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Il Rinascimento rivive a Vicenza: “la bottega dei Bassano detti Dal Ponte”

Marica Rossi

La mostra sulla eccezionale stagione artistica della Vicenza del Cinquecento in Basilica Palladiana meraviglia per gli obiettivi prefissi e raggiunti da Guido Beltramini, Davide Gasparotto e Mattia Vinco (con Edoardo Demo per gli aspetti economici): mostrare quanto poté una città che scommise sull’idea del fare arte puntando su ricerca, innovazione e capacità di guardar al futuro. Ne sono straordinario esempio i Dal Ponte detti Bassano e le loro botteghe per merito di Jacopo, figura che risponde all’assunto dei curatori di non alimentare l’idea dell’artista genio ma dimostrare che la terra vicentina fu favolosa grazie a personalità di talento artistico con l’acume d’organizzar botteghe, produzioni, creando nuovi modelli e tessendo reti a vasto raggio. Gente che sapeva far lavorare famigliari, allievi, assistenti, apprendisti, garzoni e pure collaboratori esterni allora chiamati ‘giovani’. Jacopo se l’era prefisso da che mandato dal padre a Venezia da Bonifazio de’ Pitati, era costretto, come si dice, ‘a robar co l’ocio’! Si raccontava “che quando Bonifacio dipingeva si serrava in camera e che Jacopo per il foro della chiave osservasse il fare di lui e che in questa guisa apparisse il modo del suo pingere…” (Cenni Biografici. Francesco e Lucia Pizzardini. “Jacopo Bassano una lunga vita dedicata alla pittura”.

Avvantaggiato in quanto figlio d’arte (il padre Francesco detto il vecchio per esser distinto dal nipote Francesco, fu allievo a Vicenza di Giovanni Speranza seguace di B. Montagna) Jacopo (1510-1592) trovò nella natale Bassano di che realizzarsi da artista e da imprenditore. Grazie ad un eclettismo che lo portava ad invenzioni idrauliche, a disegnar mobili, armature, e oggetti come ceri pasquali e statuette in marzapane oltre alle rinomate pale d’altare e agli ambitissimi dipinti con soggetti e temi sacri e anche mitologici, poterono impiegare i propri talenti anche i suoi quattro figli maschi. I più bravi Francesco (primogenito) e Leandro (il terzo) ebbero il privilegio di dipingere a stretto contatto con il padre che affidò loro anche dopo la sua morte l’atelier in laguna. Gli altri due furono invece destinati a diventare gli amministratori unici dell’impresa bassanese ricevendo poi per volontà testamentarie (febbraio 1592 a due giorni dal decesso il 13 del mese) l’enorme quantità di materiale dell’inventario della bottega (Carlo Corsato “Dai Dal Ponte. Eredità di Jacopo, le botteghe dei figli e l’identità artistica di Michele Pietra”).  La bassanese era sempre stata la casa madre per la costante presenza di Jacopo, munito com’era di doti professionali inarrivabili (invenzione + mestiere) e saggezza, religiosità e dedizione alla famiglia. Sensibile alla bellezza della natura e degli animali dotò questi ultimi dello stesso sguardo ‘umano’ delle persone, come per l’amato gatto che teneva in atelier e sbucava spesso nelle sue composizioni. Anzi, come afferma la studiosa (pure artista dell’incisione) Marina Alberghini in “Jacopo Bassano e il suo gatto” Arti Grafiche COLOR BLACK Novate Milanese”, Jacopo col suo gatto Menegheto formò una strana coppia. Un duetto fatto dell’idealismo e generosità di lui vero patriarca biblico e della sospettosità, tetraggine e bruttezza del felino. Un tutto che incuriosisce per come il pittore lo ritrasse realisticamente curando di variarne l’aspetto negli anni come uno di noi che inesorabilmente invecchia!

Tornando al modo di produrre della bottega, c’è da dire che pur essendo probabile che Jacopo facesse uso dei cartoni, furono fondamentali per la replicazione dei soggetti i disegni da trasferire sulla tela opportunamente scalati. Molto importante però anche la preparazione dei fondali architettonici e paesaggistici nei quali venivano inserite in maniera modulare singole figure che potevano essere combinate con altre in infinite variazioni e sempre tramite una suddivisione del lavoro e dei compiti come d’uso nelle grandi botteghe (Francesca del Torre nel catalogo della mostra). A Francesco (che fu autonomo nell’invenzione) e a Leandro (forte nell’esecuzione) Jacopo concedette presto la firma accanto alla sua. Gli altri due acquistarono via via autorevolezza nell’atelier di Bassano in diverse guise. Infatti Gerolamo (che frequentò anche medicina nello studio di Padova dove incontrò Galileo estimatore dei dipinti dei Dal Ponte) era ‘abilissimo copista’ di Jacopo (C. Ridolfi ne “Le maraviglie dell’ arte”, Venezia 1648), mentre Giambattista era spigliato nelle trasposizioni dei moduli su tela. Questo sistema proto-industriale ha origine nella formazione artistica di Jacopo per i metodi di progettazione e nella pratica di copiare le tele in studio con lucidi che consentivano di replicare all’infinito le composizioni. Così nella fucina dove le risorse erano sfruttate al massimo a fronte della crescente richiesta, avveniva che il maestro definisse le idee, ne calibrasse le componenti espressive partendo da una figurazione originale e insegnando la preparazione dei colori prima di metter in cantiere la traduzione anche seriale dei soggetti. E se è vero che le repliche erano una consuetudine nel Rinascimento, è fuor di dubbio che quei lavori replicati dai Bassano restano unici. Lo ribadisce il curatore Mattia Vinco in linea con quanto scrive Francesca del Torre approfondendo il ruolo e la funzione della bottega. Un clan d’artisti il cui grande valore risulta inversamente proporzionale al loro modesto stile di vita. Non avevano un cavallo proprio neanche per gli spostamenti di lavoro! (Michelangelo Muraro, ” Il libro secondo di dare e avere della famiglia Dal Ponte con diversi per pitture fatte”). Anzi va detto che molto di quello che si sa della destinazione delle opere, della committenza, dei costi e dei ricavi delle botteghe è proprio merito del ritrovamento del succitato “Secondo libro dei conti” ad opera dell’accademico vicentino Michelangelo Muraro. Allo stesso modo, come spesso ha ricordato Vittorio Sgarbi, va a Muraro il merito del ritrovamento nella chiesa del suo paese natio Sossano di “Sant’Anna fra San Francesco e San Girolamo”, 1541, opera fondamentale di Jacopo Bassano nel momento del suo contatto più vivo con il manierismo centro-italiano.

