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“RINASCERO’, RINASCERAI” CON ROBY FACCHINETTI, DIRIGE IL MAESTRO DIEGO BASSO

Marcon Gerolimetto Pivotti Giovine Il progetto musicale “Tra terra e cielo”, pensato dal Maestro Diego Basso, porta la “Grande Orchestra”, in luoghi inediti e suggestivi, in palcoscenici a cielo aperto, dove la musica si inserisce, tra la terra e il cielo, in perfetta armonia con l’ambiente, come nei recenti concerti che si sono svolti alle “Sorgenti del fiume Sile”, sulle “Rive del fiume Po”, nel “Bosco degli Artisti a quota 2000 metri a Falcade”, nell’emozionante cornice del “Sacrario di Cima Grappa” e tra i vigneti.
Nella fase 2 dell’emergenza Covid-19 per la Città di Castelfranco Veneto è stato ideato un concerto che si inserisce in quei luoghi, prima rumorosi e poi improvvisamente e forzatamente silenziosi, esattamente un attimo prima del graduale ritorno alla normalità. Il silenzio e il vuoto delle e nelle città, oltre a colpirci interiormente ha contribuito a ridare pienezza all’identità artistica dei luoghi e abbiamo potuto apprezzarne al meglio la bellezza.
Quel silenzio è stato di un impatto emotivo unico e inaspettato che ancora ci portiamo dentro. Un silenzio che ci ha raccontato anche molta sofferenza ma non dimentichiamo che dal silenzio, nascono la vita e la musica e come canta Roby Facchinetti nel brano che da il titolo al concerto “Rinascerò, Rinascerai”, nel silenzio si respira un’aria nuova.
Questo concerto quindi, realizzato senza pubblico, è come in una opera l’overture” di quello che è il ritorno di concerti live con il pubblico. Emozioni che resteranno per sempre. Concerto live, dedicato a chi ha sofferto e alla vita che riprende. Una ricchezza straordinaria che si presta ad essere raccontata e ripresa attraverso il fascino dell’immagine, la suggestione della musica.

Live “Rinascerò, Rinascerai” è stato trasmesso online domenica 14 giugno alle ore 19.00 in streaming nei canali facebook Art Voice Academy e youtube di Art Voice Academy https://bit.ly/2BVJ5eK

Il concerto è un evento promosso dal Comune di Castelfranco Veneto in collaborazione con Art Voice Academy con il patrocinio della Regione del Veneto e Provincia di Treviso. Produzione AVA Sound Live Music

Miatello -Turcato: Alcuni punti sui quali vanno fatte le dovute riflessioni a Cent’anni dall’Armistizio di Villa Giusti (Pd) del 3 novembre 1918

ALCUNI PUNTI SUI QUALI VANNO FATTE LE DOVUTE RIFLESSIONI A CENT’ANNI DALL’ARMISTIZIO DI VILLA GIUSTI (PD) DEL 3 NOVEMBRE 1918

Derio Turcato, presidente di HISTOIRE, associazione storico-culturale e Angelo Miatello dell’AIDA, associazione internazionale del diritto e dell’arte, sulla base di quanto relazionato in Teatro Accademico dai sindaci Stefano Marcon e Stefano Bonaldo e da altri relatori e di quanto pubblicato sul Manifesto celebrativo dell’Anniversario dell’Armistizio di Villa Giusti del 3 novembre 1918 che ha messo fine alla Prima Guerra Mondiale, sottolineano certe incongruenze e contraddizioni storiche, culturali e politiche. Purtroppo la politica pur di mettere assieme date e ricorrenze, seguendo i dettami di Cottarelli (risparmiate) ha messo assieme la morte del generale con la festa nazionale del 4 novembre che cade di domenica. Non esiste nessun vincolo che si possa scrivere su una lapide una data diversa dalla narrazione di don Pastega e dal garzone Scarabellotto. Far morire il generale un giorno prima, stando seduto in un auto, è pura fantasia.

  1. Dopo Cent’anni la Municipalità di Castelfranco ha deciso di ricordare con una targa la morte di un alto ufficiale dell’Esercito francese che sarebbe avvenuta a causa di un bombardamento aereo nemico all’inizio di gennaio 1918.
  1. Le due Municipalità coinvolte, di Castelfranco Veneto (Tv) e Galliera Veneta (Pd), suddividendosi il ruolo di promotrici, non hanno tenuto conto delle fonti primarie francesi (di archivi militari, storici esperti) per dare un quadro generale e particolare del/dei fatti accaduti in quel preciso periodo storico che ha visto Castelfranco Veneto sotto assedio dei ripetuti bombardamenti aerei austro-germanici, uno dei principali centri urbani presi di mira dai “delinquenti dell’aria” (don Pastega), durante il quale a Castelfranco e a Galliera Veneta si era insediato dal 5 dicembre 1917 il Quartier Generale della Decima Artiglieria, sotto i comandi dei generali Fayolle, Lizé e altri. Castelfranco Veneto ospitava sia il QG che le truppe, pronte ad intervenire sul fronte montano adiacente (Monte Tomba-Monfenera e altri). A Galliera Veneta invece la villa imperiale dei Nobili Cappello fu requisita per insediare l’ospedale d’evacuazione n. 38. Cioè della dinamica, cause ed effetti, dello scoppio di una delle tante bombe che provocarono danni disastrosi, morti e feriti fra i quali il generale Lucien Zacharie Marie Lizé.
  1. Le autorità intervenute nella cerimonia solenne di domenica 4 novembre 2018, oltre a indicare erroneamente la data di morte del generale, avvenuta il 5 gennaio 1918 e non il 4 gennaio, il luogo esatto dello scoppio, e la particolare sequenza in cui sarebbe stato colpito da una “scheggia di bomba” (una semenza averlo narrato “seduto in auto mentre attendeva l’autista!), ed il nome incompleto (Lucien [Zacharie Marie] Lizé), non hanno profilato alcuna responsabilità penale internazionale dei bombardamenti aerei su centri urbani indifesi, vedi strutture socio-sanitarie che il diritto internazionale dell’epoca vietava ai belligeranti. (Continua in allegato con immagine storica, ospedale n. 202 bombardato dagli austriaci, 4 e 5 gennaio 1918)

A proposito di strutture socio-sanitarie, un altro mistero da scoprire è quello che tutti affermano dell’ “ospedale 202 bombardato che si doveva trovare anche nella Caserma S. Marco” (v. Gomierato che ha ripreso da altri precedenti autori), ma le foto che abbiamo trovato negli archivi sono diverse: Ospedale militare n. 202  posizionato all’ex Sede ENEL (tra Pescheria e Musonello), sano e funzionante, mentre quello bombardato risulta il n. 025 (dove c’erano i dottori uccisi, Malatesta e Bagagnone) di cui nessuno parla e posto all’ex Filanda Montini (exBonato), probabilmente poi spostato alle ex scuole elementari di via Riccati.

Da Pastega:
Pag. 21 (…)”Approfittando di una sosta nemica, i feriti furono trasportati al Reparto  Ospitale militare  N.  202 (…) non avendo potuto  effettuarsi  con   sollecitudine   il ricovero   nelle  sale di degenza del Reparto 202, e dovendo i tre infermieri sostare sotto un portico del Re.parto stesso per l’improvviso ritorno d’ aeroplani nemici, due bombe successivamente colpivano l’edificio in pieno facendolo crollare (primo il portico),  menando  orribile  macello (…)”
Dalla comparazione delle foto qui sotto riportate, l’ospedale 202 citato, nella foto non ha portico, portico che invece doveva avere il 025 distrutto. Mistero buffo.

