Francesco Revedin, una biografia “scolorita” da Aldo Marchetti

Capita spesso tra storie vere e narrate in forma blanda che il lettore ignaro non se ne accorga. I Revedin di Castelfranco hanno avuto un ruolo politico, istituzionale e culturale che nessuno mette in dubbio. Da Venezia o da Ferrara quando hanno potuto investire sulle campagne tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento si trasformarono in boss locali, in nuovi baroni senza averne il titolo nobiliare ormai decaduto. Provengono da famiglie che si sono arricchite con il commercio e i prestiti bancari. Salutano i nuovi arrivati francesi portatori di una nuova struttura burocratica che espropria ingenti proprietà terriere di conventi, chiese, istituzioni “parallele”, poi scomparsa e rifondata dai più “moderni” e “meticolosi” austriaci che intendono costruire una “monarchia federalista” dando spazio e libertà ai “podestà”, purchè siano dei bravi esattori fiscali e mantengano l’ordine pubblico. Una cultura monarchica che vede il nuovo ricco che diventa sempre più ricco e lontano anni luce dai suoi villici sempre più poveri. In mezzo secolo di regime antidemocratico, autoritario, classista e furbescamente sostenuto dal clero, i Revedin, come molti altri nel Veneto, raggiungono l’apice della notorietà e se non bastasse dell’opulenza. Palazzi con centinaia di stanze, stalle, magazzini, soffitte, cucine, saloni, parchi da venti ettari recintati e ben ordinati all’ “inglese” romantico (sic) e non alla veneziana o versaillese (giardini ricamati con bussi, rose, alberelli), ma con laghetti, ruscelli, montagnole, torrette e per finire una cavallerizza incavata, fanno sì che questi siano i nuovi signori, i nuovi padroni, i nuovi quaglioni. Non sono mai stati ex poveri, come il benedetto Eugenio Scalfari, fondatore di Repubblica, insinua nel suo ultimo libretto di poesie (L’ora del blu) che la ruota è sempre la stessa: i poveri di una volta diventano ricchi e viceversa. I Revedin come i Comello, i Cittadella Vigodarzere, i Di Broglio, i Grimani, i Gritti, i Rinaldi e via discorrendo non sono mai stati “poveri”. Dunque la diagnosi socio-politica del vegliardo filo comunista, lui che chiudeva un occhio se il PCI era tutto pane e Mosca, ora democratico renziano, va a farsi friggere.
Passando in rassegna i vari blog che parlano dei Revedin di Castelfranco ci è capitato questo del dottor Angelo Aldo Marchetti che ne ha curato la stesura negli anni precedenti alla sua scomparsa, quasi che volesse anche lui lasciare un testamento, un memoriale cui si è sentito particolarmente vicino per personaggi e fatti accaduti nel secolo Ventesimo, non certo quello dell’Unità d’Italia risalente ad un secolo e mezzo prima. L’educazione scolastica del narratore proviene da istituto tecnico per ragionieri e non si sa come abbia conseguito la laurea in economia durante gli ultimi anni d guerra. Di provenienza da Resana dove la famiglia teneva un magazzino di generi alimentari all’ingrosso (la loro grande risorsa in cui i generi di prima necessità hanno fatto guadagnare ai commercianti lauti guadagni per la crescente fascia dei consumatori e l’inevitabile inflazione monetaria – galoppante in Italia) i “fratelli Marchetti” sempre uniti si lanciarono nella scalata della Banca popolare, facendo squadra. Li precedeva Rinaldi, un boss che ha durato 24 anni nella presidenza.
Dividendosi i pacchetti “azionari” (quote ad personam) e con qualche altro amico sono riusciti a far convergere le loro mire sulla poltrona della presidenza che vi rimarrà per quasi tre decenni (tra vice e presidente). Da commercianti all’ingrosso ch’erano, diventeranno banchieri e politici: Aldo, banchiere della popolare e Bruno, avvocato mai praticato, consigliere e primo presidente del Consiglio Regionale del Veneto: socialista demicheliano-craxiano poi con gli scandali di Tangentopoli confluirà nel nuovo partito democratico dalemiano e sarà anche sindaco di Castelfranco con i cattolici sotenuti da mons. Cusinato. Aldo è anche nel Rotary club, non pratica il tennis e non ama la barca a Jesolo. Ama la tranquillità e l’arte. Insomma siamo di fronte ad una dinastia, quella dei “fratelli Marchetti” che però si estinguerà con i due artefici che per sfortuna finisce anche male: la gloriosa banca popolare, inventata da Wollemborg e dal Luzzatti, sarà venduta a quella più grande del signor coltivatore diretto Zonin, miliardario e palazzinaro che finirà come tutti sappiamo nelle aule del tribunale per bancarotta. Ma quello che dispiace, oltre ad aver imbrogliato i suoi “obbligazionisti”, è di aver venduto anche il patrimonio storico-culturale-artistico che la Popolare castellana era riuscita a mettere assieme durante un secolo. Ora piangono tutti perchè il patrimonio storico-artistico non tornerà ed il sognato museo on si farà mai più. Il buco accanto al Duomo rimane a perenne memoria come se causato da una bomba dell’ultima guerra. Lo Zonin, non ancora con un mandato di cattura internazionale, si sposta da una tenuta all’altra e manda avanti i suoi avvocati per le scabrose controversie. L’ultima volta che abbiamo visto in Teatro Accademico il dr. Marchetti assieme al cav. Zonin è stato per la presentazione del libro sulla Pala di Giorgione, edito da Pozzetto. Per inciso il dr. Marchetti passerebbe da filantropo, quale appunto per il sostegno di pubblicazioni, convegni, serate a Teatro, tuttavia le sponsorizzazioni andavano a decurtare le tasse sul capitale, essendo una banca che doveva sempre reinvestire i suoi utili come le cooperative. Non si capisce come una popolare vicentina che a dismisura si è allargata a macchia d’olio ad un certo punto invece di fare gli interessi dei piccoli risparmiatori abbia concesso capitali e agevolazioni a falsi industrialotti, palazzinari, mercanti. Una mafia bancaria se vogliamo pensarla dalla parte di chi ci ha rimesso, una manna per tutti gli altri approfittatori. Anche da una piccola banca che poteva essere la Popolare di Castelfranco Veneto c’è chi ha guadagnato parecchio.