Si tratta della pala che Jacopo Dal Ponte fornì ai padri riformati di Asolo nel 1541 con una Sant’Anna che tiene in braccio la Vergine mentre ai lati stanno San Girolamo e San Francesco. L’opera scompare da Asolo al tempo di Napoleone. Nel 1815, si ha menzione della sua presenza all’Accademia di Venezia. Poi fu considerata smarrita. Nel 1883 il dipinto (147×103) fu assegnato alla chiesa di Sossano Veneto dove appunto nel 1947, il prof. Muraro la riconobbe. ( “Ritrovamento di un’opera di Jacopo Bassano”, ARTE VENETA, 1, 1947, N.287).

particolari di alcune opere in mostra alla Palladiana: J.Bassano, "Ritratto di cani..."; Andata al calvario...."

E’ MANCATO GUIDO FIGLIO DEL GRANDE PITTORE UBALDO OPPI. UN BEL RICORDO DA VICENZA

DI Marica Rossi
Tre giorni fa è morto a Milano, dov’era nato 92 anni fa, Guido Oppi figlio del pittore al quale la città di Vicenza e il comune di Bolzano Vicentino hanno dedicato da fine 2019 al marzo di quest’anno memorabili mostre ed eventi.

Una rivisitazione importante (seppur ridotta nei tempi per colpa del coronavirus), perché s’è potuto riscoprire appieno la grandezza di Ubaldo Oppi la cui vicenda artistica, specchio di un’intera epoca, resta più straordinariamente rappresentativa negli anni ‘20.
Guido non seguì le orme paterne, ma fu sempre fan dei dipinti del padre. Pure da ragazzo. Anche a distanza. Infatti a partire dalla fanciullezza visse a Milano solo con la madre Adele Leone (Dehly), raggiungendo di tanto in tanto il genitore in terra berica essendo che Ubaldo, dopo la separazione dalla consorte per incompatibilità di carattere, vi si era stabilito per nuove committenze e perché, pur nato a Bologna, aveva eletto la terra di Palladio a sua stabile dimora. Vicenza del resto è stata la sua città fin dall’infanzia grazie alla famiglia d’origine che vi aveva trasferito attività e negozio di calzature.

Dai primi vagiti, il rapporto tra padre e figlio è sempre stato comunque idilliaco. Lo si sa dalle interviste nel periodo della mostra in Basilica Palladiana a cura di Stefania Portinari “Ritratto di donna. Il sogno degli anni Venti e lo sguardo di Ubaldo Oppi” (video) e particolarmente il 6 dicembre durante l’inaugurazione con la presenza sua e quella della consorte Monica Liverani. Quel bellissimo rapporto, aveva ribadito in quei giorni, non era solo d’affetto ma di ammirazione reciproca anche per merito della signora Dehly che aveva sempre parlato bene del padre, a sua volta orgoglioso della prestanza fisica del figlio, della sua intelligenza e dei suoi successi scolastici. L’aveva ritratto in alcune tele e pure inserito nell’affresco dell’arco trionfale della Chiesa Arcipretale di Bolzano Vicentino con la scena della presentazione di Gesù al Tempio dove Guido fanciullo è con un agnellino tra le braccia.

Guido Oppi (cui si aggiunge il cognome di Forcesi secondo marito di Dhely) ha sempre abitato nel capoluogo lombardo. Laureatosi in ingegneria, è stato imprenditore, amministratore della Sfeat, presidente del gruppo Vallardi impegnandosi anche in politica nelle file dei Liberali. Sposato, ha avuto due figlie che si accompagnavano alla sua seconda moglie Monica in occasione del vernissage.
Per Bolzano Vicentino ci sarebbe stata un’altra occasione per riaverlo tra quei lidi assieme ai famigliari per il sopraggiungere di un’altra novità. E cioè il ritrovamento in casa Oppi un mese fa di una cartella di 19 disegni e un acquerello riconducibili ai bozzetti bolzanesi eseguiti dall’artista in preparazione degli affreschi che poi furono portati a compimento nella Chiesa Arcipretale. Il Comune di Bolzano Vicentino nella figura del sindaco Daniele Galvan e del vicesindaco Giovanni Calgaro li ha acquisiti non solo per il valore d’arte in sé, ma anche perché si affiancano ai maestosi 13 cartoni raffiguranti gli Apostoli (quelli degli affreschi della già citata Chiesa Arcipretale) che fanno bella mostra di sé in  permanenza nella Sala Consiliare del Comune.
Quando anche queste inedite creazioni troveranno adeguata collocazione, verrà spontaneo constatare che se Ubaldo Oppi (Bologna 1889-Vicenza 1942) ha lasciato eredità d’affetti e d’arte, suo figlio Guido, come Ugo Foscolo insegna, ancor più avrà gioia dell’urna”.