Nel 2018, con l’evoluzione del digitale e dei mezzi di comunicazione non sono più ammessi errori e lacune di questo genere quando vengono ufficializzati fatti storici e nomi importanti in cerimonie pubbliche che, nella loro solennità, spacciano verità per falsità, controproducenti sul piano delle relazioni internazionali. Inoltre, su un piano strettamente politico culturale, non si aiuta a far crescere una comunità (i giovani) nella responsabilità di cogliere gli errori del passato per dare risposte positive e costruttive. Oggi l’Italia fa parte della Nato, bandisce l’uso della forza per la soluzione di controversie internazionali, si adegua totalmente ai principi ispiratori della Carta delle Nazioni Unite, della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e della Codificazione del diritto internazionale umanitario.
La cronaca riprende quello che le viene dichiarato. Difficile chiedere al cronista che si faccia una ricerca prima di scrivere un pezzo, se la fonte proviene da un cerimoniale, un primo cittadino, un assessore o un responsabile di un ufficio comunale.
Tuttavia, visti i nostri ormai continui solleciti con comunicati stampa e conferenza stampa tenuta lunedì scorso nella sede di HISTOIRE, riportando alla luce le fonti primarie militari e di esperti di Storia militare della Grande Guerra per i fatti che riguardano Castelfranco Veneto e Galliera Veneta, sarebbe auspicabile che l’opinione pubblica venga prontamente informata, onde evitare come cent’anni fa che, per sentito dire “in strada”, “da qualche amico informatore” (don Giovanni Pastega, parroco della Pieve, 1919), o dal “barbiere” (Dino Scarabellotto, ex garzone, 1918), diventi una fonte primaria, certa e indiscutibilmente vera (“mentre metteva piede sullo staffone dell’auto fu colpito da una scheggia!).

4. Una volta stabilite le cause e gli effetti dei violenti bombardamenti aerei che Castelfranco Veneto e la Castellana subirono (dalle 146, alle 400 e persino alle 800 bombe scaricate, a seconda dei narratori) nel 2018 vanno rimosse dal letargo le responsabilità criminali commesse, “rimaste inevase” dopo i Trattati di Pace di Versailles, portate innanzi alla Corte Suprema di Lipsia, e denunciate alla Commissione [reale] parlamentare d’inchiesta, a firma del fu sindaco Ubaldo Serena del Comune di Castelfranco. Purtroppo delibera dimenticata dai successori sindaci e “commissari prefettizi”. Lacuna giuridico-culturale?

5. Perché responsabilità criminali? I bombardamenti aerei austro-germanici (piloti austro-ungarici e macchine, tecnologia e strategie germaniche) su Castelfranco Veneto causarono danni ingenti agli ospedali, provocando morti, feriti, fra quali anche del personale sanitario e del volontariato. Gli accordi internazionali dell’Aja (rispetto dei prigionieri di guerra) e di Ginevra (Croce Rossa Internazionale, protezione del personale sanitario) furono sottoscritti da tutti i paesi belligeranti.

Palazzo adiacente all’Antico Albergo La Spada che è stato bombardato
Ospedaletto da campo 025 di via Borgo Treviso
Ospedale Militare n. 202 (Pescheria-Musonello) ↓

Lucien Zacharie Marie Lizé. Il giallo sulle cause della morte del generale francese s’infittiscono. Chi avrà informato i nemici austro-ungarici? Una spystory casereccia con tacchini, polli e radicchio variegato

Lucien Zacharie Marie Lizé riporta i nomi dei genitori, figlio di Joseph Zacharie e di Renée Marie Lefort. Sposato il 20/06/1892 ad Angers con Alice Adrienne Lucie Safflège, con una figlia” (cf. Mémorial).

Ieri 4 novembre il sindaco di Castelfranco Veneto Stefano Marcon, assieme al collega di Galliera Veneta e ad altre autorità civili e militari, ha svelato la targa commemorativa della scomparsa del generale francese Lucien Zacharie Marie Lizé, caduto tragicamente dopo aver subito un attacco aereo improvviso il mattino del 5 gennaio 1918, in piazza Giorgione. Dai pochi elementi rintracciabili sui testi italiani l’alto ufficiale, con una lunga esperienza nelle tante colonie francesi, sarebbe stato colpito da una scheggia di una bomba esplosa vicino alla sua auto che lo stava aspettando fuori dell’albergo Spada (dove c’è oggi la Macelleria Targhetta e il chiosco dei giornali). Per le fonti invece reperite in Internet da Derio Turcato e tradotte dallo scrivente si deducono ben altri dettagli e retroscena.

Dai documenti di fonte francese consultati (La Liste de FochLes 42 Généraux morts au champ d’honneur di Laurent Guillemot) – ci precisa il presidente di Histoire, Derio Turcato – a proposito del generale Lizé risulta che “il 5 gennaio gli aerei tornano di nuovo sopra Castelfranco e lanciano più di 140 bombe sui loro obiettivi (…) l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé  fu investito dall’esplosione di una bomba (…). Gravemente ferito alle 6 del mattino è stato portato all’ospedale di evacuazione di Galliera (Veneta) n. 38, dove è morto alle 9.30”.
La stessa cronaca – aggiunge Turcato – nei documenti dell’Ecole Supérieure de Guerre. I documenti si concludono con l’avvenuta tumulazione del corpo nel Cimitero di Galliera [Veneta], sede dell’ospedale militare francese dove fu trasportato, forse perché non si fidavano dei medici italiani o degli ospedali attrezzati a Castelfranco.

Autres informations militaires: Commandeur de la Légion d’Honneur (15/10/1916) – Croix de guerre – Polytechnicien promotion 1882 – Officier de carrière dans l’Artillerie de Marine et l’Artillerie Coloniale – Le Livre d’Or de Bouchemaine précise que le Général Lizé commandait l’Artillerie de la Xe Armée – Grièvement blessé en organisant les secours pendant le bombardement aérien du QG français de Castelfranco en Italie. 

Le Livre d’Or de Bouchemaine précise que le Général Lizé commandait l’Artillerie de la Xe Armée – Grièvement blessé en organisant les secours pendant le bombardement aérien du QG français de Castelfranco en Italie.

D’accordo, ma il fatto che desta il nostro stupore è la frase riportata nel Manifesto municipale del 4 novembre 2018 (già apparso nel nostro pezzo precedente) e dai vari autori che si sono occupati di questa notizia (Gianpaolo Bordignon Favero, Luigi Urettini, Giacinto Cecchetto), cioè che il pluridecorato generale, nato a Angers (Maine e Loira) il 25 febbraio 1864, comandante di Artiglieria della Decima Armata sarebbe stato colpito quasi incidentalmente, trovandosi vicino all’albergo Spada dove alloggiava.
Per il Libro d’Oro di Bouchemaine invece fu “gravemente ferito organizzando i soccorsi durante il bombardamento aereo del Quartiere Generale (QG) francese di Castelfranco in Italia il cinque gennaio 1918”.
Un piccolo dettaglio che gli storici e politici locali avranno dimenticato nella loro naturale vaghezza.

Per Luigi Urettini, unico autore che abbia ampiamente descritto la storia di Castelfranco dall’Unità d’Italia agli anni Settanta del secolo scorso, a p. 121 si legge: “Nella notte del 4 gennaio 1918 le schegge di una bomba aerea esplosa in piazza Giorgione, davanti all’albergo Spada, uccidevano il generale Lizet (sic), comandante del contingente francese, mentre stava salendo sulla sua automobile; rimasero feriti anche alcuni suoi ufficiali

A parte il giorno e il nome Lizet errati e la mancata informazione che il generale è deceduto a Galliera Veneta, l’a. trevigiano, tanto stimato e ossequiato, non dispone di una fonte militare ma di un dattiloscritto di Dino Scarabellotto senza data, lasciandoci perplessi sulla vera dinamica dell’incidente e della morte. Il generale stava scappando dall’albergo “menstre stava salendo sulla sua auto”? O come dicono le fonti militari francesi stava organizzando il soccorso per le esplosioni vicine?

