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Tutto quello che vorresti sapere sui bombardamenti aerei austro-germanici di Castelfranco Veneto (1916-1918)

IN ONORE AI CADUTI CIVILI & MILITARI DEI BOMBARDAMENTI AEREI SU CASTELFRANCO TRA IL 1916-1918
3 Novembre 1918 a cent’anni dall’Armistizio di Villa Giusti, mai ricompensati

Premessa
Si tratta di un’indagine storica on line sui fatti accaduti tra 1917 e il 1918 a Castelfranco Veneto, principale retrovia della guerra sul Massiccio del Grappa e le montagne vicine, durante il stazionamento delle truppe francesi subito dopo la disfatta di Caporetto (24 ottobre 1817).
Una città impreparata, come del resto altre qui nel Veneto, che si è trovata coinvolta nella Grande Guerra, come importantissima retrovia del nuovo fronte costituitosi tra il Piave e il Brenta, e tra questo e l’Adige. Castelfranco ha subito in proporzione di numero di abitanti ed estensione urbanistica violenti attacchi dalle squadriglie dell’aviazione austro-germanica, dopo Venezia Treviso e Padova. Chi scrive “800” bombe, chi “346” e chi, come noi, mette in discussione questi calcoli frettolosi (se centravano lo stesso bersaglio o se finivano sotto terra, nessuno se n’era accorto. La storia di Castelfranco tra l’800-900 del periodo bellico ’16-’18 non è mai stata passata al setaccio, cioè confrontando fonti militari che “diffondevano dispacci” con assoluta censura e propaganda. Non è mai esistita una stampa libera nel nostro Paese. Se assommassimo la censura durante le due grandi guerre, il Ventennio dittatoriale, il Dopoguerra (Cold World War), fino agli anni ’90, cioè alla caduta del Muro di Berlino e allo sfacelo delle Repubbliche socialiste democratiche e popolari, non potremmo lamentarci delle false ideologie o della montagna di fake news fatte circolare. Scoprire piano piano attraverso una paziente ricerca on line, accessibile a tutti, o almeno per chi sa usare il personal computer, i motori di ricerca e conosce una sufficiente terminologia, che un nome di persona è stato storpiato e alcune brevissime note di cent’anni fa furono spropositatamente “caricate” ci rende felici. Le fake news sono talmente circolate a Castelfranco, città di Giorgione, che vengono persino impresse nelle pagine dei libri, nelle didascalie di raccolte fotografiche d’epoca, sulla cronaca di ieri e di oggi e per completare la vasta gamma sulle lapidi di piazze e borghi, ogni anno ricordate con una corona d’alloro e in pompa magna.

Nomi e fatti inesatti, approssimativi, con fonti militari non dichiarate
Possono essere ripetuti durante l’arco di Cent’anni, anche nell’epoca del digitale e dei social? Perchè un sindaco ha bisogno di crearsi notorietà “pre-elettorale” come ricercatore su un fatto di storia militare piuttosto complessa, basandosi sul libercolo di don Pastega del 1919?
Laureatosi allo Iuav, ci dicono le cronache, il suo mestiere dovrebbe essere architettura, progetti e simili, non certo quello di scavare fra gli archivi militari francesi. Giustificandolo in parte perchè “giovane”, viene meno il suo contratto stipulato con la cittadinanza e di poco rispetto per chi invece potrebbe esaudire una ricerca storica approfondita.
Perchè un direttore di biblioteca o il monsignore mitrato o da ultimo anche il responsabile della cultura municipale devono prendere per scontate le pagine scritte nel 1992 da uno “storico impegnato” che a sua volta le aveva ricavate dal libercolo di don Pastega del 1919?
I tre moschettieri, laureatisi a Padova, in Lettere e storia o in Scienze politiche, più la ex sindaca, cresciuti all’ombra del Seminario vescovile, dei patronati, dei cori teatrali, delle assemblee sindacali, dei viaggi premio, hanno inciso sulla storia che all’unisono sarebbe divenuta ufficiale. Appunto usando un’editoria di qualche centinaio di copie (cento comperate dall’autore o dalla Banca) e come abbiamo detto del palcoscenico, del pulpito, della cattedra del Patronato (ieri Pro infanzia, oggi Pro domo sua).
Da ultimo fatto di cronaca ufficializzato dalle “residenze municipali”, controfirmato dai rispettivi sindaci e immortalato da un “Manifesto bardato di tricolore con il logo ministeriale” e da una “lapide ricordo” in piazza parcheggio a pagamento (“a pochi metri dal monumento del Giorgione”), alle reali informazioni che si possono ricavare da fonti militari francesi, ci sorprende la messinscena di domenica 4 novembre 2019, voluta per calcolo politico propagandistico e fai da te. Forse è azzardato di parlare di un “militarismo” crescente e di un “sovranismo” alle sue prime battute della storia europea. Si sente in giro che ci sarebbe bisogno di ripristinare la leva militare per fini sociali, dell’unità nazionale per portare democrazia e libertà laddove ce ne sia bisogno (con l’uso della forza?), del principio della “solidarietà” che in pratica significa aderire alle strategie militari collegiali (per noi Nato e basi americane) ma non si affronta mai il problema dei diritti dell’uomo e del diritto internazionale umanitario che lo Stato italiano aderisce e contempla nella propria Costituzione e Codici civili e penali. Anche dopo Cent’anni, dalla bocca del politico, del sindaco, del monsignore, del bibliotecario solo retorica e superficialità, banalità e storielle per far ridere o piangere il pubblico, ignaro e incapace di poter verificare se sia vero o falso quello che viene detto, scritto e scolpito.

