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AIDANEWS RIPARTE CON ROBERT CAPA | Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme

Da oggi si inizia una nuova era. La rivista culturale Aidanews celebra i suoi 25 anni all’insegna dell’Arte e della Cultura. Siamo lieti di riaprire le finestre sul mondo con nuovi articoli ogni settimana! Ecco il primo…

FRANCE. Paris. 1951. Robert Capa photographed by Ruth Orkin.

È un Capa “altro”, quello che questa grande mostra propone. E lo dichiara già dal sottotitolo, quel “fotografie oltre la guerra”, frase emblematica dello stesso Capa, che pone l’attenzione proprio sui reportage poco noti del grande fotografo”. La annunciano Federico Barbierato e Cristina Pollazzi, rispettivamente Sindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Abano Terme.

Reportage poco noti, ma non meno importanti e potenti. Semplicemente sopraffatti dall’immagine di lui come straordinario interprete dei grandi conflitti.
E’ una mostra, quella curata da Marco Minuz e promossa dal Comune di Abano Terme a Villa Bassi Rathgeb dal 15 gennaio al 5 giugno 2022, che vuole far uscire Capa dallo stereotipo di “miglior fotoreporter di guerra del mondo”, come ebbe a definirlo, nel 1938 la prestigiosa rivista inglese Picture Post. L’obiettivo è invece puntare tutta l’attenzione sulla sua fotografia lontana dalla guerra.
“Non vi è dubbio – riconosce il curatore – che l’esperienza bellica sia stata al centro della sua attività di fotografo: la guerra civile spagnola, la resistenza cinese di fronte all’invasione del Giappone, la seconda guerra mondiale e quella francese in Indocina (1954), durante il quale morì, ucciso da una mina antiuomo, a soli 40 anni. Acquisendo, in queste azioni, una fama che gli permise di pubblicare nelle più importanti riviste internazionali, fra le quali Life e Picture Post, con quello stile di fotografare potente e toccante allo stesso tempo, senza alcuna retorica e con un’urgenza tale da spingersi a scattare a pochi metri dai campi di battaglia, fin dentro il cuore dei conflitti; celebre, in tal senso, la sua dichiarazione: Se non hai fatto una buona fotografia, vuol dire che non ti sei avvicinato a sufficienza alla realtà. Queste sue fotografie sono ormai patrimonio della cultura iconografica del secolo scorso”.

Ma il lavoro di Robert Capa non si limitò solo esclusivamente a testimoniare eventi drammatici, ma spaziò anche in altre dimensioni non riconducibili alla sofferenza della guerra. Proprio da qui prende avvio l’originale progetto espositivo a Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme che vuole esplorare, attraverso circa un centinaio di fotografie, parti del lavoro di questo celebre fotografo ancora poco conosciute.
“Robert Capa. Fotografie oltre la guerra” esplora il rapporto del fotografo con il mondo della cultura dell’epoca con ritratti di celebri personaggi come Picasso, Hemingway e Matisse, mostrando così la sua capacità di penetrare in fondo nella vita delle persone immortalate.
Affascinante la sezione dedicata ai suoi reportage dedicati a film d’epoca. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale è l’attrice svedese ad introdurre Capa sul set del Notorius di Alfred Hitchcock, dove si cimenta per la prima volta in veste di fotografo di scena. Nell’arco di pochissimi anni Capa si confronta con mostri sacri del calibro di Humphrey Bogart e John Houston; immortala la bellezza di Gina Lollobrigida e l’intensità di Anna Magnani. Maturerà poi la scelta, congeniale alla sua sensibilità e all’oggetto privilegiato della sua ricerca artistica, di confrontarsi con i grandi maestri del neorealismo. Straordinarie dunque le immagini colte sul set di Riso Amaro, con ritratti mozzafiato di Silvana Mangano e Doris Dowling.