Di nuovo Derio Turcato ci informa che:
Le 2 janvier, l’hôpital est bombardé. Les dégâts sont très importants on déplore 10 tués et de nombreux blessés. Les Allemands ont dû repérer le quartier général des troupes françaises, car le 5 janvier les avions reviennent une nouvelle fois au-dessus de Castelfranco el lâchent plus de 140 torpilles sur leur cible. 
Bien qu’il soit le seul à avoir fait creuser un abri, l’attaque est si soudaine, que le général Lizé est atteint par un éclat de bombe, avant d’avoir pu s’y rendre. Grièvement blessé à 6 heures, il est transporté à l’hôpital d’évacuation N° 38 de Galliera, où il décède à 9 heures 30.
La nouvelle de la mort du général Lizé provoque en France une grande émotion. Le Petit Parisien lui consacre un article en première page. “Le général Lizé tué en 
I
talie”. 

Dunque, la causa del bombardamento aereo “tedesco” sarebbe avvenuto in quanto fu reperito dai tedeschi il quartiere generale delle truppe francesi dove si trovava il generale, “Les Allemands ont dû repérer le quartier général des troupes françaises, perchè il 5 gennaio gli aeroplani ritornarono una seconda volta sopra Castelfranco e lanciarono più di 140 ordigni (torpilles) sul loro bersaglio (sur leur cible).
Benchè sia stato il solo che abbia fatto costruire (creuser, scavare) un riparo, l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé fu colpito da uno scoppio di una bomba prima di raggiungerlo.
“… car le 5 janvier les avions reviennent une nouvelle fois au-dessus de Castelfranco el lâchent plus de 140 torpilles sur leur cible. Bien qu’il soit le seul à avoir fait creuser un abri, l’attaque est si soudaine, que le général Lizé est atteint par un éclat de bombe, avant d’avoir pu s’y rendre.”
Gravemente ferito alle ore 6, fu trasportato d’urgenza all’ospedale di evacuazione N. 38 a Galliera [Veneta], dove si spense alle ore 9,30.
Grièvement blessé à 6 heures, il est transporté à l’hôpital d’évacuation N° 38 de Galliera, où il décède à 9 heures 30. 
La notizia della morte, prosegue la fonte, provocò in Francia una grande emozione. Le Petit Parisien gli consacrò un articolo in prima pagina “Il generale Lizé ucciso in Italia”, Le général Lizé tué en Italie”.
La nouvelle de la mort du général Lizé provoque en France une grande émotion. Le Petit Parisien lui consacre un article en première page. “Le général Lizé tué en Italie”. 

I bombardamenti aerei come l’uso di armi massive, chimiche, asfissianti e a grappolo, diventeranno frequenti in questa seconda ed ultima fase (dopo Caporetto) del Guerron. Gli austro-ungarici e anche i tedeschi si erano ben attrezzati da tempo, così pure i francesi e gli anglosassoni. Non di meno gli italiani.
Ad Istrana, per esempio, ci fu una battaglia aerea, mentre chiese, ospedali, case, vie ferroviarie divennero bersagli sicuri. L’uso dei gas asfissianti o di proiettili a grappolo si mescolavano con le altre armi dette convenzionali. Tuttavia ritornando alla dinamica del 5 gennaio 1918, come potevano sapere i piloti austriaci che in quella data zona ci stava il QG francese? Alle sei ante meridiem di gennaio è ancora molto buio, la città non aveva i lampioni come oggi ed il lancio delle bombe avveniva ‘a mano’ dalla cabina scoperta del pilota. Un caso fortuito oppure c’erano stati segnali ben precisi di spie locali?
Un altro elemento importante è la sfortuna capitata al generale che, secondo la descrizione francese, aveva già scavato un riparo da attacchi aerei ma essendo stato colpito improvvisamente da uno scoppio avvenuto lì vicino, non riuscì a raggiungerlo in tempo.

Bien qu’il soit le seul à avoir fait creuser un abri, l’attaque est si soudaine (…), e qui sta la nuova chiave di lettura che andava fatta ieri in Teatro Accademico da colui che si è preso la responsabilità di recitare una pagina di storia tratta da un autore trevigiano maldestro e non da fonti francesi, come ha puntualizzato Derio Turcato.

DA DINO SCARABELLOTTO (Dattiloscritto senza data, ripreso da Luigi Urettini, Storia di Castelfranco, 1992, p. 122)
I cuochi delle mense francesi acquartierati qui per festeggiare il Santo Natale acquistarono tutti i tacchini e i polli che i contadini della zona avevano portato al mercato. Pagando profumatamente ogni cosa si portarono via tutta la verdura, compreso naturalmente il rinomato radicchio di Castelfranco, ed altri ortaggi e frutta che si trovavano nella piazza quella Vigilia di Natale del 1917. Quel Natale fu passato qui in fraterna unione fra la cittadinanza castellana e i soldati alleati e si manifestava vieppiù con le abbondanti libagioni e gli evviva di “Bon Noel”. I soldati uniti a borghesi castellani tutti cantavano la popolare canzonetta di guerra francese allora in voga “La Maddalen….capural de fantasie“.
Luigi Urettini scrive che il bombardamento più terribile avvenne nella notte di San Silvestro del 1917 in cui furono lanciate ben ottocento bombe (ndr, sulla Castellana?).
Lo scenario sembra uscire più dalla cavalleria rusticana che da un cronista che si rene conto della tragedia incombente. In piazza Giorgione la guerra avrebbe comunque portato guadagno ed il rinomato radicchio di Castelfranco non doveva mancare sui tavoli degli ufficiali francesi!

Il suo nome, Lucien Zacharie Marie Lizé si trova in questi libri e monumenti: 
49 – Angers – Livre d’Or du ministère des pensions – par Bernard BUTET
49 – Bouchemaine – Livre d’Or du ministère des pensions – par Arnaud DUBREIL
49 – Bouchemaine – Monument aux Morts – par Claude TELLIER
75 – Paris 05 – Monument commémoratif de l’École Polytechnique – par Bernard TISSERAND
75 – Paris 07 – Mémorial des Généraux 1914-1918, Hôtel des Invalides – par Michel BOYOT
91 – Palaiseau – Monument commémoratif de l’école polytechnique – par Laetitia FILIPPI

Castelfranco Veneto dedica una targa ricordo al generale francese Lucien Zacharie Marie Lizét, ucciso durante un bombardamento aereo in piazza Giorgione il 4 gennaio 1918

Intervista a Derio Turcato, presidente dell’associazione HISTOIRE

Derio Turcato da vent’anni si dedica alla Storia della Grande Guerra, soprattutto quella che si è svolta sul Massiccio del Grappa e nelle retrovie, anche come luoghi strategici di rifornimenti, di soccorso medico-sanitario, di riparo per i civili… Organizza incontri pubblici sulle vicende legate alla grande guerra e accompagna: ragazzi delle scuole, gruppi di persone attraverso  percorsi storico-culturali nei luoghi di Memoria e di Pietà. Da ultimo, HISTOIRE, con la collaborazione dell’AIDA, ha realizzato “Dietro le quinte con gli alpini”, un cortometraggio realizzato dal film maker Nino Porcelli, presentato durante la 75.Mostra del Cinema di Venezia con il patrocinio della Regione Veneto e del Comune di Castelfranco  Vto.

Al Palazzo del Monte di Pietà, dove ha sede la Biblioteca comunale, abbiamo notato un manifesto 70×100 cm per la “Cerimonia del 4 Novembre”, dedicato alla “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”. l programma sembra ricco di appuntamenti, quali posa di corone in vari luoghi, discorsi, messa, corteo, svelamento di una targa ricordo in Piazza Giorgione, commemorazione in Teatro, che ricordano anche la Grande Guerra di cent’anni fa, quando si svolse sulle nostre montagne e qui a Castelfranco Veneto.
Viene citato un momento di raccoglimento e di memoria per lo scoprimento di “una targa dedicata al Generale francese Lucien Lizé” nel luogo in cui fu deceduto “dopo un bombardamento del 4 Gennaio 1918”.
Rileggiamo più volte i quattro paragrafi del Manifesto, bordato di tricolore e del logo ministeriale, con stupore ci accorgiamo che qualcosa non quadra.

