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AIDANEWS, numero speciale pdf sulla 58.Biennale d’Arte

(a cura di A. Miatello)

IL VENTENNIO DI PAOLO BARATTA, DA POLITICO A PRESIDENTE

L nu,ewroe prime Biennali della Storia, come abbiano visto e accennato, hanno portato fortuna ai fondatori e premiati: “chi più chi meno” ha avuto la chance o l’accortezza di proseguire il cammino su gradini più alti della società. Da Venezia a Roma il salto è stato abbastanza facile. Il palcoscenico della Biennale ha dato visibilità a sindaci, assessori, artisti e letterati: Riccardo Selvatico, Filippo Grimani, Antonio Fradeletto, Antonio Fogazzaro, Giacomo Grosso, Francesco Paolo Michetti, Gabriele D’Annunzio hanno fatto carriera da parlamentari. Alla Biennale nacque l’amore sfrenato del Principe di Napoli per la giovane montenegrina. Oggi sembra il contrario: si arriva ai vertici della Biennale da politici conclamati.
L’ing. Paolo Baratta (1939)  incarna questa “nuova figura”? Sì e no. Per tre volte ministro e ricoprente importanti ruoli istituzionali è di questa “stirpe” con una differenza: sa adattarsi alle sfide ma con una grande passione per la cultura delle arti. Quasi tutti i presidenti che si sono susseguiti nell’arco delle 58 biennali sono stati più politici che intellettuali. Altri invece hanno messo in pratica le proprie conoscenze specifiche, dando e ricevendo vantaggi: Luigi Miccichè, Gian Luigi Rondi, Paolo Portoghesi, ben noto nell’architettura monumentale.

Le “rotture” con Fuksas e Urbani
La 58.Mostra corona vent’anni di presidenza dell’on. Baratta, in mezzo ai quali ci stanno delle “rotture”  salite alla ribalta nel 2000 con l’architetto Massimiliano Fuksas  per il progetto Arsenale e l’anno dopo con il ministro Giuliano Urbani e il sottosegretario Vittorio Sgarbi che si chiuse sostituendolo con Franco Bernabé. Artefice o vittima di un sistema che lo ha visto al centro, mai però scalfito, nonostante cose scandalose si siano susseguite in Laguna: il Mose, il Ponte di Calatrava, il faraonico palazzo del cinema, alberghi che chiudono, sfollamento delle isole, le Grandi navi invasore, che rimarranno nella storia di una Venezia come la più grande “mangiatoia” d’Italia, dall’ultima battuta del ministro Toninelli registrata su Rai-3 (a proposito del faraonico Mose). Alcuni barbuti indenni altri ben pasciuti dietro le sbarre. In tempo di democrazia con pane e ideologia sei sempre salvo.
Estrapolare la Biennale dal contesto in cui è cresciuta e mettere da parte congetture, intrecci e retroscena, significa perdere di vista la realtà e non capire dove siamo arrivati.
La Biennale è un ventaglio di campi magnetici, come quelli dei radar americani in Sicilia, che spaziano dalle arti figurative  all’architettura, al teatro, alla musica, alla danza e al cinema. Vi ruotano attorno Ca’ Foscari, Iuav, Politecnico, alcuni segmenti ministeriali.
Ormai ci hanno abituati che “l’arte per l’arte” (Rodolfo Pallucchini, 1908-1989) è solo uno slogan, modificato in “arte viva arte” da Christine Macel (1969) e la genialità umana può essere talmente tecnologica e performante da far scomparire il confine tra ingegneria e manualità, tra software e sobrietà. La rivoluzione dei pixel e dei programmi Cad ha letteralmente cambiato il paradigma dell’artista. La robotizzazione e il 3-D sono una realtà globale. Il ready-made, iniziato da Marcel Duchamp (1887-1968) con Fontana, orinatoio firmato R. Mutt 1917, l’Art brut (1945), arte grezza, di Jean Dubuffet (1901-1985), l’Arte povera (1967) come guerriglia “asistematica”,  evidenziato da Germano Celant (1940) hanno oggi invaso i saloni delle Biennali, tali da trasformarli in discariche un po’ banali e un po’ sofisticate, a volte tramite congegni elettronici, acustici e audiovisivi eccezionali, costosi e ‘ricercati’. Non è più un solo artista, ma un’equipe che si fonda per questo o quel progetto collettivo o una classica coppia.

