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Scarabellotto, il blogger castellano di Cent’anni fa. Cenone di Natale e poi tempesta di bombe su Castelfranco Veneto

DA DINO SCARABELLOTTO (Dattiloscritto senza data, ripreso da Luigi Urettini, in “Storia di Castelfranco”, Il Poligrafo, Padova,1992, p. 122).
 
“I cuochi delle mense francesi acquartierati qui per festeggiare il Santo Natale acquistarono tutti i tacchini e i polli che i contadini della zona avevano portato al mercato. Pagando profumatamente ogni cosa si portarono via tutta la verdura, compreso naturalmente il rinomato radicchio di Castelfranco, ed altri ortaggi e frutta che si trovavano nella piazza quella Vigilia di Natale del 1917. Quel Natale fu passato qui in fraterna unione fra la cittadinanza castellana e i soldati alleati e si manifestava vieppiù con le abbondanti libagioni e gli evviva di “Bon Noel”. I soldati uniti a borghesi castellani tutti cantavano la popolare canzonetta di guerra francese allora in voga “La Maddalen….capural de fantasie“.
Lo scenario sembra uscire più dalle pagine della cavalleria rusticana che da un blogger che da lì a poco capiterà una tragedia incombente. Fortunati dunque i contadini ma non certo quelli che perirono sotto le macerie nella notte di San Silvestro e nei giorni tra il 4 e il 5 gennaio 1918.
Luigi Urettini scrive che il bombardamento più terribile avvenne nella notte di San Silvestro del 1917 in cui furono lanciate ben ottocento bombe (ndr, sulla Castellana?) con morti e feriti. Di fronte a questo dato da bollettino militare non ci sono prove, perchè altri castellani dichiararono essere cadute circa 400 bombe, così anche la “mappa bombe” inviata alla Reale Commissione parlamentare del 17 giugno 1919. Memoria e Storia che si sovrappongono di fronte ai fatti delittuosi accaduti, sui quali militari, politici e preti non avrebbero reso giustizia e verità (ad esempio le violenze su donne e bambini). Castelfranco non ha avuto la fortuna di Guernica, un Picasso che l’abbia immortalata. Il marasma e la confusione hanno spianato la strada della dittatura e sopraffazione. Come possiamo leggere nell’interrogazione del socialista ferrarese Lollini nella tornata del 27 febbraio 1921: “Onorevoli colleghi, il gruppo parlamentar e socialista, al quale mi onoro di appartenere, ha presentato una mozione sulla politica interna, e mi ha dato l’incarico di chiederne al Governo ed alla Camera la immediata discussione. La mozione presentata è del seguente tenore: “La Camera, costatando che gli ultimi episodi di violenze organizzate in varie regioni d’Italia conducono inevitabilmente il paese alta guerra civile: rilevando che il Governo e le autorità locali assistono impassibili alle minacce (Interruzioni – Rumori), alle violenze, agli incendi da parte di bande armate, e pubblicamente organizzate a tale scopo, e le proteggono anche con l’impedire la difesa legittima delle persone, delle amministrazioni, e delle organizzazioni colpite, condanna la politica del Governo”. (…) “Ma lasciate, onorevoli colleghi, che affermi che quello, che sta avvenendo ora in Italia, ha un carattere tale che, se qui dentro, e dai banchi del Governo, e dai banchi dei deputati di qualsiasi colore, “si lasciasse anche solo intravveder e che non si ha la sensazione della enorme gravità dei fatti, ciò vorrebbe dire che quest’Assemblea manca nonché di anima politica, di anima umana. (Approvazioni all’estrema sinistra – Rumori da altre parti)

“Mappabombe” austro-germaniche e lo “scialle” del generale francese. Crimini e disavventure nella città di Giorgione durante la Grande Guerra

La polemica ormai sta esondando, non si parla altro che della “targa” dedicata al generale francese, inaugurata il 4 novembre 2018 in pazza Giorgione di Castelfranco Veneto (Tv). Dal Corso XXIX aprile alla Piazza ci sono lapidi e un monumento ai caduti delle guerre devastatrici (lato Giardini). Segni tangibili, assieme alle lapidi di via Riccati sui muri della Scuola (forse in futuro Conservatorio musicale), di un popolo guerresco (guerre di difesa, belle, giuste e sante e di aggressione, tutt’un fascio). L’ultima targa ricordo parla del generale Lucien Zacharie Marie Lizé (Angers 25.02.1864-Castelfranco-Galliera 5.01.1918) che fu a capo della Decima divisione armata di Artiglieria (pesante e genieri), insediatasi a Castelfranco il 5 dicembre 1917, cinquantadue giorni dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1917), in cui l’Esercito italiano (Cadorna) ed i suoi alleati dovettero arretrare di quasi cento km dal precedente confine isontino. Battaglie frontali sui monti, incursioni aeree sulle città indifese. Un disastro annunciato per chi era dietro le quinte, una sorpresa per il popolo (il 98 per cento!). Gli strateghi sapevano. E questo è, se volete, il primo aspetto tragico della storia italiana. Gli storici si dividono. Fu un atto dovuto anche la chiesa cadde nella rete. Castelfranco, come molti altri comuni, si ritrovarono da un giorno all’altro sul fronte (il raggio aereo superava quello vecchio ottocentesco del tiro del cannone. Lo sapevano gli strateghi ma non mons. Giacinto Longhin che scrisse al Papa Benedetto XV implorandolo d’intervenire presso le potenze belligeranti). Poco importa se i politici di allora facevano finta di giocare con le parole, pro o contro l’intervento (i socialisti che gridavano “viva la bella guerra”, anche in consiglio comunale!). Così pure la Chiesa tanto ramificata che avrebbe potuto rivoltarsi e trasformarsi in martire contro la guerra. Invece no. Mandiamo i preti cappellani e seminaristi nelle trincee, negli ospedali. Nel giro di poche settimane gli abitanti si ritrovarono occupati e presidiati dai militari. Le amministrazioni comunali chiudevano i municipi e si trasferivano altrove. Però dove c’era bisogno di una “primordiale” amministrazione per le cose correnti, visto che di manovalanza ce n’era sempre bisogno e i campi bisognava comunque lavorarli per sfamare le truppe (altro che “buoni affari”, come lo stupido garzone Scarabellotto detta al suo biografo), rimase in piedi con il bene placido di una garanzia di salvacondotto. Un profugato di casa nostra che andava a Campigo o a Treville a passare la notte o si rinchiudeva dentro il campanile della Pieve.
Castelfranco era presidiata (militarizzata) dall’esercito italiano, poi vennero i Francesi che qui trovarono una ragione in più per stabilirsi (una strategia ben studiata come supporto e da contraccolpo). L’obiettivo era un nemico comune, l’austro-germanico, che per il Veneto francamente era poca cosa (alcune parti del litorale adriatico ex Serenissima), ma non il Friuli Venezia Giulia o il Trentino irridenti, da un secolo ormai sotto l’Austria. Una guerra che è costata miliardi per alcuni km quadrati? Forse era meglio convivere e cooperare in un buon vicinato.
Detto questo, senza nessuna pretesa di avere la verità assoluta sulla Storia, a Castelfranco è successo il finimondo durante il 1917-1918: violenti bombardamenti aerei austro-germanici l’hanno distrutta con la consapevolezza di disintegrare il tessuto sociale che rimaneva ancora in vita (ne abbiamo le prove!). Si possono capire gli attacchi frequenti alla stazione ferroviaria, ai treni zeppi di materiale bellico, di soldati, alle fabbriche più o meno trasformate in depositi di armamenti o riconvertite per l’assemblaggio, ma non si possono cancellare le bombe granata e incendiarie lanciate contro ospedali, siti adibiti al pronto soccorso e all’obitorio. Altro che “pollaio di 150 galline maciullate!” (Cf. Don Pastega, nota ripresa da Urettini e Gomierato). Oltre all’uccisione di civili che si trovavano nei paraggi dei bersagli aerei (donne e bambini), caddero feriti già ricoverati, anziani infermi, medici, infermieri, volontari, suore e un frate. Questi furono e rimangono crimini impuniti. I piloti austro-ungarici ed i loro comandanti sono stati dei criminali.
Già all’epoca esistevano delle convenzioni di diritto umanitario che tutelavano i feriti, il corpo sanitario e i prigionieri di guerra. Già all’epoca con i trattati di pace di Versailles furono decisi risarcimenti e sanzioni per danni di guerra e per i crimini commessi (l’Alta Corte di Lipsia).
Non ricordarlo cent’anni dopo, soprattutto da sindaci e amministratori che si atteggiano ad essere “per la pace e per il principio costituzionale che l’Italia ripudia la guerra come soluzione di controversie”, promotori dei Diritti dell’uomo, della Carta delle Nazioni Unite e del Diritto umanitario internazionale, significa prendere in giro i nostri parenti e amici morti ingiustamente. Oltre al danno anche la beffa.
E così fu anche per lo sfortunato generale francese Lucien Zacharie Marie Lizé, al quale è stata dedicata una targa in piazza Giorgione. Targa, fra l’altro errata. Una settimana prima della sua infame uccisione (fine dicembre 1917), l’esercito francese aveva conquistato Tomba-Monfenera, sequestrando cannoni, mitragliatrici, armi e catturando 1500 soldati austro-ungarici (albanesi?). Una vittoria che causò immediate rappresaglie qui da noi.
Analizzando e confrontando la notizia data per certa sulla dinamica della morte del generale francese Lucien Zacharie Marie Lizé che, secondo una schiera di autori locali, fu colpito il quattro gennaio 1918 da una scheggia di bomba aerea mentre attendeva in auto l’autista che lo doveva portare via….usciva dall’albergo alla Spada… ci si è accorti che i conti non quadravano. Il merito va dato alla ricerca certosina di Derio Turcato che ha scovato le informazioni precise e non “inventate” dal notista di turno (dal parroco don Pastega o dal farmacista Leonardi).
Infatti, secondo fonti militari ufficiali, firmate e catalogate (ospedale d’evacuazione, testimonianze di ufficiali militari, memoriali) la bomba aerea che lo ha colpito è scoppiata alle ore 5:10 del 5 (cinque) gennaio 1918, trasportato d’urgenza al reparto chirurgico alle 7:30, morirà alle 9:35 all’ospedale di evacuazione a Galliera. Si noti che quattro giorni prima gli ospedali castellani subirono ingenti danni di bombe aeree, molti feriti e una trentina di morti, fra cui il chirurgo dott. Malatesta, il collega dott. Bagagnone, l’infermiere Della Massa…il frate minore padre Geremia Monaco, … tutti nomi dimenticati! Niente targa per loro. Vergogna.
Con due diversi dettagli (che abbiamo chiamato “varianti in corso d’opera” dati neo amministratori laureati in architettura o diplomati geometri):
– l’unica fonte scritta castellana (un libretto parrocchiale di 68 pagine dal titolo “Durante il bombardamento aereo austro-germanico su Castelfranco-Veneto”, pubblicato tra sett/ott 1919 da don Giovanni Pastega, parroco della Pieve) afferma che: il generale Lizet (sic) viene colpito da scheggie di bomba mentre metteva il piede sullo staffone dell’automobile. L’infelice Generale cadde a pochi metri dal monumento del Giorgione...” Il libercolo, ricordiamolo per inciso, ha il “Nulla osta alla stampa del 6 settembre 1919 di Mons. dott. Valentino Bernadi e l’IMPRIMATUR della Curia Vescovile del 6-9-19 di Mons. Vitale Gallina, Provic. Generale.
– La seconda fonte manoscritta privata di qualche anno più tardi (Zibaldone del farmacista veneziano Giuseppe Leonardi, che fungeva anche come assessore nel periodi guerra) racconta che “il generale Lizet (sic) stava seduto nell’auto ed aspettava l’autista ch’era andato a prendergli uno scialle in albergo” e “quando tornò trovò un ammasso di roba in cui non si distingueva niente. L’albergo è “Alla Spada”.
Cent’anni dopo si può ancora ripeterli in pubblicazioni (Urettini, Gomierato), nei social (sindaco Bonaldo) e sul palcoscenico del Teatro Accademico (Bonaldo e Simeoni)?
Si tratta di notizie narrate in taccuini sporchi e unti di “sangue e fango”, di “castrato e di frittata”, che vanno bene per una commedia pirandelliana ma non per la Storia.