Derio, tu che conosci molto bene tutta questa vicenda del Gennaio 1918 ci puoi spiegare?

D.T. Da quello che vedo nel Manifesto, mi permetto di osservare le seguenti discrasie che potrebbero essere confutate, ma al momento con le sole notizie ricavate dal testo scritto sono plausibili e vengo al dettaglio.
Il generale Lizé (grado conferitogli dopo la morte, era un tenente colonnello), che di nome faceva ‘Lucien Zacharie Marie’ e non solo Lucien, sarebbe stato più corretto riportarlo per intero. Mi auguro lo sia nella targa che verrà posta in Piazza Giorgine, luogo dove fu ferito, anche per non confonderlo con gli altri ‘cinque lapidi’ che riportano Lucien Lizé all’Hotel des Invalides a Parigi. Un distinguo doveroso per l’alto ufficiale.
Dai documenti di fonte francese consultati (La Liste de FochLes 42 Généraux morts au champ d’honneur di Laurent Guillemot) a proposito del generale Lizé risulta che “il 5 gennaio gli aerei tornano di nuovo sopra Castelfranco e lanciano più di 140 bombe sui loro obiettivi (…) l’attacco fu così improvviso che il generale Lizé  fu investito dall’esplosione di una bomba (…). Gravemente ferito alle 6 del mattino è stato portato all’ospedale di evacuazione di Galliera (Veneta) n. 38, dove è morto alle 9.30”.  Stessa cronaca nei documenti dell’Ecole Supérieure de Guerre. I documenti si concludono con l’avvenuta tumulazione del corpo nel Cimitero di Galliera (Veneta), sede dell’ospedale militare francese dove fu portato, forse perché non si fidavano dei medici italiani o dagli ospedali che erano in funzione dal 1915 e quello civile che già esisteva dall’800.

A.M. D’accordo, ma il fatto che desta il nostro stupore è la frase riportata nel Manifesto municipale e dai vari autori che si sono occupati di questa notizia (Gianpaolo Bordignon Favero, Luigi Urettini, Giacinto Cecchetto), cioè che il pluridecorato generale, nato a Angers (Maine e Loira) il 25 febbraio 1864, comandante di Artiglieria Decima Armata sarebbe stato colpito quasi incidentalmente, dato che si trovava vicino all’albergo Spada dove alloggiava. Per le fonti francesi invece fu “gravemente ferito organizzando i soccorsi durante il bombardamento aereo del Quartiere Generale (QG) francese di Castelfranco in Italia il cinque gennaio 1918”. Un piccolo dettaglio che gli storici e politici locali avranno dimenticato nella loro naturale vaghezza. Hai ragione, il 53enne ufficiale riporta i nomi dei genitori, figlio di Joseph Zacharie e di Renée Marie Lefort. Sposato il 20/06/1892 ad Angers con Alice Adrienne Lucie Safflège, con una figlia”, sempre secondo lo schedario del Mémorial. Luigi Urettini scrive che il bombardamento più terribile avvenne nella notte di San Silvestro del 1917 in cui furono lanciate ben ottocento bombe. Non è chiaro se a Castelfranco o sulla Castellana. Certo che Castelfranco città divenne obiettivo militare. 

Il corpo del Generale Lizé si trova sepolto nell’Ossario di Pederobba, dove sono custoditi i resti dei 1200 caduti francesi durante le cruenti battaglie del Grappa e delle montagne vicine? Di che anno è l’Ossario Monumentale? E’ vero che è stato il governo fascista a costruirlo?

D.T. No il generale non è più in Italia. Dopo alcune vicissitudini è stato esumato e i suoi parenti se lo sono portato a casa nella tomba di famiglia, nella città dove era nato: Angers nel dipartimento del Maine e Loira.
L’Ossario di Pederobba fu voluto dal Maresciallo Pétain, e inaugurato nel giugno del 1937, contemporaneamente a quello Italiano di Bligny, dove riposano 3453 sodati italiani caduti in Francia. Altra storia da raccontare ormai dimenticata, anche dai francesi stessi, nonostante agli italiani al comando del tenente generale Alberico Albricci, insignito della Legion D’Onore, debbano la loro gratitudine per aver impedito nel luglio 1918 lo sfondamento del fronte da parte dei tedeschi sul Bois des Eclisses e Bois de Coutron, nella seconda battaglia della Marna.

Però per ironia del destino, non unica per gli Italiani, tre anni dopo, giugno 1940, “il re, Mussolini e Badoglio e tutta la camarilla monarchico-fascista-plutocratica, partivano in guerra contro la Francia e l’Inghilterra, essi continuavano, con le armi, la criminale politica di provocazione del fascismo imperialista”, cioè amici fraterni e vent’anni dopo nemici. L’italiano sa costruire solo monumenti ai caduti.

A Castelfranco c’è una lapide nel Cimitero comunale con morti francesi…, ci sono ancora?
D.T. No. Erano stati sepolti nella parte iniziale del cimitero comunale dove ora c’è lo spiazzo in cui è situato il cippo dei marinai. Furono esumati e posti nel loro monumento di Pederobba. Nel nostro cimitero sul muro di fronte al monumento ai partigiani è presente una lapide del tempo che rimanda anche alle gesta di Bligny, nella Marna.

A.M.
Il Manifesto nella sua forte retorica raffazzonata parla di “popolo delle terre venete” e di “nostro Popolo nel mondo”, un minuscolo e un maiuscolo. Ci sono differenze fra i due “popoli”, quello veneto e quello nazionale? Il primo sarebbe minore rispetto al Popolo italiano? Qui la giunta leghista si è presa una cantonata. Che sia da avvisare i Veneti autonomisti?
L’inizio del primo paragrafo del Manifesto, riporta il logo istituito dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Struttura di Missione per gli anniversari di interesse nazionale in merito alle celebrazione della Grande Guerra, e dice che, il 4 Novembre è “Una commemorazione voluta per celebrare la vittoria nella Grande Guerra, questo è scritto nei libri di storia, ma che per noi, popolo delle terre venete, rappresenta il capitolo più tragico e drammatico del nostro recente passato che ha segnato per decenni il nostro vivere”.

Perchè c’è bisogno di giustificare una commemorazione che celebri la “vittoria nella Grande Guerra” secondo quanto riportato dai libri di storia? E non dai trattati internazionali? L’Armistizio di Villa Giusti non è forse un accordo sottoscritto dalle parti? Certo che all’epoca non c’erano gli smartphone e i social per avvisare tutti in tempo reale, così ci furono ulteriori vittime dopo il 4 novembre.

D.T.
Qui si devono scindere gli argomenti e in ordine rilevo che:
–           il logo riportato non risulta essere stato concesso dall’ufficio della Presidenza del Consiglio dei Ministri competente a seguito di una richiesta per il carattere di interesse nazionale della commemorazione pubblicizzata, questo anche dal fatto che nel sito ufficiale http://www.centenario1914-1918.it/it/la-concessione-del-logo-ufficiale  alla rubrica eventi nulla risulta;
–          le celebrazioni della Grande Guerra a parer mio, mi sembrano doverose, non solo per il fatto storico in se, ma anche per quello che hanno comportato per le genti che sono rimaste a ridosso del fronte, dove si sono consumate tragedie al più sconosciute, ma ben radicate nel vissuto tramandato, e che senza un racconto perpetuo, con il tempo si stanno affievolendo. Prima del 2015 quando è montata da ogni parte la frenesia della celebrazione, la prima guerra mondiale era solo per pochi appassionati, qualche rara scuola ti chiedeva di essere accompagnata in visita ai monumenti di Cima Grappa.
–           Il trattato di Villa Giusti è ancora oggi  un tradimento per i soldati austriaci che si sentirono abbandonati dal loro re Carlo d’Austria, accerchiato in patria dai gruppi etnici che componevano il suo impero, combattendo per la piena autonomia come nazioni e determinati a diventare indipendenti da Vienna il più presto possibile (una delle cause delle defezioni di parti importanti dell’esercito austro-ungarico). Il re li abbandonò ai loro destini con l’auspicio che fossero i più numerosi possibile fatti prigionieri per essere trattenuti in Italia al fine di evitare un’insurrezione una volta giunti in patria. Altro fatto poco chiaro è che per l’Italia l’armistizio divenne ufficiale il giorno 4 Novembre, mentre per gli austriaci immediatamente il giorno 3 di Novembre, quindi un giorno di vantaggio per accaparrarsi più territorio possibile.
–          Fu un accordo tra le parti, anche se una, quella austriaca, era sotto scacco dovuto ai disordini in casa propria e dal disfacimento dell’esercito.

