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Shit and die, Cattelan si confessa. Il corpo innazitutto

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Valerio Carrubba, Eve (a portrait of Gianni Minà), 2014, Courtesy l’artista e Galleria Monica De Cardenas, Milano/Zuoz
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SHIT AND DIE, LETAME (MERDA) E MORTE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La città di Torino a prova di bomba
“Che piaccia oppure no, Shit and die è stata una scommessa: nessuno di noi fa il curatore di professione, ma da subito la città ci ha rapito e convinto ad accettare la sfida”, afferma Cattelan con  Papini e Ben Salah. “Torino ha offerto spazi, leggende e personalità che sono diventati cibo per la nostra immaginazione affamata e il materiale grezzo con cui elaborare un racconto. Abbiamo annodato le fila della memoria collettiva e ci siamo imbattuti per caso in personalità che ci hanno incuriosito: quello del professor Giacomini, ad esempio, che dopo una vita trascorsa a sezionare cadaveri, ha donato il suo corpo al Museo di anatomia che lui stesso aveva contribuito a creare. Il suo scheletro è ancora in trasferta a Palazzo Cavour, ma lunedì tornerà in quella che si è scelto come casa eterna”. L’esposizione – il cui titolo strizza l’occhio all’opera “One hundred live and die” di Bruce Nauman – è in fondo una finestra sull’arte esistenziale.
Protagonista è il corpo, con le sue pulsioni e fragilità: vita e morte a prova di choc, con riferimenti sessuali espliciti, nudi e provocazioni. E così come i personaggi torinesi nei loro ritratti alla “Trasformat”, anche il padrone di casa Camillo Benso ha dovuto fare i conti con le perversioni feticiste, proprio nel suo bagno.
Questi numeri
Oltre 28 mila visitatori hanno messo gli occhi sulle 144 provocazioni d’artista allestite nei 1357 metri quadri di Palazzo Cavour. A far discutere, oltre alle scelte stilistiche dei 61 artisti in mostra, è il cocktail di sesso, soldi, morte, nudi e potere racchiuso nelle venti stanze di uno dei palazzi più importanti della città. Le pareti dello scalone d’ingresso sono ricoperte da 40 mila banconote autentiche da un dollaro (l’opera di Eric Doeninger s’intitola “The hug”, l’abbraccio). Dieci sono le tonnellate di terra utilizzate nell’opera di Davide Balula, 308 le scatole di torrone impiegate da Aldo Mondino e 39 i metronomi che scandiscono il tempo nella creazione di Martin Creed. Stelios Faitakis ha impiegato un ciclo lunare, 28 giorni, per dipingere la sua opera in loco; Julius von Bismarck ha dovuto girare per dodici ore intorno al suo tronco d’albero per tagliarlo con un coltellino svizzero; di un centimetro al giorno è il “progress di autodistruzione” del lavoro di Pugnaire e Ruffini.
E Artissima ringrazia
“Nel 1992, in una mostra collettiva al Castello di Rivara Maurizio Cattelan allestiva un’opera fatta di lenzuola annodate, segno della sua fuga dallo spazio espositivo. Ventidue anni dopo, in veste di curatore, ha compiuto un’operazione apparentemente contraria: non è scappato ma si è calato dentro questa città”, afferma la presidentessa Sarah Cosulich. “Questa mostra è il risultato del mettersi in gioco del trio curatoriale così come di Artissima. Invitando Cattelan, ho creduto che il suo progetto potesse portare tanto alla fiera e a Torino. Sono felicissima per lo straordinario risultato ma non ne sono per niente sorpresa”.