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La Riforma costituzionale: vuoi essere protagonista?

Zaia_conf stampaMancano quasi cento giorni dall’election day del new president of USA, la potenza nucleare e militare più “diffusa” al Mondo. Tutto si gioca attorno a due candidati, abbastanza pari per impopolarità (Botteri, Rai3) ma impari per carattere, formazione e intelligenza politica. Trump sarebbe un conservatore vecchia data, un nazionalista reazionario, un imbecille dell’America profonda. Hillary Clinton, una democratica che da vent’anni è alla sommità del potere, prima con il marito Bill, poi da segretario di stato con Barak Obama. Un avvocato con grandi doti comunicative e conoscitive (“ha la preparazione di un legale e la sensibilità di un politico”, Bill Clinton). Ha effettivamente mostrato gli artigli qualche giorno fa provocata dai risvolti poco chiari di intelligence. Così sono venuti allo scoperto che i Russi la spiano o meglio dietro a tutta la campagna di fango che Trump le ha riversato “la lady è un’incapace, bugiarda e porta in rovina gli Stati Uniti” ci sarebbe lo zampino dello zar Putin, dei servizi segreti, degli hackers del Cremlino. E ci fermiamo qui.
Per la prima volta nella storia dell’Italia (non quella di Benigni), i cittadini saranno “invitati” nello stesso periodo degli americani ad esprimersi su una riforma costituzionale, cioè l’abolizione e la sostituzione di quasi un terzo degli articoli della Carta. Quella Carta fondamentale del 1948 che solo cinque anni fa era considerata (1861-2011) la più bella al Mondo, anzi come l’acquarellò Benigni sul palco del Festival di San Remo la “straordinaria Carta di un Paese che è sempre esistito nella testa degli italiani, soprattutto dei nostri grandi letterati e artisti”. Ebbene quelli che la difendevano a spada tratta oggi sono divisi.
Quaranta articoli non sono pochi. Non è una questione di coscienza come lo fu per il divorzio o il nucleare o le trivelle. D’un colpo gli Italiani si sentono sprovveduti, tanto sono abituati di parlare di calcio, mafie, crimini, olii abbronzanti, pensioni. D’un colpo non sanno cosa rispondere, anzi alla domanda chi è il presidente della Repubblica due su tre risponde “Renzi”? “non so come si chiama il presidente!”
02La Costituzione è parte integrante dei PON con la formazione civica. I docenti e dirigenti sono costernati e offesi che il loro ministero non abbia seguito l’iter riformistico. Zero, anzi sottozero. L’Italia scolastica è e resta ignorantella. A chi conviene? Dal 15 settembre si ritornerà sui banchi di scuola. Quanti Consigli d’istituto si preoccuperanno di inserire sedute, conferenze, lezioni per illustrarne i cardini della “Grande Riforma”? Troppo tardil la programmazione doveva già essre stabilita nella Primavera scosa. “Renzi lancia l’idea del porta a porta domenicale e del tour lungo le città balneari italiane. Alfabetizzazione scolastica costituzionalista? Forse non lo sa nemmeno il ministro dell’istruzione!”
A questo punto se il sondaggio (costante e settimanale fino al 31 luglio scorso) di Fabrizio Masia per il gruppo Cairo corrispondesse al vero, i numeri parlerebbero chiaro:
42 per cento indecisi, Sì 28 per cento, No 29 per cento. Il rischio appunto che un disoccupato, precario, pensionato scontento schifati non andranno a votare.Pokemon all'ombra del Giorgione