A.M. Per Montanelli e Cervi, le condizioni generali dell’armistizio prevedevano che all’Italia venissero consegnati tutti i territori austriaci fissati dal patto di Londra, ma la trattativa era subordinata a quella che si teneva a Versailles e che avrebbe dato luogo all’armistizio di Compiègne. L’unico punto in discussione era pertanto la data di cessazione delle ostilità, che non era interesse italiano far entrare in vigore prima di aver occupato militarmente tutti i territori previsti dal trattato. Il mattino del 3 Novembre le truppe italiane dilagavano oltre le linee austriache mentre la delegazione austriaca raggiungeva Villa Giusti (Padova) dove il comando italiano si sarebbe più tardi accordato con von Webenau, per l’interruzione delle ostilità 24 ore dopo la firma del trattato. L’armistizio fu firmato a Villa Giusti alle 15:20, con la clausola che sarebbe entrato in vigore 24 ore dopo, alle 15:00. Solo dopo la firma il generale Weber informò che alle truppe imperiali era stato dato l’ordine di cessare i combattimenti. Chiese pertanto l’immediata cessazione delle ostilità. Il generale Badoglio rifiutò in modo netto e minacciò di proseguire le ostilità. Fu così che le armi cominciarono a tacere il giorno 4 di Novembre, verso le 4 del pomeriggio.
L’armistizio fu quindi effettivo solamente 36 ore dopo che il comando austro-ungarico aveva dato unilateralmente l’ordine di cessazione delle ostilità alle sue truppe, che peraltro non avevano alcuna intenzione di condurre operazioni di combattimento.

A.M.
Il Manifesto non cita minimamente il Secondo Conflitto Mondiale, come se non fosse esistito. “Oggi ci raccogliamo insieme non solo per rendere onore ed esprimere la nostra Infinita gratitudine a quanti hanno sacrificato la loro vita in tutte le guerre” ; “Oggi dobbiamo sentirci fieri di essere italiani, di vivere in un paese democratico che fonda le sue radici nel sacrificio di migliaia di giovani”.

Hai qualcosa da aggiungere, non trovi riduttivo?
D.T. Forse perché è il 4 di Novembre è la data per antonomasia attribuita alla Prima Guerra mondiale.
Ciò non toglie, come giustamente dici, che visto che è l’unica data dopo il 25 Aprile, a far rifletter gli Italiani, soprattutto i giovani, sui risvolti che si accompagnano alle nostre guerre volute successivamente da un avventuriero, sarebbe bene che ci si ricordasse con senso critico e non solo patriottico, di tutto quello che abbiamo imposto agli altri. Citare unicamente in generale “tutte le guerre”, è tenere le distanze, accumunare tutti in unico sudario senza perciò entrare nel merito.

A.M.
Il Manifesto, a parte tante parole che si ripetono e qualche errore di sintassi, francamente ha una narrazione ormai sorpassata dai tempi, dagli accordi internazionali, dai valori veri e non subdoli che nascondono tranelli verbali di un falso patriottismo. Rivolto a giovani e scolaresche, andava citato l’articolo 11 della Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…“, che accetta “in condizioni di parità con gli altri Stati , alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni”
Detta in soldoni, ma molto male, il terzo paragrafo del Manifesto redatto dalla Residenza Municipale usa una retorica ‘cazzara’.
“Oggi il verbo del sacrifico sventola nel pennone più alto della Patria come vessillo di valori che devono rimanere saldi in tutti noi. Sul senso di responsabilità siamo chiamati ad agire che dobbiamo completarlo con la solidarietà, una virtù che contraddistingue il nostro Popolo nel mondo”.
Innanzitutto non si capisce nell’italiano usato quale sia “il verbo del sacrificio ….come vessillo di valori”, come se per difendersi da un attacco di drone o di “missile terra-aria” che sfuggono ai controlli radar si pensi al “tricolore” e non alla propria pelle, o alla propria famiglia… e che Dio ci protegga. Come successe ai poveri nostri nonni di trovarsi in trincea con topi, fango e schegge che arrivavano dal cielo con in testa un elmetto meno robusto di una pentola.

Che ne pensi?
D.T. E’ una retorica dei tempi, il nazionalismo in Europa e in Italia tengono banco; si paventa che questa posizione sia la soluzione dei mali dovuti alla mala politica, ai legittimi interessi che sono dovuti al popolo (o ai cittadini). Cose già viste in tempi andati e che democraticamente poi hanno portato a quello che oggi è in commemorazione. La memoria corta porta inevitabilmente all’egoismo e alla prevaricazione.
Almeno il generale Cadorna a discapito poteva dire che gli avevano dato un esercito che non esisteva (vero) e che i suoi collaboratori in gran parte erano degli incapaci, come si dimostrarono sul campo.

A.M. Più che nazionalismo dannunziano io trovo casereccio. Giusto che si faccia cenno all’Unità Nazionale e alle Forze Armate però non si deve mai dimenticare che l’Italia da sola non va da nessuna parte. A periodi alterni i francesi sono stati nostri alleati nella Prima Guerra Mondiale e nemici nella Seconda, in base ai principi di “solidarietà” e “fratellanza”. In calce al testo appare la firma “Dalla Residenza Municipale”, quasi fossimo sotto assedio. Un dispaccio emanato dall’ufficio del Sindaco o del suo segretario che ha vissuto giorni d’ansia per la caduta notturna di calcinacci del soffitto. Dà l’impressione che il Manifesto tricolore del 4 Novembre 2018 celi un “presidio post bellico” di bontemponi, come i noti cantori e coristi del “Careteo”, peraltro molto apprezzati nella loro ironica narrazione teatrale.
Qualcosa non quadra, come abbiamo spiegato. L’anniversario della fine della Grande Guerra che si sottoscrisse a Villa Giusti di Mandria (Padova) ha dato l’opportunità a questa amministrazione di ricordare il fatto di cronaca, commettendo un piccolo errore temporale: “il generale giunto a supporto in Veneto dopo la disfatta di Caporetto alla guida della sua armata e deceduto in uno dei bombardamenti che ha colpito la nostra Città”.
A parte la battuta, c’è da chiarire che gli anglo-francesi non parteciparono alle battaglie dell’Isonzo. Lasciarono l’Italia sola. Arrivarono alla fine del 1917. “Come dai testi di storia”.
Il redattore ufficiale del Manifesto municipale si è dimenticato che il “supporto” militare era allargato a tante altre potenze straniere, gli americani ad esempio erano a Fanzolo, vicino villa Emo per un campo della Croce Rossa.