Riprendendo i paragrafi in corsivo narrati dal dr. Aldo Marchetti, faranno seguito i nostri in neretto che discordano ed una terza versione della prof.ssa Pratesi, ricavata da un suo libretto venuto alla luce nella biblioteca municipale di Padova. A

LA FAMIGLIA REVEDIN

Fino all’inizio dell’ottocento nel terreno dove ora sorge la grande casa ed il suo parco, esisteva uno splendido giardino, detto del Paradiso, che con un ampio viale partiva all’altezza del Borgo Asolo, affiancato da alberi alternati a statue e giungeva vicino al Borgo Treviso dove sorgevano due secentesche ville gemelle create dallo Scamozzi. Il tutto era proprietà di un ramo della grande ed antica famiglia Cornaro (o Cornér) che aveva dato 4 dogi a Venezia e una regina a Cipro. Anche questa famiglia, come altre del patriziato veneziano, dopo la caduta della repubblica (1797), per varie concause, stava entrando in una grave crisi finanziaria.

Lacuna storica: le famiglie del patriziato veneziano decaddero con il dissolversi della Serenissima Repubblica e l’instaurazione del nuovo regime giuridico napoleonico che confiscava beni e proprietà al clero e al patriziato, ormai da secoli inattivi o semplicemente improduttivi.  La nuova burocrazia veniva finalmente riorganizzata con forme moderne di diritto pubblico e con un codice civile che ancora oggi siamo tributari. Aldo di tutto questo non lo poteva sapere per una formazione scolastica assai deficitaria, come per il resto della nuova classe dirigente di provincia.  Il primo censimento nel Veneto fu eseguito dai francesi.