Prendiamo l’esempio delle competenze concorrenti tra Stato e Regioni. La riforma prevede circa venti competenze che saranno trattenute dallo Stato, oltre a quelle che ha già. In più il Governo con la clausola di supremazia potrà esprimersi comunque anche sulle restanti. Le Regioni saranno private della loro potestà legislativa di molte materie, tra le quali le politiche sociali, la tutela della salute, il governo del territorio, l’ambiente e la valorizzazione dei beni culturali e ambientali che sostituiscono il cuore dell’autonomia legislativa regionale. Non solo. Anche il turismo verrebbe tolto alle Regioni (secondo il capogruppo reg. LN e assessore Caner). Ma allora che vantaggio avrebbero i Veneti? Il Veneto è la prima regione d’Italia per fatturato: con 70milioni di presenze, Venezia e Verona con il 46 per cento, “è la prima industria del nostro Pil” (Zaia) perchè dovrebbe essere messo sotto tutela da Roma che produce disastri ambientali, corruzioni, incapacità professionali ed è succube di uno stato straniero?
CIMG0044Poniamo ancora un altro esempio, squisitamente burocratico. Riportando quasi tutto a Roma, si ingrosseranno i Ministeri, se ne faranno dei nuovi.  Urrà! Che concorsoni.
Renzi: “Noi siamo per l’eliminazione delle materie concorrenti tra Stato e Regioni perchè dobbiamo diminuire gli inutili costi per i contenziosi”.
Il ragionamento è quantificabile? Togliamo burocrati dalle regioni e ne formiamo di nuovi per Roma. Aggiungiamo nuovi dirigenti. Li spostiamo. Chi ci andrà a lavorare? I Veneti, no di certo.
Per il gruppo consiliare regionale FI: “Non è vero. La riforma Boschi attribuisce alla competenza legislativa esclusiva dello Stato oltre 50 materie, mentre attribuisce alla potestà legislativa esclusiva delle Regioni solo 15 materie di contenuto prevalentemente organizzativo. Vengono tolte alle Regioni, tra le altre, le politiche sociali, la tutela della salute, il governo del territorio, l’ambiente e la valorizzazione dei beni culturali e ambientali che costituiscono il cuore dell’autonomia legislativa regionale”.
Passano dalla competenza concorrente a quella statale:
il coordinamento della finanzia pubblica e del sistema tributario;
la previdenza complementare e integrativa;
tutela e sicurezza del lavoro;
il commercio con l’estero;
governo del territorio e ambiente;
l’ordinamento delle professioni;
tutela della salute e politiche sociali;
la produzione, il trasporto e la distribuzione nazionali dell’energia

La standardizzazione serve al Veneto che è confinante con regioni e province a statuto speciale e persino con paesi stranieri (Austria e Croazia), marittimo e montano?
Discorso da leghista e non solo: “Per cultura, cioè storia e lingua, perchè i veneti dovrebbero romanizzarsi ancora di più?”
17Anzi si inizia già di seminare incertezza negli uffici amministrativi.
La conclusione per questo primo tentativo di capire dove vogliamo arrivare si riduce alla domanda che molti ci scrivono: “l’Italia, dopo trent’anni di regionalismo spinto con regioni di tre categorie, quelle a statuto speciale che fanno quello che vogliono, quelle virtuose che mantengono lo Stato e quelle che arrancano da sempre, si vede costretta a tirare i remi in barca per diminuire il debito pubblico che non scende? E’ questo il messaggio che si vuol dare a Francoforte e a Bruxelles?
A che cosa serve la riforma centralista? Forse per ripianare i debiti della Capitale che rischia il default? Accontentare le multinazionali e i treni di Montezemolo che vedrà maggiori pendolari da Venezia verso Roma?”
Gruadagnini_Giorgietti_“La riforma è una puttanata”, continua ripetere Massimo Cacciari, filosofo ex sindaco di Venezia ed opinionista da sempre. Il Sì è sostenuto da: Dem (tre quarti del partito, eccetto D’Alema, Cuperlo, Civiati, Rosi Bindi, Letta, Bersani), Alfano, Verdini e il gruppetto dei tosiani e degli ex LC, una parte di Sel ed altre sigle (parte di Confindustria) che si sono aggiunte (“ben 351 trasformisti, di cui totali 181 nella Camera e 170 nel Senato, coinvolti 138 della Camera e 117 del Senato); il No è ingrossato invece da quasi tutti gli altri: FI, Lega, 5stelle, Comunisti, Fratelli d’Italia, Casa Pound, Fini e gruppi apparentati (soprattutto a livello regionale e sindacale, Coldiretti, Lanzini, Confcommercio), De Bortoli, Marco Travaglio, Quagliariello, Giannini, Feltri, Delpietro,…
Le ultime elezioni amministrative hanno decretato un tripolarismo perfetto con il 5stelle che supera di gran lunga il DS e la famiglia delle destre (vedi Parisi). Il nemico si sta ricompattando con il NO, grazie alla strategia scelta dallo stesso primo ministro che supponeva di avere in mano gli italiani, personalizzandone l’obiettivo “se non passa il Sì mi dimetto dalla politica”, “se perde il Sì sarà una catastrofe per l’Italia”.
D’un colpo per chi studia il racconto renziano fin dalla prima ora della rottamazione nelle Primarie (fece fuori Bersani) saremmo di fronte ad un “post fanfaniano aretino”, accentratore di potere, poco rispettoso degli italiani che si sentono ancor più presi per i fondelli o sfigati quando dice “noi abbiamo sistemato con il jobs act ben 500mila posti di lavoro”, ma per gli altri quindici milioni che non hanno un lavoro fisso o sono giovani diplomati che scappano a Londra a fare i lavapiatti, come la mettiamo? (Freccero)
(Continua – 2: Il Senato)