Staffone dell’automobile” o “scialle” personale? Un po’ colorita la sequenza di morte sotto un “violento bombardamento” tedesco come i dispacci militari francesi puntualizzano. Dove fu colpito – locus delicti? “A pochi passi dal monumento del Giorgione” o nei pressi dell’Antico Albergo alla Spada dove alloggiava?
Dal 4 novembre scorso la targa municipale è fissata su un muro dei portici (si intravedono vetrine Benetton e Max Mara) che nulla c’entra con il preciso luogo dello scoppio. Lo studioso Derio Turcato giustamente entra nel merito della questione sia balistica che fotografica, criticandone la sistemazione improvvisata e romanzata dai castellani. Stando alle sue inconfutabili prove potrebbe trattarsi di ben tre “locus delicti” visto che non c’è nessuna fonte scritta dello stesso giorno. Il Municipio era chiuso, la polizia municipale, i cronisti non esistevano e tanto meno le autorità militari italiane si preoccuparono dei dettagli procedurali. Non è forse sufficiente per capire in quale stato fosse la città murata?   

Il punto però che ha sollevato tante critiche nei confronti dell’amministrazione locale (Lega e FI) che si rende complice della politica di basso calibro di tutto l’arco del ‘900, è l’esempio di una “MAPPA DELLE BOMBE AEREE” (con i puntini rossi indicanti dove sono cadute!) che i vari narratori castellani pubblicarono nei loro libri (pagati anche con soldi pubblici), senza accorgersi che tale documento amministrativo faceva parte di una delibera di Giunta, quale “Pianta topografica della Città di Castelfranco … con l’indicazione delle località colpite da bombe nemiche …. Conforme a quella allegata al foglio della REALE COMMISSIONE d’inchiesta sulle violazioni del diritto delle genti commesse dal nemico”, firmato dal sindaco Ubaldo Serena il 17 giugno 1919.
In altre parole, e fino a prova contraria, il caso di Castelfranco Veneto rientrava a pieno titolo nei “faldoni” della Commissione (reale) d’inchiesta parlamentare per stabilire i danni da azioni criminose dei belligeranti, in base ai Trattati di Versailles del 1919, che istituiva l’Alta Corte di Giustizia a Lipsia (Corte Suprema).
E l’Italia che fece? “…finì con la marcia su Roma!
Al dopo sindaco Ubaldo Serena (18.07.1914-16.07.1919) ci furono due commissari prefettizi (Pastore e Zanframundo, 16.07.1919- 27.09.1920) che, naturalmente la neo laureata ex sindaco Maria Gomierato, come tutti i suoi precedenti “autorevoli” padri storici ‘bianchi’, non si accorsero del vacuum legislativo, amministrativo e politico. Un va e vieni di commissari fino alla consolidata instaurazione dei podestà. Nel merito, l’A. non si accorge delle inesattezze, contraddizioni, e per così dire panzanate che si ritrovano nelle sedute della Giunta o dei Consigli comunali. Mescola il sentito dire, già peraltro oggetto di richiamo dal prof. Luigi Urettini nel 1992, ricco di spunti ma infelicemente di parte (aderente al Pdup), con “faldoni amministrativi”, quasi che si trattassero di sovrapposizioni socio-politiche. Storici populisti senza accorgersene che oggi attaccano il governo.
In altre parole, nel 2018 l’esimia A. di “Guerra e Pace in Consiglio Comunale“, frutto di una faticosa e sofferta laurea in Scienze Politiche con il prof. Almagisti, avrebbe dovuto dimostrare più autonomia e senso di onestà intellettuale nell’affrontare la storia di un ventennio così tragico e nefasto. Le leggi valgono per tutti e la politica non è un passatempo come molti purtroppo l’hanno concepita. A chi serve ri-pubblicare pensieri già detti in precedenza, senza cogliere la loro incongruenza?
Di tanto in tanto il libro diventa autocelebrativo e biografico, prende spunto da certi fatti e li accomuna al presente, l’esempio del profugato, dell’assistenza, dell’impegno politico per “chi sceglie di fare” il Consigliere o l’ Assessore. Non si accorge che anche in quei tempi la società era piena di pregiudizi contro il profugo “se non stai buono ti faccio mangiare dal profugo” (Cf. la battuta del farmacista Leonardi di ritorno da Milano-Lainate dove aveva messo al sicuro la moglie, il figlio Pierino e la governante, “con i migliori materassi di lana, spediti a Rho”!), lo sfruttava e segregava (le lavandaie, le sartine, le donne del piacere, le servette) e che il Comune era presidiato e censurato. Ma come dicevamo, il fatto per noi molto grave è la sventurata mancanza di non essersi accorta che “La Commissione d’inchiesta sulle “violazioni al diritto delle genti e alle norme circa la condotta della guerra e al trattamento dei prigionieri di guerra” (decr. lgt. 15 novembre 1918, n. 1711)”, fu un capitolo così importante che le avrebbe permesso di comprendere come mai il sindaco Ubaldo Serena fu costretto a redigere il “Mappabombe” del 17 giugno 1919, prima di andarsene; e il parroco della Pieve nel settembre dello stesso anno (c’era il Commissario prefettizio Pastore), quale “politicante don Pastega” improvvisò un incontro pubblico per costituire un fondo pro Infanzia (orfani e poveri). E distribuì un libretto, una miscellanea di fatti e pensieri pericolosi, che lo si capisce con il senno di poi, di grande valenza politica, a differenza dei “politici comunali” (sindaco, assessori e segretario) che non hanno lasciato tracce di cronaca quotidiana. Con tutta evidenza della ferrea censura in vigore. Dunque un governo fantoccio.
P
er concludere, ricordiamo che dagli artt. 227-229 del Trattato di Versailles ci fu la proposta di attivazione dei giudizi davanti alla Corte Suprema di Lipsia con processi e sentenze. Il “Mappabombe” va inquadrato in questo preciso fatto storico che, a nostro avviso, rimangono dei crimini impuniti. Non si capisce l’atteggiamento del cronista de La Tribuna di Treviso, presente in conferenza stampa del 26.11 presso la sede di HISTOIRE , al quale sono stati consegnati copie di materiali originali e inediti per il suo giornale, non abbia voluto fare un pezzo sui fatti storici qui elencati. Si spera di un prossimo rimedio onde evitare che si continui a scrivere “Bugie e retorica in Consiglio comunale tra guerra e pace”. Che queste nostre osservazioni siano almeno come moniti solenni della coscienza morale della castellanietà.

Note e bibliografia

  1. Il processo di Lipsia fu un processo a criminali di guerra tedeschi della prima guerra mondiale, tenutosi nel 1921 dalla Corte Suprema Tedesca, come parte delle sanzioni imposte al Governo Tedesco nel Trattato di Versailles che così dispone:

Parte VI. Prigionieri di guerra (articoli 214-226). Contiene le disposizioni per il loro rimpatrio.

Parte VII.-Pene (articoli 227-30).-Viene stabilito che dei tribunali appositi costituiti dagli Alleati giudicheranno l’imperatore Guglielmo II e tutti gli altri che avessero offeso la morale internazionale, la santità dei trattati, e le leggi e i costumi di guerra.

Parte VIII. Riparazioni (articoli 231-247). Questa parte incomincia col riconoscimento da parte della Germania di essere colpevole dell’aggressione contro gli Alleati (art. 231) e quindi dell’obbligo delle riparazioni. Poiché per il momento gli Alleati non erano in grado di fissare i danni sofferti, così veniva affidato a una Commissione delle riparazioni il compito di stabilire il loro ammontare e le quote annue che la Germania avrebbe dovuto pagare per un periodo di 30 anni a cominciare dal 1° maggio 1921. Prima di questo termine avrebbe dovuto pagare, in danaro o in merci, 20 miliardi di marchi oro. Veniva anche stabilita la restituzione di tutto quello che aveva sequestrato o requisito durante la guerra, e veniva pure stabilito che dovesse sostenere le spese del corpo di occupazione e consegnare quegli approvvigionamenti o materie prime che gli Alleati avrebbero stabilito e che sarebbero state computate in conto riparazioni.
Parte IX. Clausole finanziarie (articoli 248-263). Contiene le diverse disposizioni relative al modo di pagamento.
Parte X. Clausole economiche (articoli 264-312). Riguarda le relazioni commerciali, dogane, navigazione, dumping, il trattamento da farsi ai cittadini dei paesi alleati, l’applicazione di trattati e convenzioni economiche, le comunicazioni postali e telegrafiche, i debiti, le proprietà, i diritti e interessi di cittadini alleati in Germania, i contratti, le prescrizioni, le assicurazioni, la proprietà industriale, ecc.