Nel 1803 questa proprietà venne affittata (la parola esatta non è “affittanza” ma “conduzione a termine”) ad un certo Leopoldo Verizzo, accettando che venissero abbattute le due ville già in grave declino e distrutto il giardino che venne trasformato in area coltivabile. (L’abbattimento delle due ville era dovuto onde evitare di pagare imposte sugli immobili, come lo fu per villa Soranza del 1818 che i nob. Vendramin decisero di compiere. Poi Balbi salvò un centinaio di frammenti degli affreschi venduti a Londra dal bassanese Gasparini)

Restarono in piedi solo le due file di statue, quasi a ricordare la passata grandezza, ed una fattoria che sorgeva lungo il Borgo Treviso. Nel 1808, dopo la morte del marito Nicolò Cornér Giustinian (1807), la vedova Marina Pisani decise di vendere, per l’estinzione dei debiti (tasse di successione!), questa ed altre proprietà ai fratelli Antonio e Francesco Revedin.
Chi erano questi Revedin? “oriunda dal Veneto, questa famiglia servì per lunghi anni la Repubblica in vari uffici e diede parecchi capitani delle galee, talchè, in premio delle sue benemerenze ottenne il titolo comitale il 1° marzo 1755 (trasmissibile a tutti i maschi) e fu iscritta nel libro Aureo dei Titoli.
A noi risulta che i Revedin erano mercanti e che due di loro si trasferirono a Padova e a Ferrara dove possedevano vasti terreni comperati “con una cicca di tabacco”. 

Con sovrana risoluzione di S.M.I.R.A. del 13 aprile 1829 vennero confermati nell’avita nobiltà e nel titolo comitale Angelo, Giovanni, Antonio, Francesco, giacomo e Marco.” (2) Certamente era anche una famiglia di grandi possibilità finanziarie che, facilitata dalla decadenza di alcune famiglie del patriziato veneto, poteva acquistare a poco prezzo grandi proprietà.

CONTE FRANCESCO REVEDIN (1811-1869)
Nel secondo decennio dell’ottocento il conte Francesco Revedin, figlio di Antonio e nipote di Francesco, acquista altre proprietà nel nostro territorio (da chi?) e decide di stabilirsi a Castelfranco e costruirvi la sua dimora.
A quanto pare suo fratello preferisce rimanere tra Padova e Ferrara.

Nel 1850 sposa la nob. Teresa dei conti Comello, proprietari della villa di Mottinello di Rossano Veneto.

Errore madornale: la nobile Teresina Comello è figlia di Valentino che abita a Galliera, dove nacque nel 1832, mentre suo fratello Angelo in quella di Mottinello (Rossano). I Comello sono assai ricchi per acquistare le immense proprietà tra Galliera, San Martino di Lupari, Onara, Tombolo e Rossano Veneto, in parte coltivale e in altre tenute per pascoli e boschi. Sono i Comello che faranno lavori di ampliamento delle due dimore e dei relativi parchi “romantici all’inglese”. Teresina Comello ha diciotto anni quando sale sull’altare della chiesa di Galliera per sposare il quarantanovenne Francesco Revedin! Che coppia. A vederlo nella foto di profilo con il suo pancione, il baffo mezzo ussaro e mezzo trevisan, non sembra un fusto di uomo. Povera ragazza. Ma poi sembra che avesse il difetto di avere sempre sonno, come la descrive Ippolito Nievo e Arnoldo Fusinato (contessina sonnacchosa, che russa).        

Con la costruzione della grande casa di borgo Treviso comincia un periodo che durerà un secolo durante il quale la famiglia Revedin e le famiglie Rinaldi e Bolasco ad essa subentrate – sempre per successione – avranno una tale importanza nella vita politica ed economica di Castelfranco Veneto proprio anche in virtù del prestigio sociale derivante dall’imponente dimora. Francesco Revedin per il progetto della sua abitazione interpella nel 1852 l’architetto veneziano Gianbattista Meduna, che completerà il progetto nel 1853, mentre la fine effettiva dei lavori avrà luogo all’inizio del 1865. Per la sua dimora inizia nel 1852 una prima sistemazione del grande parco (80.000 mq) che verrà poi completato all’inglese dai suoi successori Rinaldi alla fine degli anni settanta. Fece però costruire subito, nella parte più a nord del parco, un anfiteatro da lui utilizzato come cavallerizza per l’addestramento dei suoi amati cavalli, progettato dal francese Marc Guignon. l’anfiteatro venne ornato attorno con le statue secentesche, in gran parte dello scultore vicentino Orazio Marinali, che prima erano poste lungo il gran viale del giardino detto del Paradiso. I due monumentali cavalli, già all’inizio del viale del Paradiso, vennero ora posti davanti all’anfiteatro. Fece anche costruire un secondo grande cortile per immagazzinare i prodotti agricoli delle sue proprietà.Le sale del palazzo saranno aperte per la prima volta per il ballo di gala del 26 aprile 1865, dato al ritorno da un viaggio fatto assieme alla moglie a Vienna, dove erano stati ospiti della corte imperiale. Francesco Revedin era infatti Ciambellano di Corte, aiutante di campo di Sua Maestà Imperiale, Capitano degli Ussari e Podestà di Castelfranco durante il periodo del dominio austriaco.