Foto: Guadagnini di Noi Veneto, Georgetti FI vicepresidente Consiglio regionale, Graziotto di Lista Zaia: un contratto matrimoniale di riro ebraico; Lo Squero a Venezia; prime ore del pomeriggio gli infaticabili cyber giocatori di pokemon; la profezie di Santo Stefano; il governatore Zaia al punto stampa sotto la Bellona-Minerva (frammento di Villa la Soranza, 1550)   

Questione Veneta, Ettore Beggiato raccoglie documenti e testimonianze in un libro

Questione Veneta_Ettore BeggiatoQuestione veneta. Protagonisti, documenti e testimonianze” è l’ultimo libro di Ettore Beggiato, edito da Raixe Venete, con la prefazione di Francesco Jori, giornalista e scrittore, ed una presentazione di Alberto Montagner, presidente dell’Associazione culturale Veneto Nostro Raixe Venete, e la copertina di Martina Tauro.
Come afferma l’autore vicentino (classe 1954) già consigliere e assessore regionale per quindici anni (1985-2000, assessore 1993-95) “è la mia terza ricerca principalmente in forma di provocazione, dopo “1866:la grande truffa. Il plebiscito di annessione del Veneto all’Italia” e “Lissa, l’ultima vittoria della Serenissima”.
Nei precedenti volumi “1866: la grande truffa” uscito nel 1999, il mio obiettivo ero quello di far conoscere ai Veneti una pagina così poco conosciuta della loro storia, quando nel 1866 il Veneto fu annesso all’Italia.
Con “Lissa, l’ultima vittoria della Serenissima”, pubblicata nel 2012, invece desideravo portare a conoscenza della dimensione “Serenissima” della flotta che sconfisse la marina tricolore, prendendo spunti dai documenti”.
“Questa nuova ‘provocazione’ – prosegue l’autore – potrebbe prendere le mosse da una semplice domanda: che cosa hanno in comune Silvio Trentin e Illuminato Checchini, Daniele Manin e Francesco Pesaro, Massimo Cacciari e Ferruccio Macola, Goffredo Parise e Domenico Pittarini, i ‘Serenissimi’ e i partigiani di ‘San Marco Par Forza’?”
“Poco, pochissimo, tranne l’essere tutti espressione di quella terra che oggi si chiama Veneto, che fin dal X secolo a. C. era abitata dai “Venetkens” cioè “Genti venete”, che subito dopo la nascita di Cristo divenne “Venetia et Histria” e che per 1.100 anni fu indipendente con la Serenissima Repubblica Veneta”.
E fin qui tutto normale per un movimentista di lunga data che ha dedicato parte della propria esistenza alla politica regionale, cioè nella ricerca di trasmettere agli altri il suo pensiero che si plasma in continuazione di fronte a fatti ed eventi sociali. Legato al proprio territorio, quasi da farci una malattia, il rischio è un’ossessione del non raggiungimento dell’obiettivo fissato. La mente, si sa, non è un Google, reagisce anche in funzione della capacità sensoriale e visiva dell’occhio. Pertanto, il nostro modo di percepire quello che sta accadendo è frutto di altre componenti che possono essere persino legate all’infanzia o ad un percorso tutto personale.
Ettore Beggiato affronta la “Questione Veneta” da un punto di vista storico, a modo suo, scegliendo testi, documenti pubblici emanati da personaggi o istituzioni che hanno fatto la storia, nel bene o nel male di questa Regione che fino alla sua implosione (per qualcuno “distruzione” o “tramonto”) era la Repubblica della Serenissima. Se effettivamente ci fossero state delle “raixe venete” ben radicate nelle teste della gente (e non sotto terra) certamente sarebbe successe una o due rivoluzioni sanguinarie che avrebbero cambiato il corso della storia veneta. La prima colpa ce l’ha la chiesa. Forse per questo nel libro non ci sono papi veneti?
Invece come tutti sanno le resistenze furono sporadiche e individuali, anzi facilmente reprimibili con qualche fucilata e tanti processi assurdi. Poi venne l’Unità d’Italia, quest’idea più culturale che politica dato che anche gli intellettuali veneti si sentivano “italici” e quelli dotti conversavano in latino o avevano letto Tito Livio, Dante, Petrarca, Bembo (padre della grammatica italiana), così da standardizzare ogni angolo, ogni piazza importante con monumenti dedicati ai “Grandi Padri” e alle imprese dei Savoia. Avete mai contato i monumenti co-finanziati dai Savoia?
Il Regime di Mussolini, con i suoi squadristi completarono l’impresa “nazional-fascista”, o “mangi questa minestra o salti la finestra”! Il Veneto per più di un secolo e mezzo (dal 1799 al 1985) rimase alla finestra a guardare, acclamando l’uno o l’altro che si sarebbe proposto in piazza. Tant’è che il Grande Conflitto Mondiale si sviluppò sulle nostre montagne e non nelle stanze dei poteri: Roma, Torino, Firenze! Il Veneto subisce perchè lo vuole o perchè è dalla nascita debole, cioè gli mancano gli anticorpi?
Ettore BeggiatoEttore Beggiato ci dà una sua lettura con questo terzo volume, più documentario che saggistico, tentando di cogliere l’esistenza che “c’è un ‘filo azzurro’ (il colore ufficiale della bandiera veneta) che unisce i vari momenti della storia dei Veneti”, anche se i personaggi riportati sembrano tanto diversi e lontani tra loro. Dunque il libro sotto un altro punto di vista può essere utile perché nella sua forma cronologica permette di tracciare “un sentimento comune” che dovrebbe un bel giorno sfociare in una forza coesa  per l’Indipendenza da Roma. Cioè, non come Stato per evidenti problemi internazionali e geo-strategici (che molti ignorano), ma “come capofila del federalismo che riesca ad incidere su uno Stato che ha dimostrato di essere inefficiente, di eccedere in burocrazia, di amministrare pessimamente” per riprendere alcune parole del costituzionalista Mario Bertolissi.
Ma come si potrà cambiare l’Italia federalista con Regioni a statuto speciale ed altre a statuto ordinario, di cui molte hanno una popolazione e un Pil pari o persino inferiore ad una provincia veneta? E qui sta il nocciolo della questione. Tuttavia con la trasformazione da Stato unitario a regionale e dalla dipendenza da Bruxelles e Strasburgo (poteri esecutivo e parlamentare, schei e regole) anche i Veneti devono affilare le proprie armi per raggiungere obiettivi concreti.
“Questione Veneta” corre sul filo dell’antropologia, sembra di capire anche dalla lunga prefazione di Jori, quasi che ci sia nel dna un qualcosa che unisca il prof. Massimo Cacciari o il deputato Ferruccio Macola, fondatore del ‘Secolo IX’ di Genova e proprietario de ‘La Gazzetta di Venezia’, aiutato dai parroci veneti al tempo di Papa Pio X (pontefice che nel testo non viene preso in considerazione), dato che non si può rimanere insensibili di fronte al patrimonio inestimabile culturale, etno-demo-antropologico che questa Regione conserva. Il libro di quasi 300 pagine ha avuto il suo corso durante la campagna elettorale regionale come strumento di confronto in tante occasioni pubbliche, in cui l’autore assieme ad altri esperti si sono cimentati di mantenere alto il dibattito. Discuterne per sviscerare problemi è sempre utile. Fa bene alla salute purché ci si mantenga razionali e avveduti.