LUCIEN LIZET O LUCIEN LIZÈ O LUCIEN ZACHARIE MARIE LIZÉ?
Potrebbe essere un buon quesito da talk show, da telequiz dei doppi sensi di Amadeus e Gerry Scotti. Un premio in denaro o per un viaggio ad Angers e Parigi, per onorare il nostro “cugino” generale che “con il suo sangue ha cimentato l’unione dei due grandi popoli associati nella comune difesa della più bella e della più santa delle cause”, (cf. generale Fayolle, in Le Petit Parisien, gennaio 1918).ì Storpiare un nome proprio di un generale francese (da Lizet a Lizé) ucciso da una scheggia di bomba (granata), sbagliare la data di questa disgrazia (il 4 o il 5 gennaio 1918?), raccontare una dinamica dell’incidente fatale con note colorite (aspettava in auto), come altre che si sono mescolate nei fatti delittuosi gravi commessi dai nemico, e ripeterlo fino a domenica scorsa 4 novembre 2018 in Teatro, sui giornali e, come dicevamo, sui libri della Biblioteca, quasi tutti co-finanziati dal Comune, dalla Banca Popolare o dagli stessi autori, non è una cosa da poco. Finché si tratta di un articolo di cronaca, non si può chiedere al giornalista di fare ricerche storiche o di fare attenzione a quello che scrive. La responsabilità ricade su chi diffonde la notizia, quasi sempre a voce e dal palco del Teatro Accademico, come se fosse l’Accademia dei Lincei o della Crusca, una Corte Suprema della Storia Castellana. Una nota dolente è il corpo docente della scuola castellana che sembra un assente perenne che viaggia in vagoni stagni con una storia da manualistica sorpassata e standardizzata dal ministero che è monopolizzato dalle case editrici che ci lucrano milioni di euro. Qui purtroppo affondiamo un coltello nella piaga. Il protocollo firmato dalla Regione Veneto con il ministro dell’Istruzione e ricerca per la promozione della storia locale (da ufficiosa a ufficiale) chissà quando verrà praticata. Siamo in Italia.
Tra i colpevoli di una sub cultura ci sono anche i preti che, nel loro rigore fideistico alla Chiesa romana-cattolica, dal pulpito o da una cattedra del Patronato convincono il vasto pubblico credulone della storia accaduta, quella vera e sacrosanta. Le uniche fonti a disposizione sono i cosiddetti “diari” o annotazioni di certi monsignori che vengono riadattati con altre informazioni ricavate (non si sa da dove) e sono persino “convalidati” dal “Nulla aosta” e dall’ “Imprimatur” di due distinti uffici vescovili. Il tutto condito con l’olio, il vin santo e l’incenso.

