’invio al Consiglio regionale per la discussione e la definitiva approvazione.
“I veneti – ha detto Zaia presentando i provvedimenti di fronte a una selva di giornalisti e telecamere e affiancato da tutti gli Assessori– hanno parlato forte e chiaro, andando a votare in 2 milioni 328 mila 949 sotto la pioggia in una giornata difficile. Oggi era nostro dovere, varando gli atti conseguenti, dare una risposta immediata all’impegno preso con ognuno dei cittadini”.
“Sia chiaro – ha tenuto a precisare il Governatore – che la nostra non è una dichiarazione di guerra a nessuno. Anzi, è l’offerta di un cammino completamente rispettoso della Costituzione per fare dal basso quelle riforme in senso autonomista e federale che dall’alto non sono riusciti a realizzare, indicate a chiare lettere anche dai padri costituenti all’articolo 5 della Carta. Da oggi il Veneto non sarà mai più come prima, ma il Veneto offre anche all’Italia un laboratorio serio e rispettoso della Costituzione per riforme seriamente autonomiste e federaliste. Si tratta infatti di una via che potrà percorrere ogni Regione che abbia la forza e la capacità di una forte assunzione di responsabilità, sia nei confronti dello Stato che dei cittadini amministrati sui territori, a condizione che si abbia il coraggio di incidere su quegli sprechi che valgono non meno di 30 miliardi di euro l’anno, pari a un terzo degli interessi che il Paese paga ogni anni per il suo debito pubblico”.
Zaia ha ribadito, come già fatto ieri sera a caldo dopo la certezza della vittoria del sì all’autonomia, che si tratterà di un cammino improntato alla più totale sussidiarietà. Lungi da me – ha detto con forza – l’idea di costruire una sorte di neo centralismo regionale: competenze e fondi che riceveremo passeranno via via ai territori, ai Comuni, agli Enti locali, agli amministratori che ogni giorno sono a contatto diretto con i cittadini amministrati e i loro problemi sempre più stringenti”.
“Sia anche chiaro – ha aggiunto Zaia – che al Tavolo che si aprirà a Roma siederà il popolo, non la politica, perché è il popolo veneto che ieri ha detto chiaro e forte che cosa desidera”.
Rispondendo alle domande dei giornalisti, Zaia ha detto anche che “il Governo in carica, se lo vuole, ha tutto il tempo necessario per aprire il tavolo con la Regione Veneto e di arrivare alla conclusione. L’Imminente fine della legislatura nazionale non sia un alibi per nessuno. Tireranno per le lunghe? Spero di no, ma se anche così fosse il nuovo Governo che nascerà dopo il voto dovrà darci risposte veloci e soprattutto concrete”.
Il Disegno di Legge per l’autonomia approvato oggi elenca le 23 materie per le quali si chiedono forme e condizioni particolari di autonomia.
Tre sono attualmente di esclusiva competenza statale: “Norme generali sull’Istruzione”; “Tutela dell’Ambiente, dell’Ecosistema e dei Beni culturali”; Organizzazione della Giustizia di Pace”.
Le altre 20 materie sono attualmente di competenza concorrente. Si tratta di “Tutela della Salute”; “Istruzione”; Ricerca Scientifica e Tecnologica e Sostegno all’Innovazione per i settori produttivi”; “Governo del Territorio”; “Valorizzazione dei Beni Culturali e Ambientali e Promozione e Organizzazione di Attività Culturali”; “Rapporti Internazionali e con l’Unione Europea” della Regione; “Protezione Civile”; Coordinamento della Finanza Pubblica e del Sistema Tributario”; “Commercio con l’Estero”; “Tutela e Sicurezza del Lavoro”; “Professioni”; “Alimentazione”; “Ordinamento Sportivo”; “Porti e Aeroporti Civili”; “Grandi Reti di Trasporto e Navigazione”; “Casse di Risparmio, Casse Rurali, Aziende di Credito a Carattere Regionale”; “Enti di Credito Fondiario e Agrario a carattere Regionale”; “Ordinamento della Comunicazione”; “Produzione, Trasporto e Distribuzione Nazionale dell’Energia”; “Previdenza Complementare e Integrativa”.