L’opera d’arte montata e smontata
Opere d’arte che perdono il valore intrinseco per il loro montaggio e smontaggio e la loro effettiva contestualizzazione: un conto sono le magnifiche Gaggiandre, le vaste Corderie, il leggendario Giardino delle Vergini o i piccoli padiglioni nazionali (firmati) dei Giardini ed un altro i palazzi, chiese e luoghi presi in affitto per i cosiddetti eventi collaterali. That’s Venice Biennale!
La Biennale di Baratta non ha confini,  è “aperta” come fenomeno dell’umanità (copyright Harald Szeemann, 1933-2005) come la stessa vita è carica di sfide e compromessi, passerà nella storia per aver messo in pratica la “smilitarizzazione” dell’Arsenale e trasformato in laboratorio espressivo, visuale e progettuale. L’unica nota sgradevole, come vedremo, sono i costi elevati del ticket e dei trasporti lagunari per chi viene da fuori, ivi compresi  i tempi impiegati. Ma vuoi mettere una traversata in traghetto lungo il Canal Grande ed una corsa dentro un vagone della metro?
Per rimanere nel tema iniziale, anche noi di Aidanews, festeggiamo il ventennio di presenze, da semplici osservatori con la pubblicazione di questo volume : dal 1895 cos’è cambiato? Declassato il primo cittadino da presidente a vice, si può dire che la Biennale “viva” di propria luce? Chi è il vero tessitore tra il Miur, i Rettori Iuav e Politecnico, il main sponsor, il Comune, la Regione?

L’autoreferenzialità
L’arte e l’artista sono sempre gli stessi? Autoreferenziali e spigolosi. I temi di oggi sono più “liberi” perché sganciati da un provincialismo corporativistico come si deduce dalla sua storia?
Siamo sicuri che produciamo cultura e non consumismo?
Il numero dei visitatori che viene snocciolato alla fine di ogni edizione dimostra indubbiamente un trend positivo. Ma Marco Goldin, no politic man e self-made man, fu in grado superare quattrocentomila ticket con una sola mostra in Basilica Palladiana (2018). Ben undici milioni di visitatori dal 1996, cioè da quando è nata Linea d’Ombra a Conegliano nel dicembre 1996. Oppure Maurizio Cecconi, deus ex machina di Villaggio Globale, è stato capace di convogliare più di centomila visitatori in Casa-Museo Giorgione (2010).
Dunque l’autoreferenzialità può giocare brutti scherzi.

La Torre di Babele
Non è vero che gli artisti dialogano ma li fanno dialogare su contenuti e scelte politiche ben precise. Ieri erano la povertà, la solitudine, il mistero, il sublime, la morte, la bellezza, la fede, la forza, oggi invece spno i problemi sociali e politici, spesso troppo spinti e da vomito. L’ambientalismo è trasversale, come del resto i diritti umani. Le due Biennali confrontate hanno in comune l’essere una Babele di voci, la prima ristretta all’autoreferenzialità di 285 artisti (129 italiani – 156 stranieri) con una o due opere rigorosamente incorniciate o poste su biedistalli lignei o di marmo, l’ultima ibrida ad un passaggio che la renderà esclusivamente virtuale, più da palcoscenico che da oggetto da appendere con novanta partecipazioni nazionali, di cui 79 artisti invitati e un numero imprecisato di opere e installazioni. Top secret. Un Luna park labirintico.
La Biennale correrebbe il rischio, come ha fatto notare il presidente Baratta, di voler accondiscendere alle selling strategies, legate al flusso turistico che la Città delle Grandi Navi si è radicalizzata. “Trentamilioni di presenze annuali”, fa notare l’Istat regionale, sono un numero spaventoso per una città di mille secoli con appena 58.000 residenti effettivi. Il rovescio della medaglia: solo “1,27 per cento dei Veneti” viene a vederla.