Cent’anni dopo il libercolo “Durante il bombardamento aereo Austro-Ungarico su Castelfranco-Veneto” (Nulla aosta di Mons. Dott. Valentino Bernardi del 6 settembre 1919 e IMPRIMATUR della Curia Vescovile di Treviso 6-9-19 Mons. Vitale Gallina Provicario Generale) può essere ancora una fonte primaria ed attendibile per i fatti delittuosi e criminali accaduti tra il 1917 e il 1918? Come possono uno storico di fama, un direttore di biblioteca, un architetto urbanista, un ex presidente di Banca popolare, un ex sindaco, un ex monsignore mitrato, un assessore alla cultura, un sindaco in pectore, un presidente della Provincia di Treviso, rimanere ancorati alle generiche quantomai assurde informazioni di carattere militare e politico di don Giovanni Pastega, arciprete della Pieve, che è stato riesumato dal prof. Luigi Urettini di Treviso nel suo Storia di Castelfranco, Il Poligrafo, Padova, 1992)? Troppo facile la consultazione di queste due pubblicazioni, fra l’altro sprovviste di adeguate fonti storiche militari, sanitarie, civili.
Non solo questi signori si sono dimostrati plagiatori, che potrebbero essere denunciati per violazione dei diritti di copyright (una notizia ricavata non dalla strada ma da una pubblicazione va assolutamente citata la fonte con la pagina e l’anno, quando trattasi di fatti sensibili), ma persino demagoghi e falsi. Demagoghi perché nei loro racconti vi è un chiaro indirizzo “pseudo democratico”, “partigianesco”, del “volemose tuti ben”, dell’operare con scienza e moralità, e falsi perchè hanno raccontato argomenti politici con delle frottole che oggi, nel linguaggio globale, vengono definite “fake news”.
Da chi attingeva don Pastega per scrivere certe informazioni sensibili (rifugi, morti, distruzioni, combattimenti, rese, vittorie e sconfitte)? Chi era il prof. Ottavio Dinale, suo acerrimo nemico “anticlericale” che diventerà amico di Mussolini e fautore del fascismo? Che rapporti “fraterni” aveva instaurato con i francesi dalla primavera del 1918 per poter beneficiare del rifugio antiaereo ciostruito sotto terra di fronte alla Pieve? E le sue amicizie con il clero austro-tedesco al tempo di Pio X?
Che c’entra “la guerra fosse condotta in conformità alle leggi internazionali e in consonanza ai principi umanitari, riferendosi ad una nota del Sommo Pontefice (ndr, Benedetto XV)”? Dunque condivide l’uso della forza per la soluzione di controversie e suppone che ci siano leggi internazionali e principi umanitari da rispettare. Poi per quanto riguarda la sua analisi dei danni arrecati al paese e alla comunità sembra che si sostituisca alla politica con la raccolta fondi per l’Infanzia ed elenchi i bombardamenti, le distruzioni, le perdite. Non le quantifica e nemmeno si conoscono dati precisi, nonostante il sindaco Ubaldo Serena abbia firmato una “Copia della pianta topografica della Città con l’indicazione delle località colpite da bombe nemiche dal novembre 1917 all’ottobre 1918, conforme a quella allegata al foglio della REALE COMMISSIONE d’inchiesta sulle violazioni al diritto delle genti commesse dal nemico in data di Venezia 24 marzo 1919, con firma in calce del 17 giugno 1919.”
Il libercolo del prete è ancora oggi consultato e ripreso come spunto da politici, storici e giornalisti. Nessuno mai ha approfondito sulla veridicità delle sue osservazioni.
Con tutta probabilità il don Peppone dell’epoca spedì al mittente più di qualche messaggio cifrato (come la vendetta contro l’infamante prof. Dinale), viste come sono andate le cose: non tanto una guerra d’inutile strage ma di distruzioni e violazioni tali da chiedersi quanti tipi di Dio esistono? Quindi sconfina nella politica e fa capire che questa è impreparata. A lui si implora di riorganizzare il tessuto civile distrutto e una raccolta fondi per gli orfani di guerra. Dov’era lo Stato?
Una prova inconfutabile del fallimento che seguirà sul piano politico l’Italia nel dopoguerra come scrive Mario Pisani “La Commissione d’inchiesta sulle “violazioni al diritto delle genti e alle norme circa la condotta della guerra e al trattamento dei prigionieri di guerra” (decr. lgt. 15 novembre 1918, n. 1711), che terminò i lavori nel 1920. In precedenza la Commissione affrontava i compiti che le erano stati affidati con grande dispiego di energie e notevolissimo impegno analitico, tanto che, nel 1921, venivano pubblicate le relazioni dei lavori, raccolte in ben sette volumi, per un totale di circa 4000 pagine, compresa una cospicua serie di documenti fotografici.”
Dunque nulla impedisce di pensare che don Pastega fosse spinto dal vento in poppa per la richiesta di indennizzi e nel far valere che l’opera costante e presente della Chiesa, cioè sua, serviva al bene della Patria. Una partita sulla quale ci ritorneremo.