Completa il percorso la sezione dedicata alla collaborazione tra lo scrittore americano Steinbeck e Robert Capa che darà avvio al progetto “Diario russo”.
Nel 1947 John Steinbeck e Robert Capa decisero di partire insieme per un viaggio alla scoperta di quel nemico che era stato l’alleato più forte nella seconda guerra mondiale: l’Unione Sovietica. Ne emerse un resoconto onesto e privo di ideologia sulla vita quotidiana di un popolo che non poteva essere più lontano dall’American way of life. Le pagine del diario e le fotografie che raccontano la vita a Mosca, Kiev, Stalingrado e nella Georgia sono il distillato di un viaggio straordinario e un documento storico unico di un’epoca, salutato dal New York Times come “un libro magnifico”.
Un reportage culturale sulla gente comune di uno dei paesi meno esplorati dai giornalisti e reporter mondiali. Una lezione di umanità ed empatia che ci ricorda l’importanza di conoscere concretamente luoghi e persone per superare pregiudizi e ignoranza.
La mostra prosegue con una serie di fotografie realizzate in Francia nel 1938 e dedicate all’edizione del Tour de France di quell’anno, dove l’attenzione del fotografo si focalizzerà sempre prevalentemente sul pubblico rispetto alle gesta sportive degli atleti.
Una sezione è dedicata alla nascita dello Stato d’Israele. Robert Capa, ungherese di origine ebraica, emigrato in Germania e poi in Francia e negli Stati Uniti, fondatore dell’agenzia Magnum Photos, era giunto sul posto per documentare la prima guerra arabo-israeliana del 1948. A pochi anni dalla Shoah, con la vita che riprende nonostante le violenze ancora in corso, l’obiettivo di Capa documenta le fasi iniziali della costituzione del nuovo Stato.
Complessivamente la mostra promossa dal Comune di Abano, Assessorato alla Cultura, prodotta e organizzata da Suazes con il supporto organizzativo di Coopculture, dipana un centinaio di fotografie, in dialogo con gli ambienti storici di Villa Bassi Rathgeb.

Per info orari e biglietti: http://www.museovillabassiabano.it/

FRANCE. Golfe-Juan. August 1948. Pablo Picasso with Françoise Gilot and his nephew Javier Vilato, on the beach. Images for use only in connection with direct publicity for the exhibition “Retrospective – Fotografie oltre la guerra” by Robert Capa, presented at Museo Villa Bassi Rathgeb, Abano Terme, Italy, from January 15th to June 5th 2022, starting 2 months before its opening and ending with the closure of the exhibition… (V. Esseci Padova)

Quand Fellini rêvait de Picasso

(de notre correspondante Michelle Bouak)

La Cinémathèque française propose une exposition spectaculaire, en forme de dialogue imaginaire entre ces deux génies du XXe siècle, où les films de Fellini côtoient 50 oeuvres rares de Picasso.
Fellini, né près de quarante ans après Picasso, vouait une admiration profonde au maître cubiste qui le hantait et qui a influencé son oeuvre. « Pourquoi est-ce que je rêve juste de Picasso ? Parce que c’est l’artiste auquel je voudrais m’identifier… A chaque fois que je vois un tableau de Picasso, je me sens immédiatement une espèce de complicité, je suis complètement emporté, bouleversé par la richesse, la force, le bonheur, l’esprit, la vie qui en émanent. Picasso est un peintre totalement libre.» (Propos de Fellini, Conversations avec Fellini de Costanzo Costantini, 1995). Surgissant à des moments tourmentés de la vie du cinéaste, le Picasso rêvé se montre bienveillant et paternel, l’encourageant à aller de l’avant dans son art.
Les deux créateurs se sont croisés sans vraiment se rencontrer, alors qu’ils avaient fréquenté les mêmes endroits et qu’ils avaient des amis communs, comme Cocteau. Fellini a fait de ses rêves de nombreux dessins qui ont été regroupés, après sa mort, dans « Le livre de mes rêves ». Ce livre révèle le talent de dessinateur de Fellini qui a démarré sa carrière comme caricaturiste avant de se consacrer entièrement au cinéma. La scénographie fastueuse retrace un imaginaire commun aux deux artistes et montre des oeuvres emblématiques illustrant les thématiques qui leur sont chères, tels les mythes, la figure féminine, la danse et la corrida ou l’univers forain. Autant de thématiques qui sont déclinées dans l’exposition à travers affiches, photographies et extraits de films, peintures, dessins et gravures, costumes de films, sculptures… Un voyage déambulatoire dans le riche univers commun des deux artistes, comme un jeu de miroirs, où le voyageur est littéralement happé dans une spirale créatrice qui lui permet de découvrir l’incroyable relation des deux artistes.