La scelta dell’arch. Meduna proviene per la frequentazione con i Comello di Galliera che già gli avevano commissionato alcuni lavori e il riordino del loro parco. Il Meduna fu l’incaricato dagli Austriaci a costruire il ponte della ferrovia tra Mestre e l’isola di Venezia e il restauro della Fenice. Porterà a Castelfranco il pittore frescante Giacomo Casa, lo stesso del Caffé Florian e delle sale apollinee del Teatro la Fenice, andate distrutte per un incendio.
Un altro elemento storico che non appare nel blog del dr. Aldo Marchetti è la storia dei due fratelli Comello, Valentino e Angelo, insurrezionali che pagarono con il carcere, la fuga e le pesanti sanzioni per essersi messi contro il regime austro-ungarico (1848-49). “Il sedicesimo” o “grasso borghese in trentaduesimo” come lo avrebbe chiamato Ferruccio Macola non conosce la storia dei patrioti Comello e della signora Montalban, anch’essa arrestata per cospirazione e propaganda “cavouriana”. 
Purtroppo le fonti del “sedicesimo” sono di secondo o terzo grado, mai è andato o ha pagato qualcuno che facesse chiarezza su questo strano matrimonio tra due individui che li accomunava solo “la grandezza terriera” e non certo l’ideologia pro o contro lo straniero. Un Revedin ussaro, ciambellano, podestà sempre in crescita e persino deputato lui, e i suoi pro nipoti che da medi possidenti si trasformano in “bancari”, molto diverso dal Comello che si estingue con la Teresina, sonnacchiosa contessina che russa.  Revedin è tutto per l’Austria, mangia krauti, patate e wurstel e Comello per la Repubblica…Serenissima, più vicino al Cattaneo che al Manin, mangia le fritturine miste e le seppioline nere con la polenta bianca.
Per ultimo, il giardino di 80.000 mq non è un parco “all’inglese” come i poveri ignoranti di cultura paesistica vanno definendo in libri e guide locali. Il parco Bolasco di borgo Treviso, tagliato a metà dall’ospedale,  fu disegnato dal Negrin di Vicenza che aveva ben altre ispirazioni, molto italiche per alberi esotici, spazi verdi contenuti ed una recinzione che è tipica della fortezza. In Inghilterra le recinzioni sono interdette e i pioppi per nascondere la visuale non esistono.
Già che ci siamo, la palizzata di travi della ferrovia messa dal sindaco Sartor (a nord) e il muro di cinta lungo borgo Treviso che restringe il marciapiedi (appena 50 cm) a discapito dei pedoni sono lo specchio di una elite che ha fatto gli affari propri.

Ottenne anche dall’imperatore il 6 giugno 1861 un diploma con stemma che elevava Castelfranco al rango di Città con Congregazione Municipale.

La patente era giustificata per dare pieni poteri locali al Revedin, cioè podestà di città e non uno qualsiasi, che significava esattore di imposte, guardia militare, reclutamento soldati da mandare in Boemia e via dicendo. Il titolo di “città” tanto vantato da dr. Marchetti e dai posteri nasconde in verità un vassallaggio monarchico. Una forma autarchica, fascista d’antan.

È passato solo un anno, ma Castelfranco è nel frattempo diventata italiana.

Errore madornale, Castelfranco è annessa con il Veneto tra l’ottobre e il novembre 1866. 

“le splendide sale di palazzo Revedin si aprono nell’agosto 1866 per festeggiare il principe Amedeo di Savoia, duca d’Aosta, reduce dalla sfortunata battaglia di Custoza in cui era rimasto ferito. Il principe Amedeo rimarrà per ben tre mesi ospite del vecchio podestà austriaco, conte Revedin, eletto a ogni buon conto nell’ottobre dello stesso anno primo sindaco di Castelfranco annessa ormai al Regno d’Italia.”