  1. La Commissione francese (decr. 23 settembre 1914) per l’accertamento degli “atti commessi dal nemico in violazione del diritto delle genti”.
    È opportuno, a questo punto, precisare -in vista degli ulteriori sviluppi dell’indagine – che l’iniziativa italiana della nomina di un’apposita commissione per l’accertamento delle violazioni realizzate nel corso della prima guerra mondiale ebbe, significativamente, non pochi precedenti all’estero. Primo tra questi, in ordine di tempo, era quello attivato dal decreto emesso a Bordeaux il 23 settembre 1914 (Journal Officiel  26 settembre) a nome del presidente della Repubblica Francese (B. Poincaré), e a firma del presidente del consiglio dei ministri René Viviani. (…)
  1. Nel II volume dei “Rapports”, pur esso pubblicato nel 1915, si dava ampiamente conto (pp. 77) di un supplemento di indagini condotte dai commissari in alcuni dipartimenti (dell’Isère, della Savoia e dell’Alta Savoia) per raccogliere informazioni in merito agli inumani trattamenti subìti dai prigionieri civili sequestrati in massa – si trattava di un contingente di circa 10.000 persone, non escluse tra queste donne, anche incinte, bambini e persone anziane – poi trasferiti in terra nemica, e quindi da poco rimpatriati.
    Nel volume III-IV dei “Rapports”, relativo all’arco temporale 1914-1916 e ad altre tematiche (pp. 271), una prima parte (datata 1° maggio 1915) concerne, con maggiore completezza – così i commissari ne riferiscono al Presidente del Consiglio – “gli atti di slealtà o di barbarie di cui i combattenti, come il personale medico addetto al nostro esercito, sono stati vittime da parte del nemico”, ed è ripartito nei seguenti capitoli: “Prigionieri civili o militari posti a scudo davanti alle truppe nemiche”; “Impiego di munizioni e di armi vietate dalle convenzioni internazionali”; “Massacri di prigionieri e di feriti”; Attentati contro il personale sanitario e bombardamento di ambulanze”; una seconda parte (datata 6 maggio 1915), concerne il primo impiego, da parte delle truppe tedesche, dei gas asfissianti come mezzo di combattimento. Segue la raccolta dei verbali di audizione, corredata da documenti fotografici. (Cd. Treccani online)
  1. Paolo Spinelli, La Corte Penale Internazionale e i rapporti con L’ONU, Università Tre, 2002-2003 (tesi online).
    “Ciononostante, la concezione che aveva dominato fino alla fine dell’800 era stata messa in discussione e si era fatta strada l’idea opposta secondo cui, al fine di favorire il ritorno alla pace, era necessario evitare l’impunità e assicurare alla giustizia i colpevoli di crimini internazionali. Per la prima volta si parlava della responsabilità penale individuale degli organi dello Stato, e in particolare dei Capi di Stato. Ne è testimonianza l’attività del Comitato consultivo dei giuristi della Società delle Nazioni, incaricato, nel febbraio del 1920, di redigere il progetto di Statuto della Corte permanente di giustizia internazionale, ai sensi dell’art. 14 del Patto. Su proposta del Presidente Descamps il Comitato proponeva la creazione di un Alta Corte di giustizia internazionale.”
  1. Mario Pisani, La Grande Guerra, I crimini di guerra e i processi di Lipsia (1921):
    Il Kriegsbrauch im Landkrieg, stampato a Bruxelles in tre piccole dispense nel novembre 1914, col consenso dell’autorità militare tedesca, e consegnato dal giornalista Luigi Barzini a chi ne curerà la traduzione (con una prefazione ed un’appendice): v. Icilio Bianchi, Le leggi della guerra secondo il grande Stato Maggiore germanico, Milano, Ravà & C. Ed., 1916, pp. 52.
    A questo manuale lo stesso Barzini aveva dedicato una serie di articoli nel Corriere della Sera, scrivendo, tra l’altro: “Col Kriegsbrauch im Landkrieg si è voluto dare al soldato l’impulso cieco, terribile, impetuoso, ma diretto ed efficace del proiettile. Bisognava che non fosse più un uomo ma un ordigno spietato; che nessun sentimento ne deviasse o rallentasse l’azione, che alla sua coscienza individuale subentrasse la coscienza collettiva di un furore necessario, doveroso, meritorio. La tradizione è soppressa; il diritto delle genti è soppresso; si è combattuta la sensibilità, la compassione, l’umanità come un male, una debolezza, un errore. Si è semplificato il lato morale della guerra istituendo un nuovo e facile concetto sommario del lecito e dell’illecito: è legittimo tutto ciò che può giovare al successo, è illegittimo tutto ciò che può imbarazzarlo. Non rimane vivo che questo punto di vista, e il sangue e il pianto d’un popolo inerme non sono più elementi apprezzabili che per gli effetti che possono avere al raggiungimento dello scopo.
    Questa enormità è stata preparata senza odio, in piena pace, studiosamente, scientificamente, non per spirito di violenza ma per calcolo, svalutando tutto quello che non convergeva verso la vittoria, isolando la materia militare da ogni considerazione estranea all’efficacia dell’azione”.
    Quanto poi alle persone “colpevoli di reati contro i cittadini di una delle Potenze Alleate ed Associate”, l’art. 229 del Trattato prevedeva che esse venissero processate dal tribunale militare dello Stato interessato, ovvero, nel caso di reati contro cittadini di più di una di tali Potenze, da tribunali composti da esponenti delle diverse Potenze: il tutto facendosi salvo il diritto alla nomina di un difensore.
    Quel che è certo è che la guerra del 1914-1918 realizzò per davvero, e nonostante le reiterate deprecazioni ed esortazioni di Benedetto XV, una “orrenda carneficina”, un “suicidio dell’Europa civile”, e, in definitiva, una “inutile strage”, e che altri inutili stragi, anche nelle dimensioni di genocidi, hanno poi imbarbarito il corso dei decenni successivi, fino ai giorni nostri. L’impeto delle violenze e delle perversioni molteplici che ha animato quelle stragi, e quei genocidi, non ci consente di pensare che, a fermarli e a prevenirli, sarebbero state idonee e sufficienti le sentenze di un qualsiasi tribunale, nazionale, internazionale o sovranazionale.
    Le sentenze giuste dei tribunali più autorevoli potevano e possono però valere almeno come moniti solenni della coscienza morale dell’umanità.

Tutto quello che vorresti sapere sui bombardamenti aerei austro-germanici di Castelfranco Veneto (1916-1918)

IN ONORE AI CADUTI CIVILI & MILITARI DEI BOMBARDAMENTI AEREI SU CASTELFRANCO TRA IL 1916-1918
3 Novembre 1918 a cent’anni dall’Armistizio di Villa Giusti, mai ricompensati

Premessa
Si tratta di un’indagine storica on line sui fatti accaduti tra 1917 e il 1918 a Castelfranco Veneto, principale retrovia della guerra sul Massiccio del Grappa e le montagne vicine, durante il stazionamento delle truppe francesi subito dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1817).
Una città impreparata, come del resto altre qui nel Veneto, che si è trovata coinvolta nella Grande Guerra, come importantissima retrovia del nuovo fronte costituitosi tra il Piave e il Brenta, e tra questo e l’Adige. Castelfranco ha subito in proporzione di numero di abitanti ed estensione urbanistica violenti attacchi dalle squadriglie dell’aviazione austro-germanica, dopo Venezia Treviso e Padova. Chi scrive “800” bombe, chi “346” e chi, come noi, mette in discussione questi calcoli frettolosi (se centravano lo stesso bersaglio o se finivano sotto terra, nessuno se n’era accorto. La storia di Castelfranco tra l’800-900 del periodo bellico ’16-’18 non è mai stata passata al setaccio, cioè confrontando fonti militari che “diffondevano dispacci” con assoluta censura e propaganda. Non è mai esistita una stampa libera nel nostro Paese. Se assommassimo la censura durante le due grandi guerre, il Ventennio dittatoriale, il Dopoguerra (Cold World War), fino agli anni ’90, cioè alla caduta del Muro di Berlino e allo sfacelo delle Repubbliche socialiste democratiche e popolari, non potremmo lamentarci delle false ideologie o della montagna di fake news fatte circolare. Scoprire piano piano attraverso una paziente ricerca on line, accessibile a tutti, o almeno per chi sa usare il personal computer, i motori di ricerca e conosce una sufficiente terminologia, che un nome di persona è stato storpiato e alcune brevissime note di cent’anni fa furono spropositatamente “caricate” ci rende felici. Le fake news sono talmente circolate a Castelfranco, città di Giorgione, che vengono persino impresse nelle pagine dei libri, nelle didascalie di raccolte fotografiche d’epoca, sulla cronaca di ieri e di oggi e per completare la vasta gamma sulle lapidi di piazze e borghi, ogni anno ricordate con una corona d’alloro e in pompa magna.

Nomi e fatti inesatti, approssimativi, con fonti militari non dichiarate
Possono essere ripetuti durante l’arco di Cent’anni, anche nell’epoca del digitale e dei social? Perchè un sindaco ha bisogno di crearsi notorietà “pre-elettorale” come ricercatore su un fatto di storia militare piuttosto complessa, basandosi sul libercolo di don Pastega del 1919?
Laureatosi allo Iuav, ci dicono le cronache, il suo mestiere dovrebbe essere architettura, progetti e simili, non certo quello di scavare fra gli archivi militari francesi. Giustificandolo in parte perchè “giovane”, viene meno il suo contratto stipulato con la cittadinanza e di poco rispetto per chi invece potrebbe esaudire una ricerca storica approfondita.
Perchè un direttore di biblioteca o il monsignore mitrato o da ultimo anche il responsabile della cultura municipale devono prendere per scontate le pagine scritte nel 1992 da uno “storico impegnato” che a sua volta le aveva ricavate dal libercolo di don Pastega del 1919?
I tre moschettieri, laureatisi a Padova, in Lettere e storia o in Scienze politiche, più la ex sindaca, cresciuti all’ombra del Seminario vescovile, dei patronati, dei cori teatrali, delle assemblee sindacali, dei viaggi premio, hanno inciso sulla storia che all’unisono sarebbe divenuta ufficiale. Appunto usando un’editoria di qualche centinaio di copie (cento comperate dall’autore o dalla Banca) e come abbiamo detto del palcoscenico, del pulpito, della cattedra del Patronato (ieri Pro infanzia, oggi Pro domo sua).
Da ultimo fatto di cronaca ufficializzato dalle “residenze municipali”, controfirmato dai rispettivi sindaci e immortalato da un “Manifesto bardato di tricolore con il logo ministeriale” e da una “lapide ricordo” in piazza parcheggio a pagamento (“a pochi metri dal monumento del Giorgione”), alle reali informazioni che si possono ricavare da fonti militari francesi, ci sorprende la messinscena di domenica 4 novembre 2019, voluta per calcolo politico propagandistico e fai da te. Forse è azzardato di parlare di un “militarismo” crescente e di un “sovranismo” alle sue prime battute della storia europea. Si sente in giro che ci sarebbe bisogno di ripristinare la leva militare per fini sociali, dell’unità nazionale per portare democrazia e libertà laddove ce ne sia bisogno (con l’uso della forza?), del principio della “solidarietà” che in pratica significa aderire alle strategie militari collegiali (per noi Nato e basi americane) ma non si affronta mai il problema dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale umanitario che lo Stato italiano aderisce e contempla nella propria Costituzione e Codici civili e penali. Anche dopo Cent’anni, dalla bocca del politico, del sindaco, del monsignore, del bibliotecario solo retorica e superficialità, banalità e storielle per far ridere o piangere il pubblico, ignaro e incapace di poter verificare se sia vero o falso quello che viene detto, scritto e scolpito.