MONTECCHIO MAGGIORE S’INCHINA AI SEGNI DELL’ARTE DI ENZO ANDRIOLO

Da sabato 30 maggio a domenica 28 giugno 2020, la Nuova Galleria Civica di Montecchio Maggiore, sita in via Bivio San Vitale, ospita la mostra “Enzo Andriolo. I segni del tempo, i segni dell’arte”

Di Marica Rossi
E’ vero che il tempo lavora per noi, ma se non ci fosse l’arte a tesaurizzarne le impronte non ne potremmo avere mai così chiara la consapevolezza.
Soprattutto non ci sarebbe dato accedere a quella bellezza nascosta ricreata in altra forma da artisti “veggenti” che da quelle tracce si son lasciati sedurre. In tal senso emblematica è l’esposizione appena liberata dai lacci del Covid-19, del vicentino Enzo Andriolo che ha scelto il titolo “I segni del tempo, i segni dell’arte” da subito
orientativo e quindi invitante per chi la visita.
La mostra si pregia della curatela dello storico dell’arte Giuliano Menato per la Nuova Galleria Civica di Montecchio Maggiore, mitica patria dei Castelli di Giulietta e Romeo, che a partire dall’apertura di maggio ne ha ottimizzato l’affluenza fin alla chiusura il 28 giugno grazie ad uno spazio istituzionale fruibile pure nei suoi
leggendari esterni. E’ un ciclo pittorico ammirato da pubblico e critica per il livello qualitativo raggiunto dall’autore che nella poetica dei ”muri” eletti quasi ad organismi viventi, si differenzia da chi, a prescindere da graduatorie di valore, vi
si è cimentato nella contemporaneità e nel passato.
Nella fotografia è indicativa l’esperienza di Attilio Pavin, anche lui vicentino, che vi si dedicò con successo il secolo scorso. In pittura già Leonardo invitava a studiare le macchie sui muri per le composizioni delle battaglie. Una tale attenzione divenne sistematica nel ‘900 con artisti come Ernst, Salvador Dalì e Dubuffet. Soprattutto l’autore francese se ne è lasciato attrarre specialmente per le texture sulle quali ebbe a fondare i cicli delle Emprentes e dei Phénoménes. Infatti lui attribuisce a questa capacità del pittore d’individuare e far riconoscere forme note in conformazioni casuali e irregolari,un’importanza perfino maggiore delle elaborazioni stesse.
Curiosamente procede all’inverso l’arte di Andriolo inducendo ad una esperienza visiva assai singolare.
Il demiurgo della superficie rappresentata è lui non l’imperscrutabile azione del tempo sul muro cui pure il suo fare rimanda. La qual cosa consente all’artista di produrre in libertà le invenzioni di aggallanti geometrie circonfuse di rarefazioni
luminose e colori molto suoi. Altrettanto lo sono le strategie sue consuete con inserti di memorie (profili d’interni, oggetti, ritagli di quotidiani) che sussurrano messaggi che arrivano a destinazione pure per la scelta dei materiali e il sapiente uso della tecnica dell’affresco strappato e del collage ricorrendo a materiali diversi armonicamente piegati agli intenti compositivi dell’autore.
Intenti umanisticamente mirati a ricreare il vissuto di muri agé gareggiando con loro nei geroglifici significanti il passare del tempo. Va detto pure che se i primi inducono a romantiche nostalgie e alla consapevolezza del degrado, per i secondi, quelli di Andriolo, è tangibile l’affermazione del valore del passato e dei suoi doni. Sia per la storia personale dell’artista che per la collettività.

Orari: sabato e domenica:10e30-12e30; 16-19 Nuova Galleria Civica via Bivio San Vitale Momtecchio Maggiore (Vicenza)

Enzo Andriolo nasce ad Agugliaro (Vicenza) nel 1941. Negli anni Settanta frequenta la scuola di pittura “La Soffitta” di Vicenza diretta da Otello De Maria. Negli stessi anni partecipa a concorsi nazionali e a mostre collettive, delle quali si ricorda in particolare la collettiva del 1977 all’interno degli ex Magazzini Sorelle Ramonda, in via Leonardo da Vinci, ad Alte Ceccato.
Nel 1974 tiene la sua prima mostra personale presso la Galleria Modigliani. Espone con mostre personali anche a Valdagno (Galleria Palazzo Festari-1982), a cura di Giuliano Menato e a Montecchio Maggiore (Galleria Civica-1988) con la presentazione di François Bruzzo. Conosce personalmente i maestri Carmelo Zotti, Bruno Saetti, Emilio Vedova, Aldo Schmid, Luigi Senesi, di cui diventa attento osservatore e collezionista. Negli anni Ottanta, accanto alla pittura su tela, inizia un percorso di conoscenza tecnica e storico-artistica del dipinto a mano su ceramica. Dalla collaborazione con la ditta vicentina specializzata, AL.Za., di proprietà del maestro e artista ceramista Alfredo Zanin, nasceranno pezzi unici interamente decorati a mano.
Le sue mostre più recenti sono: antologica 1970-2015 presso Antichità La Galleria, Montecchio Maggiore, 2016; personali presso “10mquadri”, Bassano del Grappa, 2016 e alla “Qu.Bi Gallery”, Palazzo Valmarana Braga, Vicenza, 2017. Continua ad essere attivo oltre che nella creatività artistica, aperta in questi anni a nuove conquiste, nel dialogo stimolante con personalità del mondo dell’arte e della cultura.