I Bellunesi vogliono l’Autonomia: il governatore Zaia li mette in guardia

AI BELLUNESI.
“Prendo carta e penna per evitare che ci siano interpretazioni maliziose alle mie parole sulla questione dell’autonomia di Belluno. Come diceva il Manzoni, ‘ai posteri l’ardua sentenza’: ma se il referendum di Belluno si fa è perché gli atti necessari sono stati fatti. Se non si fa, di certo non è colpa della Regione”.
Comincia con queste parole una lettera aperta rivolta oggi dal Presidente della Regione del Veneto ai cittadini bellunesi sul tema dell’autonomia della provincia dolomitica veneta.
“Ho appreso dai media – continua il Governatore – che pare che la Provincia di Belluno stia approntando un quesito referendario da abbinare in un election day a quello che si terrà il 22 ottobre per l’autonomia di tutto il Veneto. Per quanto mi riguarda, la casa dell’autonomia è sempre aperta e qualsiasi azione che vada in quella direzione va accolta, purchè non sia strumentale. Porte aperte, quindi, ma deve essere chiaro che è Belluno che deve rispettare il suo Statuto rispetto alla formulazione del quesito, altrimenti le parole non si tradurranno mai in azione concreta. Occorre infatti che il referendum riguardi, dice lo Statuto della stessa Provincia, esclusivamente argomenti locali di competenza dell’Amministrazione; che si attivi una commissione per il giudizio di ammissibilità della proposta; che la comunicazione di ammissibilità venga notificata al Presidente della Provincia, il quale dovrà poi porre all’Ordine del Giorno una delibera di presa d’atto. A questo punto devono essere fissate le modalità di svolgimento del voto. Tutto questo non c’è ancora”.
“Se qualcuno vuole approfittare del referendum per cercare la rissa si sbaglia – aggiunge il Presidente della Regione – perché da noi, se le cose vengono fatte bene, trova sempre porte aperte”.
“Di più – prosegue il Governatore – dico ai bellunesi che il nemico è Roma, non Venezia, e per capirlo basta guardare i conti: da quando sono stato eletto Presidente, dal 2010, i trasferimenti della Regione a Belluno sono passati da 17,7 milioni di allora a 38,8 milioni di oggi, mentre Roma è passata da 28 milioni a 62 mila euro. Roma, in una parola, è sparita”.
“Se posso permettermi di dare un consiglio ai bellunesi – sottolinea ancora – dico di andare veloci, di costituire subito la commissione di saggi e, magari, di avvalersi dei due valenti costituzionalisti che hanno brillantemente affiancato la Regione: i professori Antonini e Bertolissi”.
“Vorrei peraltro ricordare – fa notare ancora il Presidente – che un vero referendum dovrebbe puntare in alto è cioè che Belluno possa essere a tutti gli effetti Provincia Autonoma, attraverso una vera e propria modifica della Costituzione. Il tutto, fermo restando che il referendum regionale del 22 ottobre porterebbe benefici a tutto il Veneto. Se anche solo venissero applicati l’articolo 116 della Costituzione e seguenti, con l’applicazione del federalismo fiscale, il Veneto intero arriverebbe alla pari di Trento e Bolzano, e a quel punto il giovamento sarà enorme e soprattutto per tutti i veneti”.
“Per non dare alibi a nessuno, e perché l’autonomia sia una cosa pulita e seria, e non terreno per fare polemica e dar fiato a qualche disperato dell’ultima ora– conclude il Governatore – dico ai bellunesi: da noi porte aperte e avanti tutta, ma fate veloci”.