LUCIEN LIZET O LUCIEN LIZÈ O LUCIEN ZACHARIE MARIE LIZÉ?
Potrebbe essere un buon quesito da talk show, da telequiz dei doppi sensi di Amadeus e Gerry Scotti. Un premio in denaro o per un viaggio ad Angers e Parigi, per onorare il nostro “cugino” generale che “con il suo sangue ha cimentato l’unione dei due grandi popoli associati nella comune difesa della più bella e della più santa delle cause”, (cf. generale Fayolle, in Le Petit Parisien, gennaio 1918).ì Storpiare un nome proprio di un generale francese (da Lizet a Lizé) ucciso da una scheggia di bomba (granata), sbagliare la data di questa disgrazia (il 4 o il 5 gennaio 1918?), raccontare una dinamica dell’incidente fatale con note colorite (aspettava in auto), come altre che si sono mescolate nei fatti delittuosi gravi commessi dai nemico, e ripeterlo fino a domenica scorsa 4 novembre 2018 in Teatro, sui giornali e, come dicevamo, sui libri della Biblioteca, quasi tutti co-finanziati dal Comune, dalla Banca Popolare o dagli stessi autori, non è una cosa da poco. Finché si tratta di un articolo di cronaca, non si può chiedere al giornalista di fare ricerche storiche o di fare attenzione a quello che scrive. La responsabilità ricade su chi diffonde la notizia, quasi sempre a voce e dal palco del Teatro Accademico, come se fosse l’Accademia dei Lincei o della Crusca, una Corte Suprema della Storia Castellana. Una nota dolente è il corpo docente della scuola castellana che sembra un assente perenne che viaggia in vagoni stagni con una storia da manualistica sorpassata e standardizzata dal ministero che è monopolizzato dalle case editrici che ci lucrano milioni di euro. Qui purtroppo affondiamo un coltello nella piaga. Il protocollo firmato dalla Regione Veneto con il ministro dell’Istruzione e ricerca per la promozione della storia locale (da ufficiosa a ufficiale) chissà quando verrà praticata. Siamo in Italia.
Tra i colpevoli di una sub cultura ci sono anche i preti che, nel loro rigore fideistico alla Chiesa romana-cattolica, dal pulpito o da una cattedra del Patronato convincono il vasto pubblico credulone della storia accaduta, quella vera e sacrosanta. Le uniche fonti a disposizione sono i cosiddetti “diari” o annotazioni di certi monsignori che vengono riadattati con altre informazioni ricavate (non si sa da dove) e sono persino “convalidati” dal “Nulla aosta” e dall’ “Imprimatur” di due distinti uffici vescovili. Il tutto condito con l’olio, il vin santo e l’incenso.

Cent’anni dopo il libercolo “Durante il bombardamento aereo Austro-Ungarico su Castelfranco-Veneto” (Nulla aosta di Mons. Dott. Valentino Bernardi del 6 settembre 1919 e IMPRIMATUR della Curia Vescovile di Treviso 6-9-19 Mons. Vitale Gallina Provicario Generale) può essere ancora una fonte primaria ed attendibile per i fatti delittuosi e criminali accaduti tra il 1917 e il 1918? Come possono uno storico di fama, un direttore di biblioteca, un architetto urbanista, un ex presidente di Banca popolare, un ex sindaco, un ex monsignore mitrato, un assessore alla cultura, un sindaco in pectore, un presidente della Provincia di Treviso, rimanere ancorati alle generiche quantomai assurde informazioni di carattere militare e politico di don Giovanni Pastega, arciprete della Pieve, che è stato riesumato dal prof. Luigi Urettini di Treviso nel suo Storia di Castelfranco, Il Poligrafo, Padova, 1992)? Troppo facile la consultazione di queste due pubblicazioni, fra l’altro sprovviste di adeguate fonti storiche militari, sanitarie, civili.
Non solo questi signori si sono dimostrati plagiatori, che potrebbero essere denunciati per violazione dei diritti di copyright (una notizia ricavata non dalla strada ma da una pubblicazione va assolutamente citata la fonte con la pagina e l’anno, quando trattasi di fatti sensibili), ma persino demagoghi e falsi. Demagoghi perché nei loro racconti vi è un chiaro indirizzo “pseudo democratico”, “partigianesco”, del “volemose tuti ben”, dell’operare con scienza e moralità, e falsi perchè hanno raccontato argomenti politici con delle frottole che oggi, nel linguaggio globale, vengono definite “fake news”.
Da chi attingeva don Pastega per scrivere certe informazioni sensibili (rifugi, morti, distruzioni, combattimenti, rese, vittorie e sconfitte)? Chi era il prof. Ottavio Dinale, suo acerrimo nemico “anticlericale” che diventerà amico di Mussolini e fautore del fascismo? Che rapporti “fraterni” aveva instaurato con i francesi dalla primavera del 1918 per poter beneficiare del rifugio antiaereo ciostruito sotto terra di fronte alla Pieve? E le sue amicizie con il clero austro-tedesco al tempo di Pio X?
Che c’entra “la guerra fosse condotta in conformità alle leggi internazionali e in consonanza ai principi umanitari, riferendosi ad una nota del Sommo Pontefice (ndr, Benedetto XV)”? Dunque condivide l’uso della forza per la soluzione di controversie e suppone che ci siano leggi internazionali e principi umanitari da rispettare. Poi per quanto riguarda la sua analisi dei danni arrecati al paese e alla comunità sembra che si sostituisca alla politica con la raccolta fondi per l’Infanzia ed elenchi i bombardamenti, le distruzioni, le perdite. Non le quantifica e nemmeno si conoscono dati precisi, nonostante il sindaco Ubaldo Serena abbia firmato una “Copia della pianta topografica della Città con l’indicazione delle località colpite da bombe nemiche dal novembre 1917 all’ottobre 1918, conforme a quella allegata al foglio della REALE COMMISSIONE d’inchiesta sulle violazioni al diritto delle genti commesse dal nemico in data di Venezia 24 marzo 1919, con firma in calce del 17 giugno 1919.”
Il libercolo del prete è ancora oggi consultato e ripreso come spunto da politici, storici e giornalisti. Nessuno mai ha approfondito sulla veridicità delle sue osservazioni.
Con tutta probabilità il don Peppone dell’epoca spedì al mittente più di qualche messaggio cifrato (come la vendetta contro l’infamante prof. Dinale), viste come sono andate le cose: non tanto una guerra d’inutile strage ma di distruzioni e violazioni tali da chiedersi quanti tipi di Dio esistono? Quindi sconfina nella politica e fa capire che questa è impreparata. A lui si implora di riorganizzare il tessuto civile distrutto e una raccolta fondi per gli orfani di guerra. Dov’era lo Stato?
Una prova inconfutabile del fallimento che seguirà sul piano politico l’Italia nel dopoguerra come scrive Mario Pisani “La Commissione d’inchiesta sulle “violazioni al diritto delle genti e alle norme circa la condotta della guerra e al trattamento dei prigionieri di guerra” (decr. lgt. 15 novembre 1918, n. 1711), che terminò i lavori nel 1920. In precedenza la Commissione affrontava i compiti che le erano stati affidati con grande dispiego di energie e notevolissimo impegno analitico, tanto che, nel 1921, venivano pubblicate le relazioni dei lavori, raccolte in ben sette volumi, per un totale di circa 4000 pagine, compresa una cospicua serie di documenti fotografici.”
Dunque nulla impedisce di pensare che don Pastega fosse spinto dal vento in poppa per la richiesta di indennizzi e nel far valere che l’opera costante e presente della Chiesa, cioè sua, serviva al bene della Patria. Una partita sulla quale ci ritorneremo.

Gli storci locali plagiatori e bugiardoni
A distanza di un secolo e mettendo a confronto frasi e aneddoti di don Pastega con Dino Scarabellotto e via via passati in rassegna dagli storici locali, ci siamo accorti che non c’è mai stata una ricerca di storia militare, ora che possediamo dei mezzi quanto mai fondamentali, come Derio Turcato ha saputo puntigliosamente scavare “creuser” in archivi e saggistica francesi. Dal punto di vista delle relazioni internazionali, prima ancora della Storia Militare, le municipalità di Castelfranco e Galliera non hanno saputo svolgere appieno su un piano culturale e di “gemellaggio” il caso della morte del generale Lucien Zacharie Marie Lizé, di rendergli onore come vittima di un vile bombardamento aereo, in cui furono usate bombe incendiarie e Shrapnel (a grappolo), e di altre vittime quali personale sanitario, ammalati, feriti e persino salme dell’obitorio. Più crimine di cvosì cosa si poteva aspettare dai piloti austro-germanici?
All’uomo della strada come al pubblico seduto in una sala lo si può intrattenere con aneddoti sarcastici o ironici (se questi siano utili di fronte ai milioni di morti) per racimolare qualche denaro svalutato. Quello che non va sono le lapidi ricordo di borgo Treviso con i soli cittadini castellani periti in guerra, a causa di ferite o dispersi. Quello che non va aver sbagliato la data di morte del generale francese e il luogo esatto dove fu colpito da una “scheggia”. Quello che non va che non ci siano altre lapidi di vittime che erano in servizio quei giorni di bombardamenti per il soccorso sanitario, civile e di assistenza.
E qui entriamo in un nuovo capitolo che si chiama Diritto umanitario snobbato, a a quanto pare, dai politici e dagli stessi militari.