Operaestate, Museo Remondini, “La Melancolia 1” del Dürer narrata da Luca Scarlini, accompagnato dalle note di Alberto Mesirca

Di Marica Rossi
I tesori d’arte che Bassano custodisce famosi quanto il suo leggendario Ponte, la magnificenza dei paesaggi e le architetture del centro storico, avvalorano il carnet di Operaestate per gli agganci che il Festival sa fare col patrimonio culturale della città collaudandone l’appeal di capitale dell’intrattenimento colto. La liaison più singolare quest’anno è stata con la mostra-evento di Dürer nel settecentesco Palazzo Sturm fresco d’un ineccepibile restauro inaugurato a maggio in occasione dell’importante vernissage. Uno scrigno imprescindibile per la rassegna che espone fino a settembre la collezione Remondini completa di tutte le sue 214 incisioni di Dürer.
Il Museo è per di più dotato d’una balconata panoramica sul Brenta ora eletta a palcoscenico per la mastodontica scultura in acciaio del cinese Li-JenSih, Dürer, ,(mutuata dall’immagine dureriana del “Rinoceronte”), scenario ideale che sarebbe stato previsto anche, tempo permettendo, per il recital nella serata di martedì scorso. Si trattava di “Dürer, il linguaggio della Melanconia” con lo studioso Luca Scarlini, accademico fiorentino drammaturgico che da sempre si prefigge una comunicazione per i molti e quindi divulgativa, ma senza che nulla vada perduto in scientificità. Ad accompagnarlo era stato scelto il chitarrista classico Alberto Mesirca di Treviso, nominato “Giovane artista dell’anno” ai festival Aalborg in Danimarca e di Enschede in Olanda, nonché “Chitarra d’oro”(2013) col suo album “British Guitar Music”. Ma venendo alla bella riuscita dell’atteso spettacolo, piace dire che se è vero che il dispettoso Giove Pluvio ha impedito con le sue minacce l’incontro all’aperto, è altrettanto certo che l’acustica ci ha guadagnato parecchio sia per l’ascolto del fine dicitore sia delle note a corredo dell’esibizione. E infatti la deliziosa Sala degli Specchi, d’apparente ripiego logistico, è stata invece oltre che una gioia per gli occhi come per i visitatori di sempre, una felice esperienza intellettuale ed emotiva per l’interesse suscitato dalle immagini del luogo in perfetta sintonia con la grazia, l’ arguzia, l’ironia e il senso teatrale nel prosieguo dell’originale performance di parola e musica. Agevolmente dunque ci si è addentrati nella mitologia e nei significati espressi da Dürer nella celebre incisione seguendo lo studioso tra riflessioni filosofiche, aneddoti storici, d’estetica e di costume, alternando digressioni in età precedenti e successive a quella del genio di Norimberga compresa la nostra epoca. Altrettanto significativo che il sapiente eloquio sia stato coronato da intermezzi musicali molto a tema e mai scontati. Si è partiti da Saturno, stella di riferimento per i temperamenti malinconici, passando poi a Marsilio Ficino il cui talento fu così inversamente proporzionale alla presenza estetica del rammaricato umanista da diventare emblema della teoria per la quale melinconia e genio son da ritenersi inscindibili. Questo momento d’intensa riflessione ha introdotto molto bene nelle evocazioni di altri personaggi e vicende tra cui del povero rinoceronte spiaggiato, segnando l’avvio alle pause musicali eseguite da Mesirca come la suite ‘”L’infidéle” brano barocco di Silvius Leopold Weiss, eccellendo nella “Fuga BWV 1000” di Bach per arrivare in finale ad accompagnare l’attore Scarlini (anche cantante per l’occasione) sulle note del 20th Century Blues di Noel Coward. Il tutto eseguito magistralmente, senza forzature divistiche come insegna Scarlini, forte del medesimo mood.
Due i temi ricorrenti: l’importanza della venuta di Durer da Norimberga (all’epoca una novella Atene) per le mai da allora perdute connessioni artistiche tra Italia e Germania (proprio nel momento in cui i due paesi stavano per separarsi culturalmente sull’onda della Riforma Luterana); e l’incisione che Durer eseguì nel 1514 “La Melancolia 1” siglata con il monogramma in basso a destra distinguendosi anche per questo ‘vezzo’da tutti gli altri artisti.
E’ un magnifico bulino che rappresenta nella penombra di un crepuscolo rischiarata da una cometa, una fanciulla alata. Lei siede in una terrazza circondata da oggetti di vario tipo: una mano è appoggiata alla testa in un atteggiamento pensoso mentre l’altra è ad impugnare un compasso. Un cane dorme ai suoi piedi e un cherubino è seduto sopra una macina mentre dietro appare uno strano edificio che affianca uno specchio d’acqua sopra il quale un pipistrello mostra un cartiglio con la scritta “melancolia”. Una summa che Scarlini ha illustrato citando più interpretazioni ammaliando il pubblico che indubbiamente sarà indotto a rivisitare la mostra coi molti elementi utili ad una lettura ‘avvertita’ dei tanti aspetti cui quell’opera rinvia evidenziandone non solo l’arte raffinatissima ma anche la sua sempreverde vitalità e valenza conoscitiva.