A. M.
Nessuno vuole togliere il merito a questa amministrazione comunale “verde-tricolore” che dopo cent’anni decide di ri-evocare una tragica morte di un esimio ufficiale. La giustificazione nel dedicargli una lapide ha sapore di propaganda nostrana che meritava un’altra forma all’insegna della “pace” e della “solidarietà”.
Che valore ha questa frase del Manifesto che la morte del generale dovrebbe “insegnare a vivere meglio il presente e costruire un futuro migliore per chi verrà dopo di noi”?
Per fortuna ormai più nessuno legge i manifesti discorsivi, altrimenti i polli si metterebbero a ridere. Mancano due passaggi importanti e di attualità.
Il primo è di carattere “diplomatico”. Saranno state avvisate le autorità francesi, il console onorario e l’Alliance Française? Dal Manifesto non sembra che ci sia un cenno “protocollare” e cerimoniale.
Il secondo non tiene conto che il Consiglio della Regione Veneto ha votato all’unanimità “Veneto terra di Pace” e che oggi “sabato 3 novembre alle ore 12:30, in Villa Giusti a Padova (località Mandria), sarà presente alla sottoscrizione del documento che dichiara il Veneto “Terra di Pace”, insieme all’assessore regionale alla cultura Cristiano Corazzari, anche il Ministro per gli affari regionali e le autonomie, Erika Stefani. Alla firma della dichiarazione, che sarà inviata agli Stati che hanno combattuto nella prima guerra mondiale, sono state invitate le Università venete, l’ANCI, i Comuni capoluogo di Provincia e la Conferenza Episcopale del Triveneto.

Che ne pensi?
D.T. La cosa è un po’ più complessa.
I francesi e gli inglesi accorsero subito dopo Caporetto, ma si acquartierarono molto lontano dal Piave (tra Verona e Brescia) e attesero l’assestamento dell’esercito italiano sulla nuova linea, per non farsi coinvolgere in altre ritirate ed evitare la contaminazione dalle idee disfattiste presenti in qualche frangia dell’esercito italiano in ritirata.
I francesi posero successivamente il loro quartier generale a Castelfranco  (Decima Armata) e quindi rispetto agli inglesi ebbero una parte più importante nella convivenza con i nostri concittadini. Si veda la destinazione di una parte del nostro cimitero per le sepolture dei loro soldati. Le popolazioni erano già coinvolte nella guerra, fin dal 1915, diventano retrovia sotto la legislazione che le accomuna al territorio di guerra e quindi sotto giurisdizione militare e non più civile.
Per la cerimonia in discussione, mi sarei aspettato che per il generale Lizé, senza nulla togliere agli altri attori, si fosse chiamato un famigliare, che so magari il console francese, il sindaco del paese di Angers, questo per dar risalto alla commemorazione e caratterizzarla nel suo giusto valore con un legame di riconoscenza reciproca.
Se fosse stato ben organizzato, avrebbe potuto diventare un qualcosa che risaltava anche a livello nazionale, distinguendo l’avvenimento di una veste che va oltre i limiti cittadini. Nel tempo in cui tutti parlano di turismo, questo poteva diventare motivo di battage pubblicitario per invogliare qualche francese a visitare la nostra città, complice anche il territorio in cui i fatti della Grande Guerra possono essere ancora vissuti tramite le visite nei luoghi recuperati, di cui il nostro territorio abbonda. Non solo di Giorgione si vive.
Mi ricordo che negli anni della scuola, il francese era la lingua d’obbligo, Castelfranco Veneto allora si era gemellata con il paese francese di Les Andelys, quindi questo connubio italo-francese era già stato seminato, perché non riesumarlo complice la targa da posare?
Certamente un generale non è più importante dei cittadini inermi, la differenza sta che il primo trova lustro e risalto nella morte, per gli altri la morte è un fatto quasi scontato e forse dovuto.
Per concludere una riflessione, il comportamento della Francia nei nostri riguardi non è mai stato rispettoso delle nostre aspirazioni, siamo stati visti sempre come dei concorrenti che volevano togliere spazio e quindi limitare i loro interessi, da ciò si veda il trattato di Versailles dove non ci furono concesse la Dalmazia e Fiume e i possedimenti tedeschi furono spartiti tra la Francia e l’Inghilterra. Le nostre aspirazioni africane sull’Abissinia furono negate; la Francia inoltre non vedeva di buon occhio una Dalmazia italiana poiché avrebbe consentito all’Italia di controllare i traffici provenienti dal Danubio. Il risultato fu che le potenze dell’Intesa alleate dell’Italia opposero un rifiuto e ritrattarono parte di quanto promesso nel 1915.

A.M. Un’ultima questione. In questa cerimonia non si parla di uso di armi di distruzione di massa, eppure un cenno non sarebbe stato banale. “Umanizzare” la guerra sembra un paradosso per la festa delle Forze Armate. L’uso della chimica a Cima Grappa fu ripetuto più volte?

D.T.
A riguardo dei gas da te citati, per una annotazione storica, Fritz Haber tedesco, fu il fautore dell’impiego dei gas nei campi di battaglia. Le sue ricerche hanno reso possibile l’uso dei gas tossici come l’iprite e il fosgene come armi di distruzione di massa, durante la prima guerra mondiale. Dopo la prima guerra mondiale, Haber fu incriminato come criminale di guerra a causa della violazione delle convenzione dell’Aja e fuggì temporaneamente in Svizzera, ma ciò non gli impedì di ricevere il premio Nobel per la chimica nel 1918 con la motivazione “per la sintesi dell’ammoniaca dai suoi elementi. Nel periodo fra le due guerre mondiali Haber si interessò di insetticidi e mise a punto il procedimento per la sintesi dell’acido cianidrico, denominato commercialmente Zyklon B, che era destinato in origine alla disinfestazione di pidocchi ed altri parassiti e che fu poi utilizzato per uccidere i prigionieri dei campi di sterminio nazisti.

Il cartone di Guernica, realizzato da Pablo Picasso e raffigurante la sua opera capolavoro da cui è nato l’arazzo commissionato da Nelson Rockefeller ed esposto all’Onu, arriva a Padova al Museo Della Terza Armata, che presenta cimeli della Prima Guerra Mondiale. In un momento di ricordo della fine di un periodo di tragedia e dell’inizio di una nuova fase di speranza, accaduto cento anni fa, il Guernica ci aiuta a ricordare tutti gli orrori che una guerra porta con sé. Per qualche giorno è esposto a Villa Giusti assieme ai fogli dell’Armistizio firmati dalle autorità militari italo.-austriache.

VENETO TERRA DI PACE. Legge regionale 25 ottobre 2018 n. 35
4 novembre 2018: GIORNATA DELL’UNITÀ NAZIONALE E DELLE FORZE ARMATE. Una targa ricordo per il Generale Lucien Zacharie Mairie Lizé
deceduto a seguito del bombardamento aereo del 4 Gennaio 1918 in piazza Giorgione. Curiosità e lacune del testo emanato dalla Residenza municipale 

Le trame di Giorgione: la Scuola in primo piano. Top secret per il “Terzo” Giorgione

Le trame di Giorgione. Atto numero due: vanno in scena 215 ragazzi delle superiori come guide e promotori turistici, nell’ambito del programma Scuola Alternanza Lavoro della Legge 107 del 13 luglio 2015 da due anni in vigore, detta della “Buona Scuola”, voluta dal primo Governo Renzi caduto dopo il 4 dicembre e risorto al Lingotto come segretario del Pd. La mostra aprirà i battenti il 27 ottobre fino al 4 marzo dell’anno dopo.