Quand Fellini rêvait de Picasso
Jusqu’au 28 juillet 2019
Cinémathèque française
http://www.cinematheque.fr 

Histoire du rituel de la toilette, naissance de l’intime (du XVe siècle à nos jours)

nasissance de l intimité(Par Michelle Bouak,
notre correspondante)
C’est la première fois qu’un tel sujet est traité sous forme d’exposition. A travers une centaine d’œuvres (toiles, sculptures, estampes, photographies), le visiteur découvre l’histoire chronologique des pratiques concernant le rituel de la toilette, ses espaces et ses gestuelles. Une exposition particulièrement intéressante où le visiteur peut à la fois savourer des œuvres d’exception et recueillir des confidences sur l’intime, les comportements des individus allant de pair avec l’évolution des mœurs de chaque époque.
L’exposition, pilotée par Georges Vigarello et Nadeije Laneyrie-Dafen, s’ouvre sur un ensemble de superbes gravures de Dürer. A la Renaissance, les bains publics, fréquents au Moyen-Age, tendent à disparaître. L’eau est alors regardée avec méfiance, accusée de propager les épidémies, comme la peste qui fait ravage. Dans l’élite sociale, on continue cependant à se baigner. Les « dames au bain » ou « 126481-toilette-au-musee-marmottan-monet-4dames à la toilette », peintes par l’Ecole de Fontainebleau en France à la fin du XVIe siècle, l’illustrent parfaitement. A cette époque, les femmes qui se baignent acceptent le voisinage d’adultes de leur sexe et d’enfants, y compris grands.
Au XVIIe siècle, le bain disparaît des pratiques. Le geste quotidien de propreté consiste à se frictionner tout simplement avec des linges. Avec la toilette dite « sèche », la vermine va proliférer. Personne n’est épargné, qu’il soit riche ou humble, comme cette servante, « La femme à la puce », peinte admirablement par Georges de La Tour. Les linges, mais aussi les parfums, les onguents remplacent l’eau. A défaut d’ablutions qui se réduisent le plus souvent aux mains, les gestes codés portent sur la coiffure, le fard et l’habillage. La tenue, le paraître, la présentation de soi prennent une place de plus en plus importante. La toilette se fait dans la chambre, et les dames admettent à leurs côtés domestiques et visiteurs, y compris ceux de l’autre sexe.
L’eau fait son retour au XVIIIe siècle, loin des craintes du passé. Naissent alors de nouvelles pratiques d’ablution, tels le recours au bidet et le lavement des parties intimes, qui rendent la présence d’autrui plus embarrassante. Petit à petit, l’espace se ferme, se privatise. De moins en moins de promiscuité, les dames ont leur boudoir, les messieurs leur cabinet privé qui deviendra le fumoir. Les individus peuvent alors s’abandonner dans ces nouveaux espaces et déployer des gestes qui leur sont propres. Des tableaux souvent licencieux ornent les murs de ces pièces. Les plus libertins sont cachés par un rideau ou un autre tableau. Quatre peintures étonnantes de François Boucher, exceptionnellement réunies pour l’occasion, montrant deux dames à leurs ablutions, illustrent ce mode de fonctionnement. Deux d’entre elles sont des versions à être vues par tous, alors que les deux autres, jugées trop osées, sont des versions que l’on ne montre pas en permanence : une jeune femme montrant son postérieur et une autre urinant dans un bourdalou. Il n’est pas rare que les artistes de l’époque croquent des scènes de toilette intimes, coquines, voire grivoises.
Le processus de privatisation va se poursuivre au XIXe siècle, aboutissant à l’intimité absolue. On échappe à tout regard, même celui des domestiques. Le cabinet de toilette se développe. L’eau devient plus accessible et la pratique d’ablutions quotidiennes, une exigence hygiénique. Le nu est alors peint avec ses imperfections, loin de l’anatomie idéale du corps académique. La chambre ou le cabinet de toilette sont encombrés de bassines et de brocs. A la fin de cette période, un nouvel espace, la salle de bain, fait son apparition. Les villes, en Angleterre d’abord et ensuite en France, se lancent à la conquête de l’eau. Certes, beaucoup de temps sera nécessaire pour que l’eau courante soit distribuée dans les immeubles, à tous les étages. Les femmes au bain croquées par les artistes sont charnelles et se savonnent vigoureusement, telle la « Femme dans son bain s’épongeant la jambe » d’Edgar Degas.
Pour représenter la sensualité du nu féminin, les artistes du XXe siècle avant-gardiste explorent de nouvelles formes de langage qui ne soient pas imitatives. Ainsi, les baigneuses de Cézanne ne sont plus des nymphes. Dorénavant, l’eau et le bain changent d’image et deviennent synonymes de détente, de pur plaisir plus que d’hygiène. Un véritable retour sur soi laissant place au narcissisme, comme « Femme à la montre » de Pablo Picasso où le modèle se contemple dans un miroir. Les premières maisons de beauté et lignes de cosmétiques naissent après la Première Guerre mondiale. Désormais, on se maquille, la photographie publicitaire venant soutenir les campagnes en faveur des produits et soins de beauté. Le nu se parant tout comme la toilette se sont banalisés et, en tant que tels, ils ne sont plus d’actualité dans les arts visuels. Les œuvres qui mettent encore en scène la toilette s’interprètent désormais en fonction d’interrogations plus générales. La sérigraphie « Gaby d’Estrées » d’Alain Jacquet illustre bien ce changement. Jacquet s’approprie ici la Gabrielle d’Estrées au bain avec la duchesse de Villars de l’Ecole de Fontainebleau. Il transforme l’original en photo publicitaire. Cette modernisation se traduit dans le titre où le prénom de la favorite d’Henri IV est américanisé en « Gaby » et également dans la présentation des deux jeunes femmes, superbement maquillées avec des bigoudis sur la tête. Elles scrutent le visiteur avec assurance et jouent elles-mêmes le rôle de voyeur. Cette représentation montre l’évolution des comportements et des mœurs en quelques siècles ainsi que la pleine appropriation par les femmes de leur corps dans nos sociétés de consommation.