Giulio Manfredi ingioiella la Pinacoteca Ambrosiana in omaggio al Da Vinci

(di Marica Rossi)
Incanti, sacralità e misteri dell’”Ultima Cena” di Leonardo! Per l’anniversario del mezzo millennio dalla morte del Grande Maestro rinascimentale la si è celebrata con un tributo molto speciale in oro e pietre preziose. Un compito che si è dato Giulio Manfredi impiegando al massimo il talento, l’arte e le doti d’artigiano riconosciutegli a livello internazionale. Già noto per le importanti committenze di Gucci e Vacheron Constantin e le creazioni celebrative ispirate a Piero della Francesca e a Manzoni come la decantata raggiera di Lucia Mondella, l’artista piacentino milanese d’adozione vi si è cimentato con fervore e rigore. L’invito a farlo è pervenuto dal Ministero dei Beni Culturali e della Regione Lombardia che a ragione l’hanno ritenuto all’altezza per cultura, perizia orafa e profondità d’intenti. Lui non ha frapposto indugi e ha fatto precedere questo lavoro da un lungo studio e da molte frequentazioni alla sala del famoso affresco conservato al Cenacolo di Santa Maria delle Grazie a Milano. Ne è nato “L’Oro in-visibile” che inanella 12+1 opere preziose (una per ogni Apostolo con al centro quella per Gesù), che compongono la mostra di straordinario splendore curata da Alberto Rocca, direttore della Pinacoteca Ambrosiana e dal critico Arnaldo Colasanti. Un’esposizione che fa bella mostra di sé fino al 19 luglio alla Venerabile Pinacoteca Ambrosiana in piazza Pio XI a Milano offendo un’ulteriore occasione per visitare questo tempio di cultura, fede e arte, ricco di tesori esclusivi come il Codice Atlantico e una copia del Cenacolo stesso voluta da Federico Borromeo. Tornando all’insigne raccolta di gioielli, anzitutto va detto che Manfredi s’è proposto di celebrare la bellezza e d’interpretare l’armonia del capolavoro vinciano recuperando i colori e i movimenti dei personaggi, nonché la misteriosa e sapiente composizione dell’opera. Il suo fulcro non poteva che essere nella figura di Gesù rappresentato da una corona sottile in oro bianco con i simboli di un antico alfabeto che esalta valori umani come la pace, la famiglia, l’amicizia, con al centro un granato e un diamante segno di regalità. Ogni scultura è ricca di riferimenti alla vita e all’agiografia degli apostoli. E quindi vediamo Giovanni, il discepolo prediletto, prendere forma in un calice ( metafora di fraternità e convivialità) impreziosito da smeraldi, simbolo di purezza e spiritualità. Bartolomeo rivive in calzari, viatico d’oro e gemme emblema di coraggio per il lungo cammino che si dice l’abbia portato fino in India. A Taddeo arride il soffio di luce emanato da un spilla con un rubino metafora dell’amore puro. Matteo è simboleggiato da un penna che descrive la sua metamorfosi da esattore a primo autore del Vangelo. Andrea è ricordato con una croce decussata in oro rosso, malachite e zaffiro, simbolo di speranza. Alcuni riferimenti sono più immediati: a Giacomo minore viene accostato un luminoso anello; un anello da pescatore a Pietro; a Giacomo Maggiore una calotta con una pioggia di stelle; a Filippo una campana, a Taddeo una composizione in quarzo, a Tommaso un bracciale. La più sorprendente idea Giulio Manfredi l’ha riservata a Giuda cui ha dedicato un ramoscello d’ulivo (la rinascita dopo il perdono). Una creazione in oro e giada che rinvia al significato che in generale l’autore dà a questo capolavoro. “Nella tradizione cristiana” spiega Giulio Manfredi ”il Cenacolo racconta la nuova unione tra Dio e gli uomini se l’edificazione dell’Eucarestia è il momento in cui i 12 apostoli scoprono i propri talenti spirituali e diventano la fonte delle 12 chiese. Ciò significa che nei personaggi rappresentati, prima che il dramma del tradimento, riemerge con forza il mistero di una spiritualità sanata e libera che solo l’arte può esprimere. Disegnare e realizzare quelle sculture vuol dire riconquistare la grande tradizione del gioiello come valore sacro e simbolico. Non un mondano oggetto di valore, dunque, quanto un segno forte dei carismi che ciascun apostolo in sé custodisce”. Il monumentale catalogo che accompagna queste meraviglie è anch’esso un’opera d’arte ed è trilingue di cui una versione in giapponese perché la mostra è attesa a Tokio a rappresentare la magnificenza dell’arte italiana nel mondo. (© Marica Rossi, Aidanews. Courtesy )