Affinità e rinvio
L’arte della 58.Biennale è diversa e uguale alla prima Esposizione internazionale d’arte. Si dice che nell’epoca della post-verità in cui viviamo, la capacità dell’arte di mettere in discussione idee e attitudini ben radicate apparirebbe sotto una luce diversa. Constatiamo, dal catalogo voluminoso poco pratico lungo il percorso ma essenziale per la filosofia dell’artista, che ci sono vari espositori che “esplorano storie, situazioni sociali e problematiche unendo tradizioni documentarie a elementi soggettivi o teatrali. Le loro opere sfruttano la distanza permessa dall’artificialità per confrontarsi con la complessità del soggetto trattato” , come dice Ralph Rugoff, metterebbero in discussione la validità di ‘verità’ più semplici. In tema di fake news non vediamo grande differenza con le prime tre biennali. La manipolazione della notizia da chi deteneva il potere era pari e uguale da chi invece lo contestava. Ci si basava più sulla percezione che su dati certi. E così, ad esempio, i grandi temi sociali e politici venivano automaticamente esclusi. Alcuni partecipanti della 58.Biennale analizzano storie legate a etnia, genere e sessualità grazie a fotografie e frame che giocano con le tradizioni dell’autoritratto. In altri ci sono dei ritratti psicologici convenzionali che mostrano l’io alla stregua di un’interfaccia in cui elementi tratti dalla storia sociale e dell’arte, dalla politica e dalla cultura pop coesistono con i dettagli di un particolare individuo. Rugoff prende spunto dal romanzo fantasy La Città & la Città (2009), che China Miéville estrapolava un concetto della fisica teorica per costruire un racconto su due città che occupano lo stesso spazio fisico, ma i cui cittadini non possono interagire gli uni con gli altri, né riconoscerne l’esistenza. Secondo Miéville i due mondi rimangono perennemente isolati per le politiche severe e convenzioni di lunga durata. Muri invisibili che li tengono isolati e si fondano sulla negazione. Ecco forse la principale differenza che i visitatori, secondo i dati il giovane pubblico è quasi la metà (“politica scolaresca”), incontrano una serie di opere che parlano delle divisioni socioeconomiche del nostro tempo. Alla fine del secolo Decimonono non si vedevano all’orizzonte grandi rivoluzioni che avrebbero rivoluzionato il pianeta, tutto era piatto, conformista e legato soprattutto al valore venale dell’opera. L’artista si avvaleva di questa opportunità che gli avrebbe dato prestigio, vantaggi economici e promozioni. Ettore Tito, Francesco Paolo Michetti e naturalmente Giacomo Grosso, non sono casi sporadici perché il legame si rafforzò con la Casa reale, quasi a determinare una regola. Michetti e Grosso divennero senatori su proposta del re Vittorio Emanuele III, mentre il primo fu nominato tra gli Accademici d’Italia insieme agli amici musicisti Umberto Giordano e Pietro Mascagni. Non fu un caso né per Michetti né per Grosso.
Ai novelli sposi principi Vittorio Emanuele e Elena di Savoia, si legge nell’ Italia dei Cento Anni (vol. V 1871-1900 curato da Mario Monti, “le dame romane offrono un quadro del Michetti con ricca cornice e con dedica scritta dal D’Annunzio” . Nel 1903 fu indicato dalla Regina Elena del Montenegro come idoneo alla produzione di alcuni bozzetti per illustrare le vignette di una serie di francobolli. Da tali bozzetti venne poi ricavato un francobollo emesso il 20 marzo 1906 che raffigurava l’effigie di Vittorio Emanuele III rivolta a destra, soprannominato “Michetti a destra”. Mentre Grosso, accademico dell’Albertina, il passo fu facile per la notorietà acquisita con lo scandalo veneziano del Supremo Convegno e le acquisite onorificenze di Casa Savoia.
Dunque qualcosa in comune c’è e laddove abbiamo constatato delle lacune le abbiamo colmate con queste pagine scelte di artisti e opere d’arte che, secondo noi, fanno riflettere quante fake news ci hanno hamburgerizzato. All’inverso di quanto ha sottolineato il newyorkese curatore, laureatosi in semiotica alla Brown University, che è convinto che tutto “ciò che accade dentro una mostra è meno importante dell’esperienza con cui il pubblico saprà usarla in un secondo momento”, con “prospettive ampliate” ed è per questi motivi che l’ha intitolata “vivere in tempi interessanti”.
La Biennale del 2019 di Ralph Rugoff (direttore della Hayward Gallery di Londra) è apocalittica ma con speranza, come del resto tutte le battaglie e le esplosioni nucleari avvenute fin qui. É paradossale ma la guerra è speranza, tutti sperano di vincere.

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