La toilette – Naissance de l’intime
Musée Marmottan Monet
Jusqu’au 5 juillet 2015
http://www.marmottan.fr

Pubblicato il 10 feb 2015

Le Musée Marmottan Monet présente du 12 février au 5 juillet 2015 une exposition sur le thème de la toilette. Intitulée, “La toilette, naissance de l’intime”, cette exposition réunit des oeuvres d’artistes majeurs du XVe siècle à aujourd’hui, concernant les rites de la propreté, leurs espaces et leurs gestuelles. Durée: 02:12

Ferrara, Palazzo Diamanti: La Rosa de Foc (Barcellona) in mostra dal 18/04

 Joaquim Mir: L’abisso, Maiorca, 1901 Olio su tela, cm 175 x 98 Madrid, Colección Carmen Thyssen-Bornemisza

Joaquim Mir: L’abisso, Maiorca, 1901 Olio su tela, cm 175 x 98 Madrid, Colección Carmen Thyssen-Bornemisza

(di A. Miatello)
La rosa di fuoco, o meglio La Rosa de Foc, per dirla alla catalana, per gli anarchici indicava all’inizio del Novecento il nome in codice di Barcellona. Nome che evoca, allo stesso tempo, il fermento che a cavallo del secolo infiammava la vita politica, sociale e culturale della capitale catalana, ma anche i violenti attentati dinamitardi di cui fu teatro la città.