Relazioni internazionali e Storia militare franco-italiana di Castelfranco
Che cosa è successo con l’Armistizio del 3 novembre 1918, sottoscritto a Villa Giusti (Mandria-Padova)? La fine totale delle ostilità è avveta circa una decina di giorni dopo. Poi si sono susseguiti i Trattati di Pace di Versailles (1919) e in ambito nazionale c’è stata la costituzione della Commissione d’inchiesta parlamentare (maggio-giu. 1919) che doveva stilare i danni e le violazioni. Viene affidata alla Corte Suprema di Lipsia (1920-21) la soluzione delle controversie, con la condanna dei “criminali”. Il paese cade nel marasma totale e come spesso accade la politica interpreta il mal di pancia ed instaura “quello che il popolo grida”: ordine e lavoro!

Revisione o rispetto?
Fonti storiche rivedute grazie alla consultazione on line di archivi, saggi, manuali, articoli di giornali, fotografie e filmati, che sconfessano alcuni storici locali bugiardi e poco rispettosi del copyright.
Lo spunto è avvenuto quasi per caso – ci dice Derio – all’indomani del 4 novembre dopo aver assistito alla cerimonia in pompa magna per il Centenario dell’Armistizio di Villa Giusti (vedi Unita Nazionale e Forze Armate) e consultato i motori di ricerca per due o tre argomenti trattati: 1. cause ed effetti dei violenti bombardamenti aerei sul centro storico di Castelfranco, 2. distrutti siti adibiti al soccorso sanitario (Croce Rossa, Cavalieri Ordine di Malta), 3. distrutti casa per anziani, 4. distrutti palazzi e case private, 5. uccise persone inermi senza nessuna difesa. E tutto questo non dal fronte del Massiccio del Grappa ma con aviogetti bombardieri che partivano da lontano.
Il secondo grande argomento non abbiamo mai saputo che se ne fecero dei 1500 prigionieri catturati sul Monte Tomba-Monfernera (30 dicembre 1917) che Scarabellotto e Urettini si divertono a raccontare che i francesi li avrebbero usati per spazzare la piazza del Mercato quando ce n’era bisogno. Fra loro ci sono centinaia di feriti. Come li avranno trattati? Saranno stati uccisi come successe per francesi, belgi e italiani?

Il fatto storico
Da quello che si legge sul Manifesto municipale firmato dal sindaco Stefano Marcon, mi permetto di osservare le seguenti discrasie che potrebbero essere confutate, ma al momento con le sole notizie ricavate dal testo scritto sono plausibili e vengo al dettaglio.
Il generale Lizé (grado conferitogli dopo la morte, era un tenente colonnello), che di nome faceva ‘Lucien Zacharie Marie’, sarebbe stato più corretto riportarlo per intero e non solo “Lucien”. Mi auguro lo sia nella targa che verrà posta in Piazza Giorgione, luogo dove fu ferito, anche per non confonderlo con gli altri soldati omonimi ricordati all’Hotel des Invalides di Parigi. Un distinguo doveroso per l’alto ufficiale di Angers, regione della Loira e Maine.
Dai documenti di fonte francese consultati (La Liste de Foch Les 42 Généraux morts au champ d’honneur di Laurent Guillemot, ed.) a proposito del generale Lizé risulta che “il 5 gennaio gli aerei tornano di nuovo sopra Castelfranco e lanciano più di 140 ordigni sul loro bersaglio (…) l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé fu investito dall’esplosione di una bomba (…). Gravemente ferito alle 6 del mattino è stato portato all’ospedale n. 38 di evacuazione di Galliera [Veneta], dove è morto alle 9.30”.
Stessa cronaca nei documenti dell’Ecole Supérieure de Guerre. I documenti si concludono con l’avvenuta tumulazione del corpo nel Cimitero di Galliera, sede dell’ospedale militare francese dove fu portato.
Leggermente diversa la testimonianza di un ufficiale che lo soccorse “è stato colpito alle ore 5,10 mentre percorreva dieci metri per entrare in un rifugio antiaereo” che conferma la data e l’ora del decesso, 5 gennaio ore 9,35 (Bouchemaine, Tomo I).

Miatello: Perchè c’è bisogno di giustificare una commemorazione che celebri la “vittoria nella Grande Guerra” secondo quanto riportato dai libri di storia? E non dai trattati internazionali? L’Armistizio di Villa Giusti non è forse un accordo sottoscritto dalle parti? Certo che all’epoca non c’erano gli smartphone e i social per avvisare tutti in tempo reale, così ci furono ulteriori vittime dopo il 4 novembre.

Turcato: Qui si devono scindere gli argomenti e in ordine rilevo che:
–  il logo riportato non risulta essere stato concesso dall’ufficio della Presidenza del Consiglio dei Ministri competente a seguito di una richiesta per il carattere di interesse nazionale della commemorazione pubblicizzata, questo anche dal fatto che nel sito ufficiale http://www.centenario1914-1918.it/it/la-concessione-del-logo-ufficiale alla rubrica eventi nulla risulta;
–  Le celebrazioni della Grande Guerra a parer mio, mi sembrano doverose, non solo per il fatto storico in se, ma anche per quello che hanno comportato per le genti che sono rimaste a ridosso del fronte, dove si sono consumate tragedie al più sconosciute, ma ben radicate nel vissuto tramandato, e che senza un racconto perpetuo, con il tempo si stanno affievolendo. Prima del 2015 quando è montata da ogni parte la frenesia della celebrazione, la prima guerra mondiale era solo per pochi appassionati, qualche rara scuola ti chiedeva di essere accompagnata in visita ai monumenti di Cima Grappa.
–  Il trattato di Villa Giusti è ancora oggi  un tradimento per i soldati austriaci che si sentirono abbandonati dal loro re Carlo d’Austria, accerchiato in patria dai gruppi etnici che componevano il suo impero, combattendo per la piena autonomia come nazioni e determinati a diventare indipendenti da Vienna il più presto possibile (una delle cause delle defezioni di parti importanti dell’esercito austro-ungarico). Il re li abbandonò ai loro destini con l’auspicio che fossero i più numerosi possibile fatti prigionieri per essere trattenuti in Italia al fine di evitare un’insurrezione una volta giunti in patria. Altro fatto poco chiaro è che per l’Italia l’armistizio divenne ufficiale il giorno 4 Novembre, mentre per gli austriaci immediatamente il giorno 3 di Novembre, quindi un giorno di vantaggio per accaparrarsi più territorio possibile.
–  Fu un accordo tra le parti, anche se una, quella austriaca, era sotto scacco dovuto ai disordini in casa propria e dal disfacimento dell’esercito.

Lucien Zacharie Marie Lizé. Il giallo sulle cause della morte del generale francese s’infittiscono. Chi avrà informato i nemici austro-ungarici? Una spystory casereccia con tacchini, polli e radicchio variegato

Lucien Zacharie Marie Lizé riporta i nomi dei genitori, figlio di Joseph Zacharie e di Renée Marie Lefort. Sposato il 20/06/1892 ad Angers con Alice Adrienne Lucie Safflège, con una figlia” (cf. Mémorial).

Ieri 4 novembre il sindaco di Castelfranco Veneto Stefano Marcon, assieme al collega di Galliera Veneta e ad altre autorità civili e militari, ha svelato la targa commemorativa della scomparsa del generale francese Lucien Zacharie Marie Lizé, caduto tragicamente dopo aver subito un attacco aereo improvviso il mattino del 5 gennaio 1918, in piazza Giorgione. Dai pochi elementi rintracciabili sui testi italiani l’alto ufficiale, con una lunga esperienza nelle tante colonie francesi, sarebbe stato colpito da una scheggia di una bomba esplosa vicino alla sua auto che lo stava aspettando fuori dell’albergo Spada (dove c’è oggi la Macelleria Targhetta e il chiosco dei giornali). Per le fonti invece reperite in Internet da Derio Turcato e tradotte dallo scrivente si deducono ben altri dettagli e retroscena.

Dai documenti di fonte francese consultati (La Liste de FochLes 42 Généraux morts au champ d’honneur di Laurent Guillemot) – ci precisa il presidente di Histoire, Derio Turcato – a proposito del generale Lizé risulta che “il 5 gennaio gli aerei tornano di nuovo sopra Castelfranco e lanciano più di 140 bombe sui loro obiettivi (…) l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé  fu investito dall’esplosione di una bomba (…). Gravemente ferito alle 6 del mattino è stato portato all’ospedale di evacuazione di Galliera (Veneta) n. 38, dove è morto alle 9.30”.
La stessa cronaca – aggiunge Turcato – nei documenti dell’Ecole Supérieure de Guerre. I documenti si concludono con l’avvenuta tumulazione del corpo nel Cimitero di Galliera [Veneta], sede dell’ospedale militare francese dove fu trasportato, forse perché non si fidavano dei medici italiani o degli ospedali attrezzati a Castelfranco.

Autres informations militaires: Commandeur de la Légion d’Honneur (15/10/1916) – Croix de guerre – Polytechnicien promotion 1882 – Officier de carrière dans l’Artillerie de Marine et l’Artillerie Coloniale – Le Livre d’Or de Bouchemaine précise que le Général Lizé commandait l’Artillerie de la Xe Armée – Grièvement blessé en organisant les secours pendant le bombardement aérien du QG français de Castelfranco en Italie. 

Le Livre d’Or de Bouchemaine précise que le Général Lizé commandait l’Artillerie de la Xe Armée – Grièvement blessé en organisant les secours pendant le bombardement aérien du QG français de Castelfranco en Italie.

D’accordo, ma il fatto che desta il nostro stupore è la frase riportata nel Manifesto municipale del 4 novembre 2018 (già apparso nel nostro pezzo precedente) e dai vari autori che si sono occupati di questa notizia (Gianpaolo Bordignon Favero, Luigi Urettini, Giacinto Cecchetto), cioè che il pluridecorato generale, nato a Angers (Maine e Loira) il 25 febbraio 1864, comandante di Artiglieria della Decima Armata sarebbe stato colpito quasi incidentalmente, trovandosi vicino all’albergo Spada dove alloggiava.
Per il Libro d’Oro di Bouchemaine invece fu “gravemente ferito organizzando i soccorsi durante il bombardamento aereo del Quartiere Generale (QG) francese di Castelfranco in Italia il cinque gennaio 1918”.
Un piccolo dettaglio che gli storici e politici locali avranno dimenticato nella loro naturale vaghezza.