“Razza Piave”, la raccolta di editoriali di Giorgio Lago, direttore de Il Gazzettino

“Razza Piave”. E’ un’immagine che a Giorgio Lago era particolarmente cara, perché egli stesso vi si identificava: per storia personale e professionale al tempo stesso. A dieci anni dalla sua scomparsa, l’associazione di amici intitolata al suo nome ha ritenuto di offrire un particolare contributo a tenerne viva la memoria, con un libro che raccogliesse un’ampia selezione dei tanti editoriali da lui scritti nei vent’anni che l’hanno visto prima alla direzione de “Il Gazzettino”, quindi editorialista di “La Repubblica” e dei quotidiani locali del gruppo “L’Espresso”. Giornalista di razza, anzi di “razza Piave”, nel suo intenso e qualificato percorso professionale Lago ha dato corpo a un’idea di Nordest come laboratorio di una riforma del sistema-Paese che purtroppo rimane ancora di là da venire. Una battaglia, la sua, che ha fatto perno sull’idea del federalismo; e che ha dato voce in politica come in economia come nella società a una voglia di cambiamento, di modernizzazione, di innovazione, che rimane oggi più che mai attuale. I testi sono accompagnati dai contributi di una serie di esponenti delle istituzioni, della produzione, del vivere civile, che hanno avuto modo di essere suoi compagni di strada. La speranza è che queste pagine servano a tenere vive la tensione e la passione per un’Italia nuova e diversa, in cui a giocare un ruolo di traino sia un nuovo e diverso Nordest. Il libro, a cura di Francesco Jori e Gianni Riccamboni, dal titolo “C’era una volta il Nordest – Giorgio Lago, vent’anni di giornalismo razza Piave”, è edito dalla Padova University Press, e si arricchisce di saggi di Mario Bertolissi, Massimo Cacciari, Mario Carraro, Giovanni Costa, Ilvo Diamanti, Enzo Pace, Paolo Possamai, Gianni Riccamboni.