Gli storci locali plagiatori e bugiardoni
A distanza di un secolo e mettendo a confronto frasi e aneddoti di don Pastega con Dino Scarabellotto e via via passati in rassegna dagli storici locali, ci siamo accorti che non c’è mai stata una ricerca di storia militare, ora che possediamo dei mezzi quanto mai fondamentali, come Derio Turcato ha saputo puntigliosamente scavare “creuser” in archivi e saggistica francesi. Dal punto di vista delle relazioni internazionali, prima ancora della Storia Militare, le municipalità di Castelfranco e Galliera non hanno saputo svolgere appieno su un piano culturale e di “gemellaggio” il caso della morte del generale Lucien Zacharie Marie Lizé, di rendergli onore come vittima di un vile bombardamento aereo, in cui furono usate bombe incendiarie e Shrapnel (a grappolo), e di altre vittime quali personale sanitario, ammalati, feriti e persino salme dell’obitorio. Più crimine di cvosì cosa si poteva aspettare dai piloti austro-germanici?
All’uomo della strada come al pubblico seduto in una sala lo si può intrattenere con aneddoti sarcastici o ironici (se questi siano utili di fronte ai milioni di morti) per racimolare qualche denaro svalutato. Quello che non va sono le lapidi ricordo di borgo Treviso con i soli cittadini castellani periti in guerra, a causa di ferite o dispersi. Quello che non va aver sbagliato la data di morte del generale francese e il luogo esatto dove fu colpito da una “scheggia”. Quello che non va che non ci siano altre lapidi di vittime che erano in servizio quei giorni di bombardamenti per il soccorso sanitario, civile e di assistenza.
E qui entriamo in un nuovo capitolo che si chiama Diritto umanitario snobbato, a a quanto pare, dai politici e dagli stessi militari.

Relazioni internazionali e Storia militare franco-italiana di Castelfranco
Che cosa è successo con l’Armistizio del 3 novembre 1918, sottoscritto a Villa Giusti (Mandria-Padova)? La fine totale delle ostilità è avveta circa una decina di giorni dopo. Poi si sono susseguiti i Trattati di Pace di Versailles (1919) e in ambito nazionale c’è stata la costituzione della Commissione d’inchiesta parlamentare (maggio-giu. 1919) che doveva stilare i danni e le violazioni. Viene affidata alla Corte Suprema di Lipsia (1920-21) la soluzione delle controversie, con la condanna dei “criminali”. Il paese cade nel marasma totale e come spesso accade la politica interpreta il mal di pancia ed instaura “quello che il popolo grida”: ordine e lavoro!

Revisione o rispetto?
Fonti storiche rivedute grazie alla consultazione on line di archivi, saggi, manuali, articoli di giornali, fotografie e filmati, che sconfessano alcuni storici locali bugiardi e poco rispettosi del copyright.
Lo spunto è avvenuto quasi per caso – ci dice Derio – all’indomani del 4 novembre dopo aver assistito alla cerimonia in pompa magna per il Centenario dell’Armistizio di Villa Giusti (vedi Unita Nazionale e Forze Armate) e consultato i motori di ricerca per due o tre argomenti trattati: 1. cause ed effetti dei violenti bombardamenti aerei sul centro storico di Castelfranco, 2. distrutti siti adibiti al soccorso sanitario (Croce Rossa, Cavalieri Ordine di Malta), 3. distrutti casa per anziani, 4. distrutti palazzi e case private, 5. uccise persone inermi senza nessuna difesa. E tutto questo non dal fronte del Massiccio del Grappa ma con aviogetti bombardieri che partivano da lontano.
Il secondo grande argomento non abbiamo mai saputo che se ne fecero dei 1500 prigionieri catturati sul Monte Tomba-Monfernera (30 dicembre 1917) che Scarabellotto e Urettini si divertono a raccontare che i francesi li avrebbero usati per spazzare la piazza del Mercato quando ce n’era bisogno. Fra loro ci sono centinaia di feriti. Come li avranno trattati? Saranno stati uccisi come successe per francesi, belgi e italiani?