Zamperla, il re del fantastico che conquista il mondo

(di Marica Rossi)
Le giostre son sempre le benvenute nelle nostre città legate come sono ai bei ricordi dell’infanzia e ad un intramontabile fascino romantico che registi e artisti han alimentato rendendo omaggio a questo mondo fantastico forte di suo appeal d’una teatralità spesso ingenua e ruspante di cui pure oggi s’abbisogna nonostante gl’intontimenti da web.
Se poi guardiamo alla loro storia, nessuno può prescindere né dall’habitat rodigino che per secolare tradizione ne detiene il primato, nè da quello vicentino dove la ditta Zamperla di Dueville è diventata, in cinquantatre anni di vita, leader mondiale nel campo della progettazione e della produzione di tutte le attrezzature per lunapark.
La terra del Po ha inoltre un museo (che celebra i suoi trent’anni) tutto dedicato a questo settore. Si chiama “Bergantino” ed è omonimo del paese che lo custodisce da dove probabilmente è partita l’idea della mostra che da marzo è stata aperta fino a tutto questo giugno a Palazzo Roverella in Rovigo. ”Giostre! Storie, immagini, giochi” ha albergato al suo interno una grande mostra fotografica con scatti di Gabriele Basilico, Cartier-Bresson, Luigi Ghirri, Paolo Gioli, Eliot Erwitt, Robert Doisneau, Giacomelli, David Seymour(alcuni dei 60 esposti). Ed è stato il primo atto d’un viaggio plurisensoriale che ha inanellato dipinti tematici di grandi artisti del Novecento da Balla a Campigli, vivaci manifesti dall’Ottocento agli anni venti, una carrellata di giocattoli antichi (come quelli prestati dal Museo Chiericati di Vicenza), giostrine del passato, citazioni di film quali” Jodi delle giostre”(premio David di Donatello 2011) di Adriano Sforza e una curiosa istallazione contemporanea (del vincitore di un premio alla Biennale a Venezia Stephen Wilks) che al posto del sempiterno cavallo, alberga asini. Il merito della rassegna va alla Fondazione Cariparo, alla collaborazione e ai prestiti del succitato Museo della Giostra, al Comune di Rovigo, all’Accademia dei Concordi, alla curatela di Roberta Valtorta colla collaborazione di Mario Finozzi.

Antonio Zamperla Spa, produttore di attrazioni per parchi di divertimenti, con sede in Altavilla Vicentina, ha emesso un nuovo minibond di 1,5 milioni di euro con scadenza 2023, garantito dal Fondo Europeo per Investimenti. Advisor e arranger dell’operazione è Mediocredito Trentino Alto Adige. Fondata negli anni ’60 e interamente controllata dall’omonima famiglia, Zamperla Spa è specializzata nella progettazione, costruzione e commercializzazione di attrazioni per parchi divertimento, in Italia e all’estero. Ha fornito 7 attrazioni su 12 al lancio di Eurodisney a Parigi nel 1988 come pure le giostre per parco divertimenti di Coney Island a Brooklyn (New York). Azienda fortemente internazionalizzata – il fatturato consolidato del 2017 presenta una percentuale di export che si attesta al 99% – ha clientela: Walt Disney, MCA Universal Studios, Warner Bros, Paramount, Lego per citarne alcuni. Anche in Italia la società ha installato attrazioni, tra gli altri, a Mirabilandia e Cinecittà World; nel 2019 è prevista la creazione di un parco tematico a Bologna all’interno di Fico Eataly World. «Dopo alcune emissioni short term – precisa il CFO di Zamperla, Antonio Cecchetto – abbiamo voluto strutturare un minibond di più lunga durata, per sostenere la crescita aziendale e l’innovazione».

Zovencedo, Vicenza: l’archistar Chipperfield firma il teatro Cava Arcari tutto di pietra

(di Marica Rossi) La mostra di architettura dedicata a Chipperfield a Vicenza in Basilica Palladiana è in perfetta sintonia con la città del Palladio celebrando l’utopia e l’armonia dell’abitare, nel culto dei valori dell’uomo e dell’ambiente. Tra i progetti illustrati di opere disseminate in tutto il pianeta che recano la firma dell’architetto britannico ce n’é uno per il quale assieme ai suoi quattro studi il confronto è avvenuto con un luogo inconsueto: una cava, il mondo sotterraneo. E’ accaduto proprio in territorio vicentino a Zovencedo sui colli berici. Un teatro di pietra scenografico e imponente che s’apre allo sguardo del visitatore come una cattedrale antica. Su laghi d’acqua. Non acqua stagnante ma limpida e rugiadosa perché alimentata dal ruscello che vi scorre accanto. E’ qui che David Chipperfield ha trasformato una cava abbandonata di Pietra di Vicenza in uno spazio per incontri e rappresentazioni grazie alla lungimiranza di Barbara e Deborah Morselletto, titolari dell’omonima azienda di lavorazione di pietre e marmi con sede a Vicenza e proprietarie del sito. In occasione dell’apertura della mostra di cui s’è detto sopra, la magica cavità rupestre è stata sede ambita di due concerti di Michael Nyman che vi ha eseguito (al pianoforte) e diretto (4 quartetti di ottoni ai quattro lati della cavea) sue composizioni ispirate, come lui stesso ha affermato, da “questo luogo quieto con una naturale amplificazione, difficile da trovare altrove”. ”Suonerei sempre qui” ha aggiunto“ perché qui le emozioni non si disperdono!”. La cava è infatti un set naturale. Uno spazio esaltante, che fa galoppare la fantasia ed elevare lo spirito.