Castelfranco Veneto sarebbe la prima città non capoluogo d’Italia a distinguersi nell’applicare questa nuova sfida che dovrebbe nel tempo consolidarsi in altri settori: cioè il coinvolgimento dei liceali in progetti praticabili e “spendibili” nel territorio di appartenenza. Castelfranco conta ben diecimila iscritti nelle scuole di tutti i tipi (l’Università di Padova ha da poco aperto un centro studi e ricerca su piante monumentali). Un paese nel paese. “E’ un salto di qualità – precisa l’assessore prof. Franco Pivotti – il coinvolgimento attivo delle scuole castellane. Con questa esperienza saranno loro gli attori principali in una dimensione regionale e nazionale con il sostegno dell’USR, di cui è a capo la d.ssa Daniela Beltrame, che promuoverà un legame culturale tra una scuola e un’opera in mostra. Capofila saranno il Liceo Artistico con l’Istituto d’Arte Piero Selvatico di Padova, che si presteranno per una sfilata di moda nella Città del Santo (progettazione del design della moda, ndr.). Scuola e Cultura alla ricerca dello spazio fisico e poter esprimere le proprie potenzialità.”
Un’occasione che è stata studiata apposta per sviluppare un’idea di Danila Dal Pos e Giorgio Pia, noti architetto e ingegnere, che vedrà un itinerario espositivo sull’arte del tessuto e del costume attraverso la storia del ritratto che si inaugurerà venerdì 27 ottobre, cinque giorni dopo che i Veneti si saranno espressi per l’Autonomia del Veneto (domenica 22 ottobre).
Capolavori scelti saranno esposti nel Museo Casa Giorgione, nel Duomo e in altri specifici luoghi del centro storico assieme a costumi d’epoca e a tessuti originali, conservati in prestigiosi musei (di Brescia, Roma, Milano, Bassano del Grappa, Mocenigo, Fortuny e tanti altri). Un unicum suddiviso per temi ed epoche allo scopo di insegnare, spiegare, confrontare l’iconografia di opere dei grandi maestri veneti tra il Quattrocento e il Settecento, attorno al tema del ritratto ed in particolare dei tessuti con i quali i personaggi rappresentati (alcuni conosciutissimi) scelsero di farsi immortalare. Il ritratto era il loro status symbol, il vestito la loro anima. A volte un frutto in mano o un libercolo in primo piano potevano essere una risposta all’emblematico Giorgione. L’abbiamo visto nella mostra di Pietro Bembo (Monte di Pietà) a Padova o in quella dedicata all’Orlando Furioso a Ferrara (Palazzo dei Diamanti).
Accanto a questi “ritratti singoli o di gruppi” di artisti quali Giovanni Bonconsiglio, Pier Maria Pennacchi, Vincenzo Catena, Francesco Bissolo, Giovanni Cariani, Tiziano Vecellio, Lorenzo Lotto, Andrea Previstali, Bartolomeo Veneto, Bernanrdo Licinio, Domenico Capriolo, Jacopo Bassano, Giorgio Da Castelfranco e Paolo Veronese, la curatrice Danila Dal Pos affiancherà costumi e frammenti di tessuti di altissima qualità, grazie a prestiti della Luigi Bevilacqua e della Fondazione Rubelli di Venezia. Ma ci saranno anche i telai e gli arnesi “storici” oltre ad una collezione che ricorda il coinvolgimento diretto di Carlo Scarpa nella Tessoria Asolana e di altre sorprendenti rivelazioni che solo pochi conoscono: gli arazzi della Bonfanti di Mussolente, il tartan della Paoletti di Follina, le sete della Serica 1870 sempre di Follina e i tessuti della “fabbrica lenta” di Bonottto di Vicenza. Poi ci saranno le sontuose vesti dismesse dalle grandi dame che venivano trasformate dalle mani di suore cucitrici esperte in piviali, pianete ed altri indumenti per i sacerdoti. Un intreccio tra sacro e profano, in quanto il vestiario liturgico dei preti è sempre stato per vocazione al “femminile”. Una tradizione che ha le sue radici nelle antiche civiltà. Lo stile però rimarrà invariato dal Settecento fino al Novecento in cui nascono e proliferano fuori d’Italia nuove scuole, specialmente laddove prendeva forma un artigianato artistico che nell’era dell’opera d’arte totale cominciava a svilupparsi (Jugendstil, Liberty, Tiffany, Art Nouveau). Che erroneamente il cardinale Giuseppe Sarto considerava “la fede cattolica avversa al progresso, nemica dell’arte e delle scienze” ma rilanciò assieme alla contessa Adriana Zon-Marcello l’arte secolare del merletto buranese che stava ormai per scomparire.
Come dicevamo, sono gli studenti i nuovi protagonisti di questa mostra sulla storia del costume e del tessuto che ha già trovato il patrocinio di istituzioni quali il Presidente della Repubblica, il Mibac, l’USR, la Regione Veneto, la Provincia di Treviso, il Comune di Castelfranco Veneto, i quindici musei prestatori…..e il sostegno finanziario di Rotary Club Castelfranco-Asolo e dei vari soggetti economici e produttivi della Castellana. Un turismo non solo di fine settimana ma programmato e diluito nell’arco di ben quattro mesi con laboratori didattici, eventi e manifestazioni rivolte al coinvolgimento della società.
Top secret per il “terzo” Giorgione, un ritratto ambitissimo che dovrebbe arrivare da Roma. Caccia al tesoro dunque per gli esperti della notizia.
L’idea di coinvolgere la scuola superiore, approfittando dell’Alternanza Scuola Lavoro, non è certamente nuova, anche se qualcuno crede di essere il primo in Italia. Ci si aspetta dunque “sì volontariato (puro) ma professionalità garantita da formatori che conoscono il mestiere” (Dal Pos). “Per gli studenti sarà un’occasione di sentirsi consapevoli e di saper lavorare in squadra” (Marchetti). “Un importante nuovo progetto partecipato che vedrà il mondo giovanile unirsi” (sindaco Marcon).
Se per Castelfranco sarebbe la prima volta, per il FAI invece è da tempo che mette in campo giovani liceali e universitari come accompagnatori e “custodi” di siti architettonici prestigiosi (le ville venete), aggiungendovi eventi culturali (spettacoli, appuntamenti eno-gastronomici).
Due le categorie di giovani che si confronteranno: un centinaio come “guide” o “accompagnatori” di turisti che verranno a visitare la mostra dislocata in varie sedi (da Casa Giorgione a Casa Barbarella, Casa Costanzo, Torre Civica, Teatro Accademico, Studiolo in vicolo dei Vetri); ed un altro centinaio che si metterà in gioco con la produzione del miglior videoclip o di altri prodotti digitali sulla mostra. Per questa seconda categoria sono in palio tre premi in denaro (€2000, €1500, €1000). Ci sono indirizzi nei vari istituti castellani che hanno nei loro programmi scolastici “il digitale”, inteso come produzione e realizzazione di video. L’Istituto Maffioli collaborerà nell’arte culinaria, il Galilei e il Rosselli nei video, il Martini e il Liceo Giorgione nella promozione turistica…
Ebbene, per la prima volta nella storia di Castelfranco Veneto avremo finalmente una dimostrazione che la Scuola non è un corpo a se stante ma vivo “con l’oro nelle mani”, come si direbbe in francese (J. Belhumeur). Abbiamo l’oro nelle mani!
Non trame di Giorgione, ma l’oro di Giorgione da Castelfranco a Venezia per ricordarci che siamo lagunari anche noi e non terragni.