Il fatto storico
Da quello che si legge sul Manifesto municipale firmato dal sindaco Stefano Marcon, mi permetto di osservare le seguenti discrasie che potrebbero essere confutate, ma al momento con le sole notizie ricavate dal testo scritto sono plausibili e vengo al dettaglio.
Il generale Lizé (grado conferitogli dopo la morte, era un tenente colonnello), che di nome faceva ‘Lucien Zacharie Marie’, sarebbe stato più corretto riportarlo per intero e non solo “Lucien”. Mi auguro lo sia nella targa che verrà posta in Piazza Giorgione, luogo dove fu ferito, anche per non confonderlo con gli altri soldati omonimi ricordati all’Hotel des Invalides di Parigi. Un distinguo doveroso per l’alto ufficiale di Angers, regione della Loira e Maine.
Dai documenti di fonte francese consultati (La Liste de Foch Les 42 Généraux morts au champ d’honneur di Laurent Guillemot, ed.) a proposito del generale Lizé risulta che “il 5 gennaio gli aerei tornano di nuovo sopra Castelfranco e lanciano più di 140 ordigni sul loro bersaglio (…) l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé fu investito dall’esplosione di una bomba (…). Gravemente ferito alle 6 del mattino è stato portato all’ospedale n. 38 di evacuazione di Galliera [Veneta], dove è morto alle 9.30”.
Stessa cronaca nei documenti dell’Ecole Supérieure de Guerre. I documenti si concludono con l’avvenuta tumulazione del corpo nel Cimitero di Galliera, sede dell’ospedale militare francese dove fu portato.
Leggermente diversa la testimonianza di un ufficiale che lo soccorse “è stato colpito alle ore 5,10 mentre percorreva dieci metri per entrare in un rifugio antiaereo” che conferma la data e l’ora del decesso, 5 gennaio ore 9,35 (Bouchemaine, Tomo I).

Miatello: Perchè c’è bisogno di giustificare una commemorazione che celebri la “vittoria nella Grande Guerra” secondo quanto riportato dai libri di storia? E non dai trattati internazionali? L’Armistizio di Villa Giusti non è forse un accordo sottoscritto dalle parti? Certo che all’epoca non c’erano gli smartphone e i social per avvisare tutti in tempo reale, così ci furono ulteriori vittime dopo il 4 novembre.

Turcato: Qui si devono scindere gli argomenti e in ordine rilevo che:
–  il logo riportato non risulta essere stato concesso dall’ufficio della Presidenza del Consiglio dei Ministri competente a seguito di una richiesta per il carattere di interesse nazionale della commemorazione pubblicizzata, questo anche dal fatto che nel sito ufficiale http://www.centenario1914-1918.it/it/la-concessione-del-logo-ufficiale alla rubrica eventi nulla risulta;
–  Le celebrazioni della Grande Guerra a parer mio, mi sembrano doverose, non solo per il fatto storico in se, ma anche per quello che hanno comportato per le genti che sono rimaste a ridosso del fronte, dove si sono consumate tragedie al più sconosciute, ma ben radicate nel vissuto tramandato, e che senza un racconto perpetuo, con il tempo si stanno affievolendo. Prima del 2015 quando è montata da ogni parte la frenesia della celebrazione, la prima guerra mondiale era solo per pochi appassionati, qualche rara scuola ti chiedeva di essere accompagnata in visita ai monumenti di Cima Grappa.
–  Il trattato di Villa Giusti è ancora oggi  un tradimento per i soldati austriaci che si sentirono abbandonati dal loro re Carlo d’Austria, accerchiato in patria dai gruppi etnici che componevano il suo impero, combattendo per la piena autonomia come nazioni e determinati a diventare indipendenti da Vienna il più presto possibile (una delle cause delle defezioni di parti importanti dell’esercito austro-ungarico). Il re li abbandonò ai loro destini con l’auspicio che fossero i più numerosi possibile fatti prigionieri per essere trattenuti in Italia al fine di evitare un’insurrezione una volta giunti in patria. Altro fatto poco chiaro è che per l’Italia l’armistizio divenne ufficiale il giorno 4 Novembre, mentre per gli austriaci immediatamente il giorno 3 di Novembre, quindi un giorno di vantaggio per accaparrarsi più territorio possibile.
–  Fu un accordo tra le parti, anche se una, quella austriaca, era sotto scacco dovuto ai disordini in casa propria e dal disfacimento dell’esercito.