Per questo si è provveduto a offrire opportunità di visite guidate di cui le prossime sono il 6 e il 13 luglio. Le visite sono gratuite. Basta prenotarsi il lunedì antecedente la data scelta per la visita telefonando allo 0444 396311 dalle ore 13 alle 15 (il numero è del Giornale di Vicenza, partner dell’iniziativa come Abacoarchitettura cui va il merito dell’intera mostra in Basilica dove si possono ammirare progetti e fasi in corso d’opera dell’istallazione di questo singolare teatro). Il ritrovo (come è stato per le prime visite già effettuate i cui posti- solo trenta per volta- sono andati esauriti in pochi minuti) sarà a Zovencedo alle 17e30 nelle vicinanze della cava denominata Cava Arcari. I partecipanti arriveranno con mezzi propri, muniti di felpa o maglione (la temperatura della cava è di 12 gradi) e scarpe adatte a camminare su sterrato per quindici minuti. A chi prenota la visita e si impegna a venire, sarà chiesto di lasciare nome, cognome, tel, indirizzo mail, recapito e professione. Verrà quindi contattato via e-mail con le indicazioni del punto preciso di ritrovo e del parcheggio. Da aggiungere che nei venerdì di visita della cava, l’apertura della mostra in Basilica sì protrae fino alle 22. Ecco allora che chi vuol completare la visione del tutto ha di che essere ampiamente illuminato. Ci sarà modo così di essere ulteriormente edotti su questo dialogo che si è creato tra l’architettura accidentale della cava e lo spazio formalizzato della scena e delle piattaforme con le sedute per gli spettatori e le aree destinate alle performance e all’ascolto.

Esiste inoltre un film realizzato da Raphael Chipperfield che ritrae il sito prima e dopo l’intervento.

Padova, Orto Botanico e Giardino della Biodiversità: Olimpia Biasi chiude con successo “Viriditas”

(di Marica Rossi)
“Anche se l’evoluzione tirò fuori la pianta dal mare, non riuscì a tirare fuori il mare dalla pianta”. L’ecologo Jonathan Silverthown lo afferma in ”Vita segreta dei semi”; l’artista Olimpia Biasi nelle tripudianti cromie di tutti i suoi dipinti.
Lo si è visto con macroscopica evidenza all’Orto Botanico di Padova per la mostra assai ricca e anche per questo di gradissimo successo che si è conclusa ieri primo maggio. Ha fatto bene la colta creativa (Treviso 1947) a titolarla “Viriditas” inanellando opere luccicanti (per effetto d’arte ma anche di consapevolezza scientifica) della rugiadosa memoria delle acque da cui ogni creatura vivente trae il suo sostentamento e la sua vitalità. “Viriditas” l’ha promossa l’Università di Padova e a curarla è stata Virginia Baradel che ha disposto le creazioni nei lussureggianti esterni e nei saloni della parte nuova del Giardino della Biodiversità presso l’Orto Botanico di Padova costruita su progetto dei due architetti di Marostica Giorgio Strapazzon e Fabrizio Volpato.
Si trattava e si tratta di opere (non solo pittoriche) di cospicue dimensioni che evocano rigogli di felci verdeazzurro commiste a selve di alghe marine, a stille d’oceano risorte nei turgidi talami e a corolle vibranti di gocce cristalline. Erbe, fiori e anche insetti sintonizzati a vari ritmi nelle tele, nelle carte, nelle stoffe e nelle garze innervate della frenetica esistenza di una natura lasciata libera, di una vitalità espansa all’infinito recuperando l’arcana bellezza di foreste incontaminate e di misteriosi fondali marini come nella creazione che è stata accostata ai rami della “Palma di Goethe” la pianta che si erge nella parte più ammirata dell’Orto Botanico. Ne sono sortiti effetti che la pittrice non si è proposta del tutto perché ha lasciato fare ad un istinto connaturato ad una gestualità imprescindibile dal suo sapere di botanica, di arte figurativa e non, e di pratica di giardinaggio. Non solo in questa mostra appena conclusa ma anche nelle altre come questo marzo al Bailo di Treviso è stato dato al visitatore di assaporare il distillato della sua matrice espressionista, dei suoi studi con i maestri dello spazialismo, dell’influenza di Emilio Vedova, di uno sperimentalismo che non disdegna i materiali più diversi, soprattutto dopo che si è trasferita a Spresiano. In questo posto da favola nei pressi di Conegliano lei ha scelto la sua stabile dimora per vivere e lavorare in una vasta casa-studio con un giardino curato da lei trovando di che sbizzarrirsi come in una possente animata tavolozza.