Per Luigi Urettini, unico autore che abbia ampiamente descritto la storia di Castelfranco dall’Unità d’Italia agli anni Settanta del secolo scorso, a p. 121 si legge: “Nella notte del 4 gennaio 1918 le schegge di una bomba aerea esplosa in piazza Giorgione, davanti all’albergo Spada, uccidevano il generale Lizet (sic), comandante del contingente francese, mentre stava salendo sulla sua automobile; rimasero feriti anche alcuni suoi ufficiali

A parte il giorno e il nome Lizet errati e la mancata informazione che il generale è deceduto a Galliera Veneta, l’a. trevigiano, tanto stimato e ossequiato, non dispone di una fonte militare ma di un dattiloscritto di Dino Scarabellotto senza data, lasciandoci perplessi sulla vera dinamica dell’incidente e della morte. Il generale stava scappando dall’albergo “menstre stava salendo sulla sua auto”? O come dicono le fonti militari francesi stava organizzando il soccorso per le esplosioni vicine?

Di nuovo Derio Turcato ci informa che:
Le 2 janvier, l’hôpital est bombardé. Les dégâts sont très importants on déplore 10 tués et de nombreux blessés. Les Allemands ont dû repérer le quartier général des troupes françaises, car le 5 janvier les avions reviennent une nouvelle fois au-dessus de Castelfranco el lâchent plus de 140 torpilles sur leur cible. 
Bien qu’il soit le seul à avoir fait creuser un abri, l’attaque est si soudaine, que le général Lizé est atteint par un éclat de bombe, avant d’avoir pu s’y rendre. Grièvement blessé à 6 heures, il est transporté à l’hôpital d’évacuation N° 38 de Galliera, où il décède à 9 heures 30.
La nouvelle de la mort du général Lizé provoque en France une grande émotion. Le Petit Parisien lui consacre un article en première page. “Le général Lizé tué en 
I
talie”. 

Dunque, la causa del bombardamento aereo “tedesco” sarebbe avvenuto in quanto fu reperito dai tedeschi il quartiere generale delle truppe francesi dove si trovava il generale, “Les Allemands ont dû repérer le quartier général des troupes françaises, perchè il 5 gennaio gli aeroplani ritornarono una seconda volta sopra Castelfranco e lanciarono più di 140 ordigni (torpilles) sul loro bersaglio (sur leur cible).
Benchè sia stato il solo che abbia fatto costruire (creuser, scavare) un riparo, l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé fu colpito da uno scoppio di una bomba prima di raggiungerlo.
“… car le 5 janvier les avions reviennent une nouvelle fois au-dessus de Castelfranco el lâchent plus de 140 torpilles sur leur cible. Bien qu’il soit le seul à avoir fait creuser un abri, l’attaque est si soudaine, que le général Lizé est atteint par un éclat de bombe, avant d’avoir pu s’y rendre.”
Gravemente ferito alle ore 6, fu trasportato d’urgenza all’ospedale di evacuazione N. 38 a Galliera [Veneta], dove si spense alle ore 9,30.
Grièvement blessé à 6 heures, il est transporté à l’hôpital d’évacuation N° 38 de Galliera, où il décède à 9 heures 30. 
La notizia della morte, prosegue la fonte, provocò in Francia una grande emozione. Le Petit Parisien gli consacrò un articolo in prima pagina “Il generale Lizé ucciso in Italia”, Le général Lizé tué en Italie”.
La nouvelle de la mort du général Lizé provoque en France une grande émotion. Le Petit Parisien lui consacre un article en première page. “Le général Lizé tué en Italie”. 

I bombardamenti aerei come l’uso di armi massive, chimiche, asfissianti e a grappolo, diventeranno frequenti in questa seconda ed ultima fase (dopo Caporetto) del Guerron. Gli austro-ungarici e anche i tedeschi si erano ben attrezzati da tempo, così pure i francesi e gli anglosassoni. Non di meno gli italiani.
Ad Istrana, per esempio, ci fu una battaglia aerea, mentre chiese, ospedali, case, vie ferroviarie divennero bersagli sicuri. L’uso dei gas asfissianti o di proiettili a grappolo si mescolavano con le altre armi dette convenzionali. Tuttavia ritornando alla dinamica del 5 gennaio 1918, come potevano sapere i piloti austriaci che in quella data zona ci stava il QG francese? Alle sei ante meridiem di gennaio è ancora molto buio, la città non aveva i lampioni come oggi ed il lancio delle bombe avveniva ‘a mano’ dalla cabina scoperta del pilota. Un caso fortuito oppure c’erano stati segnali ben precisi di spie locali?
Un altro elemento importante è la sfortuna capitata al generale che, secondo la descrizione francese, aveva già scavato un riparo da attacchi aerei ma essendo stato colpito improvvisamente da uno scoppio avvenuto lì vicino, non riuscì a raggiungerlo in tempo.

Bien qu’il soit le seul à avoir fait creuser un abri, l’attaque est si soudaine (…), e qui sta la nuova chiave di lettura che andava fatta ieri in Teatro Accademico da colui che si è preso la responsabilità di recitare una pagina di storia tratta da un autore trevigiano maldestro e non da fonti francesi, come ha puntualizzato Derio Turcato.

DA DINO SCARABELLOTTO (Dattiloscritto senza data, ripreso da Luigi Urettini, Storia di Castelfranco, 1992, p. 122)
I cuochi delle mense francesi acquartierati qui per festeggiare il Santo Natale acquistarono tutti i tacchini e i polli che i contadini della zona avevano portato al mercato. Pagando profumatamente ogni cosa si portarono via tutta la verdura, compreso naturalmente il rinomato radicchio di Castelfranco, ed altri ortaggi e frutta che si trovavano nella piazza quella Vigilia di Natale del 1917. Quel Natale fu passato qui in fraterna unione fra la cittadinanza castellana e i soldati alleati e si manifestava vieppiù con le abbondanti libagioni e gli evviva di “Bon Noel”. I soldati uniti a borghesi castellani tutti cantavano la popolare canzonetta di guerra francese allora in voga “La Maddalen….capural de fantasie“.
Luigi Urettini scrive che il bombardamento più terribile avvenne nella notte di San Silvestro del 1917 in cui furono lanciate ben ottocento bombe (ndr, sulla Castellana?).
Lo scenario sembra uscire più dalla cavalleria rusticana che da un cronista che si rene conto della tragedia incombente. In piazza Giorgione la guerra avrebbe comunque portato guadagno ed il rinomato radicchio di Castelfranco non doveva mancare sui tavoli degli ufficiali francesi!

Il suo nome, Lucien Zacharie Marie Lizé si trova in questi libri e monumenti: 
49 – Angers – Livre d’Or du ministère des pensions – par Bernard BUTET
49 – Bouchemaine – Livre d’Or du ministère des pensions – par Arnaud DUBREIL
49 – Bouchemaine – Monument aux Morts – par Claude TELLIER
75 – Paris 05 – Monument commémoratif de l’École Polytechnique – par Bernard TISSERAND
75 – Paris 07 – Mémorial des Généraux 1914-1918, Hôtel des Invalides – par Michel BOYOT
91 – Palaiseau – Monument commémoratif de l’école polytechnique – par Laetitia FILIPPI

Il destino segnato di Ferruccio Macola o l’ideologia gioca cattivi scherzi? Sensazionale scoperta nel suo primo libro a 23 anni! Miatello ci racconta una nuova pagina di storia

Un chiarimento in base all’esperienza
Divieto di usare il cellulare per fotografare pagine di annate di Giornali di un secolo fa, tesi di laurea dattiloscritte di venticinque anni fa, libri vecchi e antichi. La consultazione in Archivio di Stato a Venezia o nella biblioteca universitaria di Facoltà è solo visiva! Al massimo una penna e qualche foglio.
L’Italia si nasconde dietro la censura e l’austerity. Poi se scoviamo in Rete un cataloghino del 1825 della London Maddox Gallery (presso la Oxford Library) e si risale finalmente all’origine di un’opera d’arte sparita (di Veronese? o di un suo collega, quale fu Anselmo Canera? venduta da un certo bassanese litografo G. Vendramini, di cui si possiede e firma la stampa originale ma non si sapeva di più) che il noto storico mercante on. Vittorio Sgarbi convincerà l’altrettanto grande doge corrotto Giancarlo Galan a sborsare duecentomila euro pubblici per una patacca (“no è di Veronese ma di un suo collega”, “frammento gravemente manomesso”) allora i giornali sono contenti dello scandalo (scoop di Alda Vanzan per Il Gazzettino e tutti gli altri accreditati giornalisti a Palazzo Balbi, come l’amico Gianantonio Schiaffino che ci sganassava). Non certo i nostri due artefici paladini e nemmeno i veneti che si sono trovati gabbati. Purtroppo la storia raccontata da chi copia e ricopia, come quella della soprintendente, ci obbliga con il senno di poi di denunciare questa inutile censura della burocrazia borbonica e mussoliniana. Peccato che lo scrittore Antonio Scurati sul suo recente “M” non se ne sia accorto, lui che dice di aver svolto per tre anni lunghe ricerche di archivio. Non ci crediamo proprio che abbia dovuto perdere giornate intere dentro l’archivio ma si sia fatto consegnare fotocopie ecc., dato che è conosciuto di essere un accanito scrittore nottambulo.

La difficoltà materiale di fare ricerca
Affrontando la lettura di quello che ci rimane di Ferruccio Macola, annate dei giornali che ha diretto, libri scritti, articoli sparsi, in base al lungo elenco che Fulvio Conti (Dizionario Biografico degli Italiani, Treccani) e l’Archivio parlamentare di Montecitorio hanno pubblicato, possiamo rallegrarci e farci una pernacchia. Le annate de Il Secolo XIX di Genova o della storica La Gazzetta di Venezia non sono online. Tanto meno si possono fotografare con il cellulare. Il divieto per noi mortali cellularizzati e con scarsi doti finanziarie è assoluto, poi se ci fosse qualche fortunato con la lettera in mano di qualche Ateneo o Fondazione privata, allora le porte si aprirebbero immediatamente. Non credo che un professore ordinario abbia il tempo di passare ore e ore per sfogliare un’annata di cento anni fa. Per i venticinque libri e saggi pubblicati da Ferruccio Francesco Macola (1861-1910) la stessa ed identica risposta: “molti non si possono avere con il prestito interbibliotecario, “sono fragili” e lontani, sparpagliati qua e là. Inutile chiedere una foto delle pagine scelte se non si possono sfogliare. A differenza di altri Paesi che ci fanno compagnia quando siamo con gli Americani, Inglesi, Francesi, Tedeschi, Canadesi al G7 (G10), sulla gestione della nostra Storia abbiamo un’arretratezza da Jurassik Park. Ma forse per quest’era o per quelle meno lontane del neolitico e del rame (4000-2000 a.C.) ci sono Fondazioni internazionali che ci sanno fare e riportano alla luce frammenti della cultura di seimila o più anni fa, scavando, fotografando, comparando, analizzando scientificamente oggetti, minuscole targhette, papiri, gioielli, armi, arnesi. A queste non viene vietato nulla. E’ importante che non arrivano dopo i saccheggiatori, tombaroli e terroristi dell’Isis. Ci si mette d’accordo con lo Stato, la tribù, il sovrano e si paga dazio, se necessario. Il mondo si arricchisce di nuove scoperte, vie commerciali, culture, caratteristiche antropologiche che prima nemmeno si sognavano.