Dieci anni di corrispondenza di Pio X con il Vescovo di Treviso A.G. Longhin

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Luigi Urettini, La Diocesi del Papa, CCSARTO 2014 (Cover)

Luigi Urettini, La Diocesi del Papa. Dieci anni di corrispondenza di Pio X con il Vescovo di Treviso A.G. Longhin, edizioni AIDA e CCSARTO, 2014, pp. 1-114.
In occasione del centenario della morte di Pio X (20 agosto 1914) ritengo opportuno ripubblicare la corrispondenza intercorsa tra il vescovo di Treviso, mons. Andrea Giacinto Longhin, papa Sarto e il suo segretario particolare, il trevigiano mons. Giovanni Bressan. La corrispondenza, da me curata, è stata pubblicata nell’ormai lontano 1987 nella rivista “Venetica”, diretta da Mario Isnenghi, Emilio Franzina e dall’indimenticabile Silvio Lanaro. L’epistolario è un documento importante per comprendere l’ideologia integralista che ispirava l’azione pastorale e politica di Pio X, sintetizzata dal motto da lui prescelto per il suo pontificato: Instaurare omnia in Christo.
Un programma di “restaurazione” cattolica di tutta la società, che seguirà coerentemente negli undici anni del suo papato. Il vescovo cappuccino mons. Andrea Giacinto Longhin, da lui scelto come vescovo di Treviso (13 aprile 1904), è ben conscio di essere una specie di “proconsole” nella “diocesi del Papa” e di dover rendere conto a “Sua Santità” di ogni singolo atto della sua attività pastorale. Dalla rigida sorveglianza dell’ortodossia religiosa contro l’“eresia modernista”, alla scelta dei candidati per le elezioni comunali e politiche.
Ne esce uno spaccato per molti versi inedito della diocesi di Treviso, amministrata per ben trentadue anni dalla volontà ferrea del vescovo Longhin, che nel suo lungo episcopato si è sempre ispirato alla concezione autoritaria e gerarchica della Chiesa propria di PioX, alla quale era intimamente convinto. Una cezione che influenzerà la chiesa trevigiana per gran parte del Novecento.

Luigi Urettini, Treviso, febbraio 2014

 

Per ricevere una copia del libro scrivere a:

Edizioni Aida – Castelfranco Veneto

E-mail: edizioniaida@gmail.com

I coniugi Sarto nella Riese asburgica

Orfanelle
Luigi Da Rios, Le orfanelle, Venezia, 1880. Molti sono i soggetti della situazione miserevole veneta che gli artisti dell’epoca incorniciarono sulle tele, quasi a dimostrazione di una realtà che non si voleva dimenticare. Una pittura di stampo sociologico, letterario, veristico che si contrapponeva alle bellezze femminili (Boldini, Corcos), ai dolci paesaggi, alla copia classica tanto di moda nelle Accademie italiane.