Luca Zaia: al Veneto spettano competenze che la Costituzione ci riconosce

img_6410REFERENDUM AUTONOMIA: PRESIDENTE ZAIA, “E’ IL FONDAMENTO PER IMPEGNARE IL GOVERNO AD ATTRIBUIRE AL VENETO LE COMPETENZE CHE LA COSTITUZIONE CI RICONOSCE”
“Sul referendum va fatta chiarezza. Ai veneti dico che la casa dell’autonomia si costruisce partendo dalle fondamenta e le fondamenta sono la consultazione referendaria. Per la prima volta in Italia una regione utilizza lo strumento referendario nei confronti del governo, in uno spirito di leale collaborazione tra istituzioni. In Italia non c’è una storia di applicazione del titolo quinto, di applicazione della ‘geometria differenziata’ tra regioni nell’ordinamento costituzionale. Se l’articolo 116 della Costituzione fosse davvero applicato, alla lettera, tutte le Regioni avrebbero la stessa autonomia di Trento e Bolzano. Il Governo sa bene che trasferire le competenze previste dal nuovo Titolo quinto della Costituzione vorrebbe dire rendere tutte le regioni a statuto speciale. Infatti, dal 2001 ad oggi, nessuna regione ha portato a casa qualche competenza in più. Il referendum chiesto dal Veneto, se vincerà il sì, impegnerà il governo, di qualunque colore che esso sia, ad aprire una trattative sull’intero contenuto degli articoli 116, 117 e 119, della Costituzione, portando all’autonomia fiscale”.
Così ha esordito il presidente della Regione Veneto Luca Zaia aprendo il dibattito in Consiglio regionale sulla proposta di modifica legislativa che autorizza la Regione ad avviare in proprio le procedure per indire il referendum sull’autonomia regionale, anche prescindendo dall’abbinamento con una consultazione elettorale amministrativa o politica, nazionale o europea.
“La legge regionale del 2014 – ha ricordato Zaia – autorizza il presidente della Giunta regionale a negoziare il contenuto del quesito referendario. LaRregione Veneto ha tentato tutte le vie per negoziare il quesito e per ottenere l’election day. Senza peraltro ottenere le risposte attese. Il quesito resta quello che la sentenza della Corte Costituzionale ci ha autorizzato a porre (““Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?). Quanto all’election day ho ancora speranze che possa essere celebrato. Ho avuto modo di parlare con il ministro dell’interno Minniti e confido che dia ascolto alle nostre istanze. Se non riusciremo a fare il referendum in primavera, lo faremo in autunno”.
Nel ricostruire il percorso dell’istanza referendaria, sancita dalla legge regionale 15 del 2014, il presidente del Veneto ha ribadito di aver cercato in ogni modo la trattativa con il Governo per definire il contenuto della domanda referendaria. “Ma il ministro Costa, nel maggio dello scorso anno, ha chiuso la trattativa sul quesito”, ha ricordato Zaia.
E nessuna risposta è ancora arrivata – ha puntualizzato il presidente – sulla richiesta avanzata dal Veneto, insieme alla Lombardia, di poter abbinare il referendum sull’autonomia regionale ad un’altra consultazione elettorale. “Il carteggio con il governo – ha annotato – assomiglia alla storia di un amore non corrisposto. Ho sottoposto il problema anche alla Corte dei Conti, spiegando che il Veneto ha tentato di chiedere l’election day”.
“Non vogliamo mostrare i muscoli, abbiamo il conforto di grandi costituzionalisti, ci muoviamo nel solco della legge e quindi andiamo avanti – ha concluso Zaia – Questo non è un referendum per un plebiscito personale, è il referendum per dare autonomia ai veneti”.
Quanto alla campagna comunicativa per il referendum il presidente ha annunciato un progetto di comunicazione istituzionale per il sì e per il no, in modo che i veneti possano decidere con consapevolezza e serenità: “Sarà giusto dare voce anche ai contrari – ha assicurato Zaia – anche ad eventuali comitati per il ‘no’.