L’esempio di primaria importanza della Fondazione Ligabue
La preziosissima collezione allestita dalla Fondazione Ligabue a Palazzo Loredan di Venezia (“IDOLI. Il potere dell’immagine“) ne è un esempio mirabile che rivoluziona il sapere standardizzato che purtroppo continua a peggiorare nella formazione dei nostri liceali. Gridare non serve a nulla. I libri di testo modellati su schemi di 50anni fa sono uno schiaffo alla cultura e all’investimento che fa ogni famiglia per suo figlio. I libri scolastici sono una miniera inesauribile per le solite casi editrici che possono permettersi di strapagare il lancio di saggi e romanzi che per tre quarti vanno al macero, come del resto quotidiani e riviste. Non capisco come mai una biblioteca comunale (es. quella di CV.to) debba tenere in bella mostra 58 riviste, quando sono appena tre o quattro sfogliate. Non capisco nemmeno che ci siano 12 quotidiani su un tavolo dove ci stanno appena quattro sedie per i lettori accaniti della pagina sportiva, di quella locale o addirittura che gli serva per coprirsi da occhi indiscreti mentre sta caricando il suo i-pad o guardando l’andamento della borsa. Questa è la città di Giorgione con una delle biblioteche più belle del Trevigiano. Un ex Monte di Pietà, tra il Duomo e la Canonica, con qualche affresco, ritratti e paesaggi d’epoca e tre sale dedicate a Giorgio Lago, Tina Anselmi, Gino Sartor. In basso c’è la saletta Guidolin, un altro resosi famoso come antifascista.
Di Ferruccio Macola, giornalista, onorevole, saggista, uomo di mondo il nulla. Il suo primo saggio con dedica per l’abate dott. Luigi Viani che per nostra fortuna legò alla Biblioteca.
Per la nostra Storia, dicevamo, vige la più alta stupidità del potere, anzi mantenendoci in uno stato antiquato di strutture (ancora tanto personale imbucato e poche macchine) che subiamo nel Terzo Millennio violenza e malversazione. Che paura c’è di lasciar fotografare con il cellulare, fra l’altro senza flash e con una mano tremolante, pagine di annate di un giornale di cento anni fa o pagine specifiche di un autore che possa rappresentare un interesse per il ricercatore e dell’intera comunità?
“E’ vietata qualsiasi forma di riproduzione: fotocopia, macchina fotografica, cellulare”, recita le lettera standard di risposta alla nostra collega Graziella Andreotti, corrispondente da Rovigo, che chiedeva la consultazione delle annate de La Gazzetta di Venezia conservate nell’Archivio di Stato di Venezia. Capisco l’uso di una fotocopiatrice con i suoi lampi di luce potente o per la minore grandezza del vetro rispetto al paginone (grande formato dei giornali stile ‘800) o per libri antichi o vecchi che pressati si possono facilmente rovinare. Ma un cellulare tenuto con le mani a venti centimetri di altezza senza flash che pericolo c’è? Oltre al disagio manuale c’è anche quello economico. Il su e giù costa, non è gratis, cara signora burocrazia romana. Vergogna.
Alla fine diciamo che la “Storia” diventa “storia” ed i furbacchioni oltre ad essere bugiardi ci raccontano quello che vogliono, anche senza aver mai letto il libro, il saggio o sfogliato il giornalone, com’è il caso del castellano Ferruccio (nato a Camposampiero nel 1861 ma residente dal 1866 al 1910) a Castelfranco Veneto e qui eletto deputato nel collegio Asolo-Castelfranco durante cinque legislature (1895-1910). Non è forse un personaggio da narrare? Ha scritto su: autonomia, decentramento, regionalismo, emigrazione veneta e italiana da proteggere, contro le campagne colonialiste in Africa, contro la corruzione non solo nel Meridione, proponeva una via ferrata con tram a vapore da Bassano a Montebelluna e Castelfranco. Mica stupido. Sicuramente una linea ferroviaria da Montebelluna a Bassano e da Caselle di Asolo fino a Castelfranco avrebbe contribuito ad uno sviluppo del territorio della Pedemontana che si è ritardato nel tempo.
E’ morto a 49 anni di tisi con i palliativi dell’epoca: vapori caldi e morfina, quando proprio non ce la faceva più. Forse sono state le celle del collegio, il lavoro di macchinista al Duilio, i viaggi in America Latina, in Brasile o in Africa a rovinargli i polmoni?

Proposte concrete, non le solite battaglie di parole e paroloni alla Saviano, Camilleri, Cacciari
L’Europa di questi giorni dedicati al “Mef”, che non è “Merd” o “Bef” ci bacchetta per bocca del socialista Moscovici e del “barcollante” Junker che l’Italia non può sforare il 2.4, anzi si dovrebbe stare sotto l’1.8 già da subito. Il governo cerca di ricorrere al riparo, dati gli impegni assunti alle ultime politiche, non può rimangiarsi le promesse. La sinistra ormai ridotta ad un partitello aumenta la dose sui diritti politici e civili, mai economici. Troppo difficile per quasi tutti loro che sono impiegati statali, parastatali e parassiti. Parlano ancora di grandi opere di migliaia di miliardi che dovrebbero pervenire dagli stranieri che non hanno “fiducia” nell’Italia che non comperano titoli di Stato a tasso di rendimento meno di uno. La lega dice mettiamo obbligatoria la leva per i giovani dai 18 ai 25, un anno per ciascuno non fa male a nessuno, poi li paghiamo, vestiamo, cibiamo e li istruiamo. La sinistra parte all’attacco “no esercito, no militarismo”. Siamo pacifisti e anti reati umanità fanno da grancassa quelli di Leu e sigle esterne. Perchè non attuare il vecchio progetto della digitalizzazione di biblioteche e archivi assumendo giovani laureati e studenti universitari che potrebbero dedicare 10-15 ore settimanali per bilanciare il loro gravoso costo alle famiglie? Le sinistre tacciono devono prepararsi per il congresso, poi per le primarie e quindi per le Europee con Macron e Corbin (che è fuori). Il comunismo all’italiana è pesante come una macchina ministeriale. Cambiamo il nome del partito. No, cambiamo le persone Si. Le idee camminano sulle gambe dei democratici e la mafia si sposta nell’aria.
La sinistra e i sapientoni come Calenda, Del Rio, Brunetta, Renzi, Tajani propongono grandi investimenti per rialzare l’Italia. La cultura per loro è solo turismo e convegni, salotti romani e selfie.