Castelfranco Veneto: Liceo Musicale Giorgione. Nuove aule con laboratori

dal-sass-e-bandiera-del-leonOre 12,15 minuti, sotto un nuovo Sole dopo la nevicata di venerdì notte, Franco Pivotti, Stefano Marcon, Franco De Vincenzis e Gianfranco Giovine al rush finale, in gergo: taglio del nastro tricolore, per nuove aule della Sarto che completano l’offerta formativa didattica del Liceo Musicale e Coreutico Giorgione. Il cortile gremito di ragazzi, qualche genitore e molti insegnanti è stato finalmente teatro dell’inaugurazione ufficiale in pompa magna. Mancava il prete che ormai per motivi geo-politici del ventunesimo secolo non si fa più vedere, onde evitare mal di pancia a chi professa altre credenze. Il mondo è cambiato. Discorsi e dichiarazioni, cimg0013distinguo e suggerimenti sono stati comunque registrati dai vari cronisti accorsi fin quassù, a 46mt. sul livello del mare. Ottimo il servizio di cronaca di Elia Cavarzan che ha sviluppato su un’intera pagina di La Tribuna, per la precisione la 25esima, i fatti salienti dell’evento con le foto dell’onnipresente Daniele Macca. Quattro foto che immortalano l’ufficialità del traguardo raggiunto dopo anni di traslochi, battaglie in incontri, carte bollate scritte, lettere protocollate, mail, iniziati con il precedente dirigente scolastico Giuseppe Ceccon, l’ex sindaco Luciano Dussin e Leonardo Muraro, ex presidente della provincia ed esponente di punta di Razza Piave (flop). Gli spazi inaugurati consistono in due salette da concerto e altre due classi funzionali alla realizzazione dei laboratori musicali classici e del nuovissimo laboratorio di musica elettronica che sarà sistemato in questi nuovi ambienti. Mancavano. I dieci anni trascorsi senza questi spazi le famiglie han dovuto accontentarsi oppure a tutti andava bene così? “Il problema principale in Italia è la “componente” genitoriale che non è presa in considerazione. I quattro rappresentanti nel consiglio d’istituto sono spesso superficiali o hanno la tendenza di agire per pro domo loro” – ci precisa un genitore ex rappresentante – “con la brutta abitudine di starsene quatti, quatti seduti attorno ad un tavolo e staccati dal resto della comunità”. Dalle carte bollate alla raccolta firme, dalle conferenze stampa alle barricate, il Liceo Musicale ha raccolto un album zeppo di testimonianze. Però dal 14 gennaio, dedicato a san Felice, ci si assegna al virtuosismo di Giovanni Andrea Zanon che “si è esibito davanti al pubblico, confermando l’eccellenza musicale che sta crescendo all’ombra delle mura” – conclude Elia Cavarzan. Cioè che cosa significa? Significa che siamo nelle sue mani anzi nelle mani di questi giovani che possono dimostrare al mondo intero che il Liceo Musicale è una scuola professionale, non teorica come per gli altri indirizzi. Pane e Musica. Attenzione dunque che si rischia di aggravare una situazione già di per sé ibrida. Il dibattito è aperto. Castelfranco deve lavorare per attrezzarsi di strutture idonee, creando un polo attorno al liceo musicale e alla nuova sede del conservatorio Steffani (in via Riccati). “Fare di Castelfranco un centro riconosciuto per la formazione dei musicisti trevigiani e non solo…”, “l’amministrazione sta realizzando per ricevere altri finanziamenti al fine di dare vita a una nuova sede per il conservatorio, l’unico di tutta la provincia e capace di attirare in città studenti da tutto il mondo” – (Stefano Marcon)

zanon-dal-sassChiediamo al prof. Marco Dal Sass che ha una lunga esperienza, anzi oltre a Castelfranco va e viene da Trento, quali sono le cose che non vanno, cioè le criticità? Siamo in uno standard decente al Musicale del Giorgione? Quali sarebbero le cose a suo avviso da migliorare?
Riguardo ai locali, vedendo ad esempio il Liceo Musicale di Trento (annesso al Conservatorio, dove insegno), sarebbe necessaria una mensa, aule studio dove i ragazzi potessero sfruttare i tempi morti di attesa delle lezioni pomeridiane. Aule insonorizzate, fattore indispensabile per poter svolgere in maniera serena e pulita le lezioni.
Connessione internet significativa per poter ad esempio potersi collegare a You tube e far ascoltare e vedere e commentare esecuzioni di brani di interesse dell’allievo.
Avere una vera sala dove poter effettuare saggi e concerti con almeno 60/80 posti a sedere.

L’avvenire del Musicale per Castelfranco “città d’arte e di musica” aprirebbe molte strade ed un’immagine che potrebbe catalizzare molte più risorse. Come dobbiamo muoverci?
Fermo restando che l’ immagine e la presenza dell’ Istituto si costruisce in molti anni di buon lavoro, si deve investire sulla comunicazione.

cimg0029Anche una connessione con le realtà produttive del territorio che spesso hanno una loro sala riunioni /conferenze interna. Lì si potrebbero portare e far conoscere i nostri “prodotti” musicali e come contropartita ottenere sponsorizzazioni anche in forma di borse di studio per ragazzi meritevoli per impegno e talento.
Sicuramente bisogna creare e sviluppare una fattiva collaborazione con il Conservatorio in modo tale che il Liceo diventi la naturale filiera per il Conservatorio stesso.
Però qui il discorso è complesso perché il Liceo, in quanto “musicale”, dovrebbe essere altamente formativo e caratterizzante dal punto di vista musicale. Intendo dire che le materie musicali dovrebbero avere assolutamente maggior peso rispetto alle materie tradizionali che viceversa dovrebbero essere modulare in maniera tale da poter lasciare più tempo e respiro agli studenti (gran parte di essi provengono da comuni distanti oltre i 25 km da Castelfranco con notevole dispendio di tempo). Infatti, facendo un discorso più generale, ritengo che il Liceo Musicale sia il segmento scolastico immediatamente precedente al Conservatorio e debba avere un obbligo formativo dal punto di vista musicale di tutto rispetto. Succede invece che i docenti delle materie tradizionali (troppe e con troppe ore) considerino la dicitura Liceo Musicale in maniera tale da privilegiare l’aspetto liceale, “prima di tutto è un Liceo”, questo è il loro motto.
Da qui si possono fare alcune considerazioni. La prima che mi viene in mente è che per fare una carriera musicale/concertistica significativa (che possa quindi divenire una vera professione) un ragazzo deve arrivare a 18 anni con un bagaglio tecnico e di repertorio significativo. Intendo dire che se vogliamo essere competitivi in questo settore con gli standard europei (paesi del nord ma anche con Slovenia, Ungheria, Croazia etc) e mondiali, si deve cambiare registro. A 18 anni un musicista deve essere formato e deve essere già in grado di poter partecipare a Concorsi nazionali ed internazionali, poter confrontarsi con i coetanei, almeno europei. In Italia chi emerge lo fa quasi sempre grazie a libera iniziativa, disponibilità finanziarie della famiglia etc ma non grazie alle agenzie scolastiche nazionali.

miatello-zanon-dalsassQuindi, un ragazzo non deve essere messo nelle condizioni di poter studiare seriamente (almeno in termini di ore di studio) quando finisce il liceo. A 18 anni dovrebbe già aver raggiunto quasi il traguardo. La carriera musicale sarebbe compromessa se questo non avvenisse. Lo studio dello strumento non è come lo studio delle altre materie, deve iniziare presto, con docenti qualificati, deve avere un grande supporto delle istituzioni. Deve quindi essere alimentato costantemente con i giusti stimoli e con adeguata passione.
Insisto su questo aspetto perché tutto ciò ha anche una ricaduta di immagine del Liceo ( non solo del nostro) infatti “Accade che molti dei ragazzi che ci tengono molto allo strumento e alla loro formazione musicale, non vedono l’ora di uscire dal Liceo per poter finalmente avere tempo di studiare lo strumento. Escono esasperati e dichiarano che non potranno fare una buona pubblicità al liceo musicale a chi chiedesse loro informazioni. Credo che il passaparola sia la migliore pubblicità specie quella fatta da chi ha provato in prima persona una scuola come un qualsiasi prodotto.

2-zanon-lizza-de-vinvenzisIl Musicale ha esattamente dieci anni forse al ventesimo di questo secolo avremo anche il conservatorio dentro l’ex Giorgione di borgo Treviso (che ci impiegò la bellezza di settant’anni per essere costruito – come scuola elementare e media – dall’Unità d’Italia per arrivare ai primi del Novecento. Come unire le forze per arrivare al traguardo di un Liceo Musicale Coreutico forse all’ex Maria Assunta?
Ribadisco quanto detto sopra, ad ogni modo, credo che al traguardo si arrivi con una comunione d’ intenti e strutturando il curriculum verticale in maniera collegiale tra i vari segmenti formativi.