Olimpia Biasi, Orto Botanico Padova

Olimpia Biasi, il Cielo Calpestabile (Kevin Granahan)

“Il ‘700 di un’Europa che cambia faccia”: Philippe Daverio incanta il pubblico vicentino al Teatro Comunale

(di Marica Rossi) La serata di questo 29 novembre rimarrà certamente impressa al pubblico del Teatro Comunale a Vicenza. Spettacolare non dal punto di vista mediatico o coreografico con quella scena invece così essenziale da prevedere solo un tavolino, una sedia accanto al protagonista Philippe Daverio reso a tutti visibile dallo schermo in alto che ne riportava l’immagini ingrandita, ma per il magistrale racconto che questo autore ha intessuto sul “‘700 e l’Europa delle Corti”, tema per il quale era invitato, primo dei quattro appuntamenti della stagione artistica berica per la sezione a cura di Guido Beltramini direttore del C.I.S.A.
Un progetto volto a focalizzare il ruolo di “sentinella” dell’arte nella percezione del cambiamento dei valori non solo culturali nei secoli più importanti per la nostra civiltà. Quindi gli incontri accomunati dall’emblematico titolo: “Arte e Rivoluzione, quando il mondo cambia, l’arte arriva prima” era stabilito dovessero vertere non su fatti storici tout court ma sui passaggi nodali di trasformazione nella storia della civiltà dove il discorso sotteso è comunque legato all’arte, premonitrice e foriera dei grandi eventi epocali.
Concetto che il celebre critico d’arte e scrittore Daverio, conosciuto dal pubblico anche per le sue numerose apparizioni televisive, ha evidenziato, con la verve che lo distingue, nella sua narrazione colta e vivace di ieri sera non lesinando in nessuno degli aspetti che caratterizzano il ‘700, nel corso del quale davvero l’Europa cambia faccia.

Una stile che conosciamo bene e per il quale la sala del Comunale era gremita di spettatori che neppure per un secondo hanno distolta l’attenzione dal suo discorso sulla vita di corte, sui costumi, sulla nascita della cucina (non solo la grande cuisine), soffermandosi su personaggi quali Voltaire, Diderot, Rousseau, il Winckelmann, Casanova, Federico II, Pietro il Grande, Cesare Beccaria e poi sulla Francia di Luigi XV, il Nord Europa dedito al Gran Tour, la musica di Bach e di Haendel e centri di diffusione della cultura come la Roma del Rococò (simpatica citazione: la fontana di Trevi) e il Veneto del Tiepolo e d’una Venezia esportatrice della cultura italiana nel mondo.

Philippe Daverio è nato nel 1949 a Mulhouse, in Alsazia, e vive a Milano. Docente ordinario emerito alla facoltà di Architettura presso l’Università degli Studi di Palermo, Direttore Artistico del Grande Museo del Duomo di Milano, membro del Consiglio di Fondazione Cini e membro del Comitato scientifico della Pinacoteca di Brera e Biblioteca nazionale Braidense, è l’autore e il conduttore dei programmi di arte e cultura Passepartout poi Il Capitale su RaiTre, ed Emporio Daverio su RaiCinque. Direttore di Art e Dossier di Giunti, è autore Rizzoli, con cui ha pubblicato la trilogia Il Museo immaginato (2011), Il secolo lungo della modernità (2012) e Il secolo spezzato delle Avanguardie (2014), e inoltre i volumi Guardar lontano Veder vicino (2013), il bestseller La buona strada (2015), e Il gioco della pittura (2015). Le stanze dell’armonia (2016).

I prossimi appuntamenti sempre al Teatro Comunale:

giovedì 25 gennaio 2018 ore 20e45
Christian Greco.”L’antico Egitto”.

Giovedì 15 febbraio 2018 0re 20e45
Giovanni Carlo Federico Villa “Il Quattrocento”

Giovedì 22 marzo2018 ore 20e45 Guido Beltramini
Il Cinquecento

Daverio: Il Settecento visto da un “franco-crucco” al Teatro Comunale di Vicenza

Se quello che abbiam lasciato alle spalle è il secolo breve, il Settecento è per il nostro Occidente il più longevo che la storia ricordi. Tante furono le sue stagioni, tutte diversissime tra loro, da rendere oltremodo difficile la percezione dei cambiamenti dei valori non solo culturali che nell’arco dei cent’anni si sono succeduti. A soccorrerci in questa quasi impossibile impresa è stasera mercoledì 29 Novembre al Teatro Comunale di Vicenza il critico d’arte docente universitario, conduttore televisivo Philippe Daverio nell’incontro alle 20e45 dal titolo emblematico “Arte e Rivoluzione”. Un percorso dedicato a quei grandi passaggi epocali di trasformazione focalizzando l’attenzione soprattutto sull’Europa delle Corti del Settecento. Quindi Daverio, per la prima volta sul palco del Teatro Comunale del capoluogo berico, si soffermerà con la verve che lo distingue, sui molti temi tra cui : vita di corte e guerre, frivolezze e dramma, il culto del viaggio e l’evoluzione dei costumi, i progressi della scienza, la diffusione del sapere grazie a personaggi come Voltaire, Diderot e gli Enciclopedisti, all’illuminismo, e a un nuovo modo di guardare all’umanità per il ruolo svolto da figure di intellettuali quali Cesare Beccaria.
Philippe Daverio si definisce franco-crucco perché nato in Alsazia. Poi ha preso stabile dimora a Milano divenendo, fra tanti altri incarichi,  docente alla facoltà di architettura, direttore artistico del grande Museo del Duomo, membro della fondazione Cini, del Comitato scientifico della Pinacoteca di Brera e Biblioteca Braidense.
La sua presenza per questo incontro vicentino inaugura una nuova sezione della stagione artistica del Comunale di Vicenza. Una sezione per l’arte che si presenta fin da subito estremamente interessante.