Il fatto della presenza del conte Amedeo di Savoia (ventuno anni), reduce dalla Terza  guerra d’indipendenza (non a Custoza ma al Monte Croce) è tutto da spiegare: da una parte il dr. Marchetti lo innalza ad un fatto storico (una convalescenza che fa a pugni con le migliaia di soldati morti e scomparsi) per incapacità strategica dei generali e insufficiente armamento; dall’altra non si capisce quale bene abbia apportato al paese, se non quello personale, dato che il Revedin nel 1858 fu intermediario della villa di Galliera, eredita dalla moglie Teresina, per passarla all’imperatrice Marianna d’Austria che vi andò a soggiornare due o tre volte nei suoi lunghi soggiorni estivi sul lago di Garda. Dunque siamo rimasti fermi ad una storia che lo stesso Luigi Urettini non conosceva e che ha inevitabilmente confuso anche il dr. Marchetti. Dal 1866 fino al 1900 la villa di Galliera rimase inabitata. Fu comperata in seguito dai De Micheli di Genova che la tennero fino al periodo fascista.  

(3) “Nel 1867 il conte completa l’opera, nel contempo, di ‘italianizzazione’ e di autoidentificazione della nuova città nel ‘concerto’ nazionale. Di Castelfranco nell’Italia unita ce n’è più di uno (Castelfranco in Emilia, Castelfranco in Toscana, ecc.). Una deliberazione ben costruita dal Consiglio Comunale chiede al Re, il 21 gennaio 1867, che sia aggiunto alla città il predicato «Veneto»: il Re approva con proprio decreto datato 10 novembre dello stesso anno.” (4) Il conte Revedin ha altre iniziative per Castelfranco:
– fa costruire l’atrio e la facciata del Teatro Accademico, lasciando purtroppo modificare la parte interna originale del Preti;
– fa costruire lungo il corso e la piazza l’elegante passeggio che fu dedicato a Dante;
– gli architetti da lui scelti riescono a risolvere brillantemente il collegamento tra la piazza ed il corso;
– dona alla città le statue del Marinali che ora ornano la piazzetta del Duomo.
Mantiene la carica di Sindaco di Castelfranco fino alla sua morte avvenuta a soli 57 anni il 22 gennaio 1869. Morto senza figli, lascia in eredità la villa con il suo parco e numerose altre proprietà alla nipote Fanny nob. Bassetti(1827-189?), figlia della sorella Caterina, sposata Bassetti.

il predicato “veneto” diventa obbligatorio per tutti quei comuni che nell’Italia Unita sono con il medesimo nome toponomastico. Non è un privilegio o un vantaggio che il Revedin riuscì a strappare al sovrano ma semplicemente un obbligo amministrativo. Il Revedin, controllando il plebiscito in tutti i seggi della Castellana, ha favorito il passaggio indolore all’Unità d’Italia. 

Dott. Comm. PIETRO RINALDI (1823-1900)Pietro Rinaldi (1823-1900), appartenente ad una famiglia di Strigno (Trento) sposa Fanny nob. Bassetti, nipote ed erede del conte Revedin. Pietro Rinaldi è Sindaco di Castelfranco Veneto dal 1879 al 1882 e dal 1894 al 1895. Ricopre la carica di Presidente della Banca Popolare di Castelfranco Veneto per 21 anni, dal 1879 al 1900. Fa completare il disegno del parco all’inglese con la realizzazione del lago, delle isole e delle collinette a cura soprattutto dell’architetto vicentino Antonio Caregaro Negrin. Il Caregaro Negrin è anche l’autore della serra in stile ispanomoresco e della cavana per il ricovero delle barche. Dal matrimonio con Fanny nob. Bassetti nascono tre figli: luciano, Vittorio e Anna. Luciano Rinaldi (1853-1910) sposa Angela nob. Colonna (1857-1931), si stacca dal ramo di Castelfranco acquistando una antica villa sei-settecentesca a Posmon di Montebelluna dove si stabilisce con la famiglia, sperperando un po’ alla volta la sua quota di patrimonio.