(Ricerca a cura di Angelo Miatello)
Dall’atto matrimoniale e da brevi biografie si ricavano alcuni particolari sui coniugi Sarto-Sansòn: “…il Sarto è agente comunale, domiciliato al numero 1 (in casa ad un piano e sette stanze, di fronte alla strada che da Riese devìa verso la cittadina di Asolo, a circa 9 chilometri) e possidente. Oltre alla casetta, teneva tre campicelli (equivalenti a dodici pertiche censuarie) e una vaccherella. Quale agente comunale, cursore, percepiva mensilmente quindici svanziche austriache, cioè giornalmente cinquanta centesimi di svanzica; aveva anche diritto di compiere, nel comune, una piccola questa”. [1]
“Sanson Margarita nata a Vedelago il dì 8 maggio 1813 cattolica, nubile, cucitrice, domiciliata al N° (?)”. “Margarita è cucitrice e rimarrà vedova come la madre Maria” [2] .
“Il padre del futuro pontefice espletava le funzioni di cursore comunale in cambio di un modesto salario, integrato dalla magra rendita di un piccolo appezzamento di terra. Un benessere molto relativo se si pensa che i coniugi misero al mondo dieci figli e che il capofamiglia mancò il 14.5.1852.” [3]
“Mio padre era messo comunale dell’Imperial Regia Podesteria di Riese, con la paga di 15 svanziche al mese. Svanzica, da swanzig, venti, era il nome popolare della lira austriaca d’argento da venti soldi, corrente del Regno Lombardo Veneto sotto la sovranità di Ferdinando I, imperatore d’Austria. Il Veneto era stato ceduto da Napoleone con il trattato di Campoformio nel 1797 all’Austria. Il Papa era il bellunese Gregorio XVI ed il patriarca di Venezia il riesino Jacopo Monico.”[4]
Nel racconto dei vari autori che hanno voluto descrivere la situazione familiare in cui visse Giuseppe Sarto, c’è un velato senso di commiserazione e di pietismo dato che la famiglia disponeva di qualche risorsa: “specialmente in quei passi in cui si vuole sottolineare la povertà di Giuseppe Sarto, chierico e sacerdote, e la carità che lo caratterizzò a tal punto da contrarre debiti che riuscì a pagare solo vendendo parte delle sostanze domestiche” (Bortolato, p. 21), per far fronte all’emergenza della famiglia numerosa. La situazione dei due coniugi Paola Giacomello e Giuseppe Sarto, nonni paterni, non era poi così tragica dato che “possedevano due case e oltre sei ettari di terra (m2 63.245,2528)”. [5]
Lo stesso Pio X nel suo testamento olografo del 30 dicembre 1909 “nato povero, vissuto povero e sicuro di morire poverissimo” ha metaforicamente enfatizzato una situazione che non era per niente “povera” se confrontata con altre situazioni ben più problematiche della sua a Riese o altrove.
Non c’è da meravigliarsi se gran parte della società dell’epoca fu impregnata di drammi famigliari, di assurde situazioni che potevano solo fare tenerezza e che furono persino veicolate nell’arte figurativa e nella letteratura. Un mondo che deve commuovere e perciò lo si deve rappresentare solo con scene ispirate alla famiglia, le uniche che possono parlare al cuore dell’uomo e indurlo a pensare e a volere il bene. Nell’arte, ad esempio, “si trasforma in mezzo educativo del cuore” per cui “dipingere orfanelli abbandonati, famiglie gettate su una strada [serve…] per farci meglio sentire e comprendere il bello morale”. Parole queste di una schiettezza quasi naturale del professore Selvatico, impegnato nella presentazione critica di suoi allievi. [6]
Esempi come Le Analfabete (1873), Le Orfanelle (1880) sono due opere eloquenti di questo modo di pensare che il pittore vittoriese Da Rios ci permette di comprendere appieno. [7] Tra gli anni Settanta e Ottanta vi è dunque una corrente artistica che sarà apprezzata dai collezionisti, non solo italiani. Sono i piccoli drammi domestici dove i protagonisti sono umili bambini, ritratti all’interno delle loro modeste case o lungo le calli della città, mentre versano copiose lacrime dopo essere stati sgridati (Cosa gastu fato?, Da Rios, 1878) o si sono fatti male (La bua, Antonio Rotta , 1869), o addirittura si vede la miseria fuori della soglia di casa (Le orfanelle, Da Rios, 1876).
“All’epoca la famigliola non può essere annoverata tra quelle economicamente indigenti. Modesta sì, probabilmente con il problema di arrivare a fine mese, visto che a scadenza quasi biennale un nuovo bambino arrivava ad allietare la casa…Con coraggio la donna si dà da fare, attraverso il mestiere di sarta (anche come insegnante di quest’arte) e grazie alla rendita di un podere in affitto.” [8]
“Alla morte di Giambattista Sarto (1852), la sua parte di eredità (case e terreni) passarono a Margherita Sanson e ai suoi otto figli.
Nei 42 anni che Margherita Sanson sopravvive al marito si verificarono almeno altri due fatti: una rettifica per la sua “lustrazione territoriale 1868”, in cui l’attuale casa Maggion risulta registrata a parte presso il catasto, e la vendita dei campi posseduti dalla famiglia. A  proposito di questi ultimi, “i due ettari di eredità paterna erano stati venduti, con atti in data 2 dicembre 1877, ad Antonio Monico e a Pietro Montin. Anche la casetta, minacciata di vendita, era stata salvata all’ultimo momento. Dopo la morte di Margherita Sanson, la casa fu chiusa: le sorelle coniugate abitavano fuori Riese (sic!) e le sorelle nubili risiedevano a Venezia col fratello patriarca (vedi atto notarile Carlo Candiani, sabato 13 novembre 1897, presso il palazzo patriarcale di Venezia: il terreno aratorio di pertiche 0.23…e la casa Centro villa Riese ai numeri civici 4-5 piani 2, vani 7, mappale 106a, contro il corrispettivo di 2000 lire)”. [9]
Delle tre sorelle coniugate, Teresa (1839) si sposò con Giovanni Battista Parolin, proprietario dell’albergo “Alle due spade” di Riese, dirimpettaio alla dimora Sarto, di cui uno dei loro dieci figli, Giovanni Battista fu sacerdote, arciprete di Possagno, prelato domestico dello zio papa; Antonia (1843) sposò il sarto Francesco De Bei con cinque figli, a Salzano, Lucia (1848) invece si sposò con Luigi Boschin con tre figlie, sacrista della chiesa parrocchiale di Salzano. Il titolo esatto del nipote don Giovanni Battista era: Pontificio di Cameriere Segreto soprannumerario colle insegne e prerogative annesse.