A mutare volto e storia di Barcellona era stata, nel 1888, la grande Esposizione universale che aveva introdotto dirompenti idee di modernità in una capitale ancora decentrata rispetto al cuore avanzato d’Europa. Nuovi modelli di vita, nuovo benessere e nuove visioni creative si accompagnavano all’espansione industriale ed economica della regione.
In quegli anni a Barcellona il giorno continuava la notte e i caffè e i ritrovi lungo le Ramblas e nel Barrio Gotico pulsavano di gente e di incontri. I poeti, gli intellettuali, i pittori avevano base a Els Quatre Gats e da qui sciamavano per ogni dove, spesso approdando a Parigi.
La crescita culturale ed economica della capitale catalana fu però accompagnata da marcate tensioni sociali che nel luglio del 1909, durante quella che venne chiamata la Settimana tragica, sfociarono in una serie di violente contestazioni e in una cruenta repressione che decretò la fine di questa irripetibile stagione.
Di questi anni fecondi e inquieti e della colorata, sanguigna fucina di talenti che li animò dà conto La rosa di fuoco, la grande mostra con cui Palazzo dei Diamanti apre la stagione espositiva 2015-2016, firmata dalla direttrice dell’istituzione ferrarese, Maria Luisa Pacelli.
La rosa di fuoco, ovvero l’arte e le arti a Barcellona tra 1888 e 1909, rispecchia perfettamente la cifra culturale dei Diamanti: mostre accuratamente selezionate, approfondite, particolari, mai banali. Rassegne che presentano in Italia artisti straordinari ma poco frequentati (tra i tanti Reynolds, Chardin, Zurbarán…) o snodi fondamentali della storia dell’arte da prospettive inedite.
Anche in questa esposizione, infatti, i grandi protagonisti della storia dell’arte sono presentati da punti di vista meno scontati: è il caso del giovanissimo Picasso che, quantunque alle prime prove, nel giro di qualche anno conquista la scena artistica catalana e parigina, con il tratto graffiante del suo precoce talento. Accanto a nomi celebri, vengono proposti artisti che ai più risultano ignoti, ma sono ugualmente di altissimo livello. Pensiamo a Ramon Casas, Santiago Rusiñol o Isidre Nonell che, a differenza di Picasso, fecero ritorno in patria anziché diventare astri del palcoscenico parigino.

Pablo Picasso: Autoritratto, 1890-1900 Carboncino e gessetto su carta, mm 225 x 165 Barcellona, Museu Picasso. Dono dell’artista, 1970 © Succession Picasso, by SIAE 2015
Pablo Picasso: Autoritratto, 1890-1900 Carboncino e gessetto su carta, mm 225 x 165 Barcellona, Museu Picasso. Dono dell’artista, 1970 © Succession Picasso, by SIAE 2015

Questa è una mostra di forti colori e forti emozioni. Si passa, non a caso, dal caleidoscopio delle tavolozze di fine Ottocento, ai colori acidi e brillanti delle effigi della moderna vita notturna, fino alla dominante blu dell’ultima sala della mostra. Poiché Picasso, e con lui altri animi inquieti, scelsero questo colore per esprimere il dolore e la solitudine che il progresso si lasciava dietro nella sua marcia trionfante.
È una mostra che offre pittura bellissima ma che, con garbo, invita il visitatore a soffermarsi anche sulle altre arti. L’architettura di Gaudí, naturalmente, ma anche grafica, arredi, gioielli, ceramiche e sculture. Si tratta di aree di approfondimento circoscritte, rispetto alla ricchezza della proposta di dipinti, che offrono al visitatore preziose chiavi per far capire come tutte le arti siano state percorse da un medesimo fuoco di rinnovamento, nessuna esclusa.

Informazioni: 0532-244949
http://www.palazzodiamanti.it