Casa Barbarella del conte Ferruccio Macola
Il deputato conte Ferruccio Francesco Macola sposò la bella ed avvenente figliola del signor Moresco e della contessa Felissent di Treviso (suo fratello divenne sindaco) ed andò ad abitare a Castello di Godego da questi. La villa è reclamizzata in Internet ma non si conosce l’attuale proprietario/a.
Comprò casa a Castelfranco Veneto, un’antica dimora che la leggenda vuole fosse del padre naturale di Giorgione, che porta appunto il nome di Barbarella (leggenda aurea o politica?). Un piccolo errore di datazione. Nel 1510 quando Giorgione morì di peste nel Lazzareto Novo di Venezia, lasciando un modesto inventario di cose personali recuperate dalla madre vedova (grazie alla scoperta della prof.ssa Segre, scanzonata dal vecchio Lionello Puppi), la villa non esisteva! La dimora è stata costruita sopra una montagnola artificiale a ridosso delle mura cittadine che potesse con i piani superiori “ricevere luce, raggi ed avere il piacere di vedere la lunga cortina montuosa con al centro il Monte Grappa e più sotto Asolo e il Cansiglio”. Le abitazioni a metà cinquecento non formavano ancora una bastia come si vede oggi. I portici sono ottocenteschi, pertanto il Barbarella aveva una veduta degagé. il Macola invece dal piano nobile e dalla Torretta (piccionaia) aveva ugualmente una bella veduta mozzafiato. Dentro un castello fortificato con un enorme spazio adibito “a giardino e stalle”. “E’ l’unica casa che si conosca costruita sopra una montagnola di una ventina di metri di dislivello. Non può franare perchè è a ridosso di mura medievali” e sotto dovrebbero esserci le cantine – ci spiega un nostro interlocutore.
Le cartoline che si vendevano nel ‘900 riproducono “villa Barbarella, ora del conte onorevole Ferruccio Macola” che mostrano in bell’evidenza una trasformazione moderna ed eclettica della dimora con una scalinata e balaustra di cemento, una facciata con tre orologi solari (fusi orari uguali) ed una torretta merlata in mattoni. Lavori progettati dall’arch. Giovanni Sardi, lo stesso che rifece la facciata cementizia di Palazzo degli Azzoni Avogadro in borgo Treviso, l’Hotel Excelsior al Lido di Venezia (1908) e l’Hotel Bauer a San Marco, oltre a ville del Lido e ad Asolo (come ci spiega il prof. Manlio Brusatin). Particolari questi che mettono Macola in stretta relazione col mondo veneziano e castellano: l’arch. Giovanni Sardi, l’ing. Spada, il sindaco conte Grimani, i conti degli Azzoni Avogadro, l’abate Luigi Viani, mons. Giovanni Bressan.
Nel 1884, a 23 anni, Ferruccio pubblica il suo primo libro a Genova (Come si vive nell’Esercito di 316 pagine). Dedica un capitolo alla sua città natale “Castelfranco Veneto”. Si sente che ha una forte nostalgia del suo Veneto. La scelta della dimora quale Casa Giorgione rappresenta una conquista sociale ed è un punto di riferimento. Entra in politica quando si trasferisce a Venezia nel 1889 (28 anni) e farà la spola con Castelfranco, Treviso e Padova. La Gazzetta di Venezia come altri giornali aveva propri candidati per le Comunali e le Provinciali. Nessuno lo dice. Infatti, e se ne vanta, è eletto consigliere provinciale di Treviso. Quindi il grande salto che non sarà stato tanto facile se ha battuto il concorrente con i resti dei voti dei cattolici. Questa opportunità è la prima che si conosca in Italia dove vigeva il non expedit di Leone XIII, cioè il divieto dei cattolici di entrare in politica. Di farsi bastonare, di pagare le tasse e di farsi deridere “per la stupidità di un clero romano consumato nell’ozio, nella ricchezza e nello sfruttamento”.
Poi leggiamo che Macola fu destinato a scomparire, ad uscire dalla Storia per “la sua stranezza e irrequietezza”, per “l’assassinio” causato al “bardo della democrazia” Felice Cavallotti, milanese ma di origini venete, che probabilmente sarebbe diventato un ministro di Giolitti. Quello stesso Giolitti che dai banchi della sinistra estrema era tutto uno scandalo di corruzione e sopraffazioni. Una sinistra che poteva trasformarsi di destra e viceversa. Molto spesso il Parlamento italiano viaggia per conto proprio. Ministri che si autodefinivano neutrali, non interventisti ma trescavano e si vendevano al miglior offerente. Gli italiani ci credevano e la chiesa fece il suo dovere. D’altronde il tasso di analfabetismo raggiungeva il 70 per cento, dicono le statistiche ma il tasso d’amore invece era quasi 100 per cento nei giornalisti, militari di carriera, comici…
“Come si vive nell’Esercito”
Proseguo sulla storia del giovane Ferruccio che si può dedurre dal suo primo libro del 1884 (unica testimonianza in biblioteca con una sua dedica a Luigi Viani, abate suo inegnante).
Come si vive nell’Esercito“, uno sfogo un po’ autobiografico e già con i germi di politico. Gli permise di farsi conoscere e di indirizzarsi ai tanti giovani che facevano il militare di leva. E’ un criticone sul regime “militarista” che andrebbe abolito e annota ruberie alla luce del sole. Ha 23 anni e da lì a poco dirigerà il nuovo giornale Il Secolo XIX di Genova.
Nel libro del 1884 ha una forte nostalgia di Castelfranco che nessuno se n’era accorto prima. Nel 1888 sbatte la porta e si fa liquidare: Va a Venezia e compera l’esangue Gazzetta di Venezia nel 1889 (che tutti sbagliano con il 1888). La riporta ad un buon livello di tiratura e consensi. Esce di pomeriggio, come il suo primo giornale genovese, che chiudono le redazioni alle sedici pomeridiane. Rimane direttore fino al 1902-03, fin quasi al 1909 con una piccola quota sociale. Nel 1895 fa propaganda per l’entrata a Venezia del nuovo cardinale Giuseppe Sarto di Castelfranco-Riese che lo conosceva molto bene, se dal papa, si vanterà di avere “importanti appoggi a Roma”. Era direttamente connesso con i monsignori che fungevano da consiglieri personali. Va contro il sindaco laico “anticlericale” Selvatico che voleva abolire le lezioni di religione nelle scuole veneziane, che verrà brutalmente battuto nel 1897 dal nobile Grimani, suo stretto amico e azionista della Gazzetta di Venezia. Qualcuno scrive che Ferruccio è amico dei sovrani piemontesi Umberto e Margherita che non vedevano di buon occhio il figlio Vittorio Emanuele corteggiare Elena di Montenegro (inesatto, ndr) che l’avrebbe chiamata “rosicchiatrice di castagne” (Bordignon Favero). Abbiamo invece un’altra versione di Indro Montanelli che ci spiega quanto sia stata propizia l’intermediazione di Crispi che organizzò una serata di gala proprio a Venezia durante la prima Biennale d’arte nel 1895 che fece in modo di mettere accanto il giovane monotono e complessato Vittorio Emanuele alla bella Yela, che erano tutti d’accordo per la protezione dello Zar Nicola II sulla famiglia del re Nicola Petrovich Niegos. L’anno seguente il principe fu invitato a San Pietroburgo per l’incoronazione dell’imperatore Nicola II. Guarda caso, fa notare Montanelli, ci fu anche Yela e qui scattò la fiamma d’amore. Un’ultima osservazione. Yela era il suo vero nome ma dopo il fidanzamento del 1896 prese il nome di “Elena di Montenegro“.
Gli storici di Castelfranco Veneto
Ora ci si soffermi su questa frase del prof. Paolo Bordignon Favero (1996):
“Il suo comportamento fu strano, come il disorientamento politico da lui avuto, fino all’uccisione nel duello con Cavallotti. Sconvolto concluse la vita, irrequieto;…come era stato in fanciullezza (pag. 190, libro di cartoline di Caufin). Oppure quest’altra dell’arch. Franco Posocco e di Luca Pozzobon: “deliberazione consigliare del 15 ottobre 1904 per un’ipotesi di tramvia a vapore: Bssano-Caselle d’Asolo-Montebelluna-Caselle d’Asolo-Castelfranco, della quale si fece promotore l’on. Ferruccio Macola, il deputato del collegio castellano reso famoso per il tragico duello da lui sostenuto contro Felice Cavallotti.” (pag. 29 del volume “Castelfranco Veneto. L’evoluzione della forma urbana e territoriale nei secoli XIX e XX”, edito da Banca Pop. di C.V., a cura di Cecchetto, Posocco e Pozzobon.
Ambedue didascalici penetrano nella sfera della psicanalisi, commettendo un errore di disonestà intellettuale.
Il fatto del “tragico” duello (Pozzobon o Posocco, ma anche Cecchetto) che lo “sconvolse” (Bordignon Favero, Luigi Urettini, Angelo Marchetti) sarebbe la risposta storica del suo lento ma ormai segnato destino di politico e di uomo che “concluse la vita, irrequieto… come era stato in fanciullezza” (Bordignon Favero).
Il giovane Ferruccio non ne poteva più del Collegio tanto che veniva punito anche per sciocchezze e puro sadismo dell’ufficiale di turno che gli rimarranno per tutta la vita soprattutto l’umiliazione e la voglia di una riscossa. Contro il “militarismo” imperante, la sopraffazione sui giovani, la corruzione, l’imbroglio. Di questo si legge altro che di uno con un caratterino difficile.
Per la prima volta vide suo padre Evaristo (segretario comunale, maestro, assessore, uomo di cultura e integerrimo, ndr) piangere. Forse l’anziano conte capì dell’errore commesso di averlo istigato ad entrare in marina: “il prestigio delle mostrine” e di un “posto sicuro” erano più sogni che realtà, data la situazione caotica in cui versava l’Italia a vent’anni dall’Unità con un Meridione corrotto e in balia di briganti e bande armate, emigrazioni inarrestabili, campagne militari senza mezzi. Si legge nel libro che il giovane diciottenne per una punizione eccessiva, trascinandolo all’estremo, tentò il suicidio con una fune legata all’inferriata della cella. Per fortuna un suo amico se ne accorso e fu prontamente salvato. La punizione continuò legandolo con le stessa fune e trasportato per barca con quattro uomini armati e l’aiutante alle carceri di S. Daniele. Lo ripeteva da un po’ che gli rimaneva ormai solo quest’ultima ratio, pur sapendo che avrebbe fatto soffrire i suoi famigliari. Ormai non ne poteva più della lunga e pesante sofferenza di “internato”, al quale venivano tolti i più elementari diritti di libertà personali. Almeno nelle Accademie militari c’era più rispetto, qui siamo come delle “bestie”, anzi ci viene tolta qualsiasi capacità di poter persino di pensare.
Queste osservazioni sono basilari per capire lo sfogo di un giovane che non vedeva l’ora di uscire, anzi di non tornarci più. “Sembrava di essere in un forno con 50 gradi, era persino impossibile scendere o salire, tenendosi aggrappati al corrimano di ferro che sembrava rovente. Come si poteva vivere lì sotto, da macchinisti?”
L’avrà letto il libro?
A questo punto ci è sorto un dubbio. Il prof. citato, ritenuto il maggiore storico del paese (dell’arte e dell’architettura), non dovrebbe aver letto il libro “Come si vive nell’esercito”. Altrimenti avrebbe ricavato conclusioni diverse, separando la politica dalla psicanalisi, e le cose vere dalle sciocchezze. 
E’ come se oggi, vedendo suo figlio barcollare tre giorni alla settimana sotto i portici, tra un’osteria e l’altra, ci venisse spontaneo pensare che la colpa di essersi ridotto in quel modo sia proprio del genitore che lo avrà, al contrario, troppo coccolato, trovandogli persino un posto sicuro da ricercatore universitario.
(Copyright Angelo Miatello)

Dieci anni di corrispondenza di Pio X con il Vescovo di Treviso A.G. Longhin

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Luigi Urettini, La Diocesi del Papa, CCSARTO 2014 (Cover)

Luigi Urettini, La Diocesi del Papa. Dieci anni di corrispondenza di Pio X con il Vescovo di Treviso A.G. Longhin, edizioni AIDA e CCSARTO, 2014, pp. 1-114.
In occasione del centenario della morte di Pio X (20 agosto 1914) ritengo opportuno ripubblicare la corrispondenza intercorsa tra il vescovo di Treviso, mons. Andrea Giacinto Longhin, papa Sarto e il suo segretario particolare, il trevigiano mons. Giovanni Bressan. La corrispondenza, da me curata, è stata pubblicata nell’ormai lontano 1987 nella rivista “Venetica”, diretta da Mario Isnenghi, Emilio Franzina e dall’indimenticabile Silvio Lanaro. L’epistolario è un documento importante per comprendere l’ideologia integralista che ispirava l’azione pastorale e politica di Pio X, sintetizzata dal motto da lui prescelto per il suo pontificato: Instaurare omnia in Christo.
Un programma di “restaurazione” cattolica di tutta la società, che seguirà coerentemente negli undici anni del suo papato. Il vescovo cappuccino mons. Andrea Giacinto Longhin, da lui scelto come vescovo di Treviso (13 aprile 1904), è ben conscio di essere una specie di “proconsole” nella “diocesi del Papa” e di dover rendere conto a “Sua Santità” di ogni singolo atto della sua attività pastorale. Dalla rigida sorveglianza dell’ortodossia religiosa contro l’“eresia modernista”, alla scelta dei candidati per le elezioni comunali e politiche.
Ne esce uno spaccato per molti versi inedito della diocesi di Treviso, amministrata per ben trentadue anni dalla volontà ferrea del vescovo Longhin, che nel suo lungo episcopato si è sempre ispirato alla concezione autoritaria e gerarchica della Chiesa propria di PioX, alla quale era intimamente convinto. Una cezione che influenzerà la chiesa trevigiana per gran parte del Novecento.

Luigi Urettini, Treviso, febbraio 2014

 

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