Note: [1] Fernando da Riese, 1987, p. 13; Agasso, 1985, p. 13.
[2]  L. Morao (storia di Vedelago, ed. BCC).
[3] Cecchetto, p. 37.
[4] N. Antonello, p.15.
[5] Bortolato, p. 22.
[6] Selvatico, p. 44, 419-420.
[7] Da Rios, catalogo mostra di Vittorio Veneto, 2013.
8] Dieguez, Nordio, Ambrosi, p. 11.
[9] Bortolato, p. 22-23. Ricordiamo che “villa” sta per villaggio, luogo in cui ci sono abitazioni ed una chiesa e non “villa” intesa come edificio padronale. Un errore che spesso si commette.

L’8 maggio 1813 alle ore 8 nasce Margherita Sanson

Margherita Sanson foto di Perini copia
Antonio Perini (Venezia), Margherita Sanson, madre di Papa Pio X

(a cura di Angelo Miatello)
“Margherita nasce l’8 maggio 1813 alle ore 8 del mattino e due giorni dopo fu battezzata da don Angelo Conte, arciprete di Vedelago, avendo come padrini Andrea Spessa di Altivole e Caterina Tombolato di Vedelago. Il cognome Sansòn compare nei registri canonici della parrocchia il 21 dicembre 1812. Il padre di Margherita, Melchiore (Melchioro), era giunto al seguito del conte Francesco Zuccareda che qui aveva villa e terreni, assieme alla moglie Maria Antonini.” (Cecchetto, p. 36)
Giuseppe Melchiorre Sarto, futuro papa, porta dunque il secondo nome del nonno materno ed il primo del nonno paterno. [1]
“Sanson Margherita, figlia di Melchiore, oste a Rossano Veneto (Vicenza) nel distretto di Bassano del Grappa, e di Antonini Maria, di Riese, era nata a Vedelago, l’8 maggio 1813; abitava da anni a Riese; era come la mamma, cucitrice, cioè sarta di campagna, e donna esperta e pronta a qualunque lavoro manuale. Illeterata, non aveva frequentato scuole: nel registro dei matrimoni non appose la firma.” (Fernando da Riese, p. 13)
Le informazioni dei due autori, sebbene vaghe, combaciono: Margherita “abitava da anni a Riese” (Fernando da Riese), in più sua madre era una riesina. “Essi ricompaiono in Riese nei primi anni ’20 (del 1800)” (Cecchetto). I Sanson vengono ad abitare a Vedelago nel 1812 (o forse prima) perché solo “il 21 dicembre il cognome Sanson compare nei registri canonici della parrocchia di Vedelago dove si registra la nascita di una bambina, morta pochi giorni dopo”.
A Vedelago nacquero altri due fratelli e sorelle di Margherita. Il 7 aprile 1815 fu il turno di Ettore Gaetano Francesco; il 31 marzo 1817 nacque Illuminata Giuseppina; per ultimo, Alessandro, nato e poi subito morto il 20 ottobre 1818. (Cecchetto, p. 36)
I Sansòn, a quanto pare, si trasferiranno a Riese dopo la morte del figlio Alessandro il 20 ottobre 1820. Ricompaiono in Riese nel 1823. “Margarita” Sanson si sposa il 13 febbraio 1833 con Giambattista Sarto (27 maggio 1792 – 4 maggio 1852) nella chiesa di San Matteo a Riese, “possidente di due ettari di terreno e una mucca ed è cursore-dipendente del Regno Lombardo Veneto sotto l’Imperatore Ferdinando I”.
L’atto di matrimonio è registrato in parrocchia (vol. 1815-47, f. 49), che ha valore legale in base al diritto vigente, canonico e austro-ungarico.

Nota [1] A parte Giuseppe, come Giovanni Battista, anche Melchiorre è un nome frequente. Nella tradizione cristiana M. assieme a Baldassare e Gaspare sono i tre re, astronomi e zoroastri che seguendo ‘il suo astro’ giunsero da Oriente a Gerusalemme per adorare il bambino Gesù, il ‘re dei Giudei’ che era nato, offrendo Cover libretto “In onore di Margherita Sanson”in dono ‘oro, incenso e mirra’.
Testo tratto dal libretto a fronte. Disponibile presso Edizioni Aida, Castelfranco Veneto.
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