Veneto: Una task force per la Pedemontana. Ci saranno anche i droni AVEPA

tracciato_pedemontana_veneta hqdefault c-libro_cover_intera_condorso 16-pagine-iniziali 73-2017-task-force-x-pedemontana 73-2017-punto-stampaIl coordinamento è stato affidato alla dottoressa Ilaria Bramezza, segretario generale della programmazione della Giunta regionale del Veneto; il commissario Autorità Vigilante è l’avvocato dello Stato, Marco Corsini, specializzato in contrattualistica pubblica, dipendente di ruolo dell’Avvocatura Generale dello Stato, che opererà a titolo gratuito; i compiti di carattere tecnico sono stati attribuiti all’ingegner Elisabetta Pellegrini, oggi direttore generale della Provincia di Verona e dal prossimo primo febbraio nuovo dirigente regionale; Responsabile Unico del Procedimento (RUP) è l’ingegner Giuseppe Fasiol, responsabile della direzione regionale delle infrastrutture e trasporti.
Questi sono i vertici della task force voluta dal presidente Luca Zaia, che ha il compito di supportare la Regione del Veneto nelle funzioni di concedente, stazione appaltante, alta vigilanza e supporto tecnico per il completamento della superstrada a pedaggio Pedemontana Veneta, che con i suoi i 95 chilometri di tracciato, 16 caselli e i 35 comuni coinvolti, è la più grande opera pubblica attualmente cantierata in Italia.
“Arteria fondamentale per la viabilità regionale – ha precisato Zaia – che, se verrà definito entro la prossima estate il closing finanziario di 1 miliardo e mezzo, sarà ultimata e aperta al traffico entro tre anni, cioè entro il 2020. Il primo tratto, quello tra Breganze e Bassano del Grappa, sarà già percorribile nel 2018. Intanto, sia chiaro, i cantieri sono aperti e operativi”.
La nuova Direzione della Struttura di Progetto “Superstrada Pedemontana Veneta”, con sede a Venezia, è stata costituita oggi con una deliberazione illustrata alla stampa dal presidente Zaia, dal vicepresidente Gianluca Forcolin, nella veste di assessore al personale e dall’assessore alle infrastrutture e trasporti, Elisa De Berti.
Il presidente ha anche dettato le linee generali sulle quali il task force dovrà impegnarsi, preannunciando l’uso dei droni per fotografare e filmare l’intera arteria in costruzione e possibilmente ricavarne anche uno spot pubblicitario e di promozione per l’avanzamento dei lavori. Alla domanda precisa di un giornalista su questo specifico argomento, il governatore ha risposto che il servizio sarà affidato all’AVEPA, controllata dalla Regione, che ha già una buona esperienza in campo di pilotaggio dei droni nell’agricotlura. Come si sa l’uso dei droni per la fotogrammetria potrebbe ulteriormente servire per un’altra applicazione: nell’esatta ricostruzione di un modello tridimensionale dell’intera arteria di 95 km.
“Il movimento spaziale di precisione e l’aerofotogrammetria sono solo alcuni esempi in cui questa tecnologia può trovare riscontro” – ci precisa al telefono Daniele Pauletto che, assieme a Angelo Miatello e la collaborazione di Claudio Malvestio, hanno di recente pubblicato un libro a tiratura limitata con questo emblematico titolo “I droni tra arte, cinema e politica” (pagine 267, Edizioni Aidanews), autografato dal critico d’arte Vittorio Sgarbi, dal governatore Luca Zaia e dal giornalista Gianantonio Schiaffino.

Il governatore ha avuto innanzi tutto parole di ringraziamento per l’ingegner Silvano Vernizzi, che ha svestito i panni del commissario straordinario alla fine del 2016, dopo che i ministeri competenti avevano deciso non vi fossero più esigenze di gestione commissariale di protezione civile per le opere infrastrutturali.
“Abbiamo voluto affidarci a un gruppo di professionisti di alto profilo giuridico, tecnico e amministrativo – ha sottolineato Zaia, riconoscendo anche l’ottimo rapporto di collaborazione con il ministro delle infrastrutture e trasporti, Graziano Delrio su questo fronte – perché vogliamo una struttura molto performante, chiamata a gestire una delle fasi più delicate dal punto di vista finanziario. Ma anche perché abbiamo a cuore i tremila soggetti espropriati che attendono di ricevere 200 dei 340 milioni totali di euro di indennizzo previsti, risorse preziose da distribuire in quei territori che hanno subito enormi danni conseguenti al tracollo della Popolare di Vicenza e di Veneto Banca”.
“Quest’opera deve essere seguita con molta attenzione anche per quanto concerne i rapporti con il territorio – ha detto l’assessore De Berti –. I cittadini interessati dagli espropri, gli amministratori locali e la popolazione residente nei territori attraversati dal tracciato, hanno bisogno di certezze sui tempi e le modalità di realizzazione dell’intervento, sul pagamento delle indennità, sullo sviluppo dei cantieri, ecc. Non stiamo parlando di un’opera marginale, ma di una infrastruttura che inciderà fortemente sul futuro economico, e non solo, dell’intera area pedemontana veneta”.