Pietro Rinaldi è anche deputato parlamentare.

Infine, il dr. Aldo Marchetti, si è tolto un sassolino dalla scarpa, forse per imprudenza o per forse per smarcarsi dal cattocomunista Sartor?

2) DONAZIONE DEL PALAZZO E DEL PARCO

Donna Renata era stata nominata erede universale dal marito, ma il marito aveva anche espresso il desiderio che lei facesse poi donazione, con efficacia successiva alla di lei morte, del palazzo e del parco ad un ente a scopo di alta cultura tale da costituire motivo di prestigio per la città di Castelfranco Veneto. Consultati nel merito, tanto il conte Avogadro che io, rispondemmo che l’ente più adatto sarebbe stato il Comune di Castelfranco Veneto. Ci diede una risposta che ci lasciò stupefatti e che mi rimase talmente impressa da sentirmi qui di riportarla, con ragionevole sicurezza, come la ricordo: “ Il Comune di Castelfranco assolutamente no, perché sarebbe come mettere casa mia nella mani dell’on. Sartor. l’onorevole si è comportato con me in una maniera inspiegabile e molto offensiva. Aveva ottenuto da mio marito, ad un prezzo pressoché simbolico, il terreno sul quale costruire il nuovo ospedale ma, una volta ottenuto il terreno, ha assurdamente smesso di salutarmi: finge di non vedermi, gira la testa da un’altra parte oppure, addirittura, mi volta apertamente le spalle. Tenete presente, cari amici, che io voglio che l’on. Sartor non possa mai mettere anche un solo piede nella mia casa.”
Il conte Avogadro propose di consultare un legale per far preparare uno schema di donazione al Comune di Castelfranco che prevedesse che a seguire il destino della donazione fosse un gruppo di persone di assoluta fiducia della donatrice. Rispose pregandoci di non insistere su Castelfranco, città dove l’on. Sartor sarebbe sempre riuscito ad ottenere quello che voleva.
Rinviammo di una settimana la decisione sperando che cambiasse parere, ma era rimasta inflessibile. Le indicammo qualche altro ente e, tra questi, scelse con decisione l’Università di Padova. Fu subito incaricato il conte Avogadro, che conosceva il Magnifico Rettore, per sapere se aveva qualche interesse alla donazione. Ci fu un pranzo al quale donna Renata invitò il Magnifico Rettore con un consulente e noi due. Il risultato fu positivo e venne incaricato il conte Avogadro (che risiedeva a Padova molti mesi all’anno) di portare avanti le trattative e fu lui, su procura di donna Renata, a stipulare il 10 marzo 1967 l’atto di donazione presso il notaio prof. Giuseppe Benacchio di Padova con il prof. Guido Ferro, allora a capo dell’Ateneo Padovano. Personalmente ritengo inaccettabile e senza giustificazione alcuna il comportamento dell’on. Sartor verso donna Renata e causa di un grosso danno per Castelfranco. Peraltro, considerando l’assieme della sua opera, riconosco che l’on. Sartor è stato l’uomo politico che più ha fatto a favore di Castelfranco.

Non si capisce bene se l’on Sartor, boss del dopoguerra che ricalca nella storia altrettanti capi omnipotenti, sia stato o meno persona non grata per la sua furbizia politica di aver costruito il nosocomio da tredici piani su terreni di un privato e non su quelli di altri suoi elettori. Il Bolasco e gli Avogadro ormai non votavano più a Castelfranco. Da come sono andate le cose perchè donna Renata si sarebbe sentita tanto offesa da preferire il Bo?
Il dr. Marchetti non sembra chiaro e lineare.
Con il senno di poi il Comune non sarebbe mai riuscito a trovare i fondi comunitari per il restauro e la conservazione del parco. Anzi ad un certo punto il tetto crollava, gli affreschi si rovinarono e le piante non autoctone infestavano il parco. I costi di manutenzione, tenendo il parco recintato, come fosse un’isola privata, non potevano essere a carico di un ente pubblico come il Comune che deve piuttosto occuparsi di salute pubblica, istruzione, igiene, ordine pubblico. Il dr. Marchetti ragionava alla vecchia maniera non all’inglese.   

Il 18 febbaio 1984 in Roma è morta RENATA MAZZA vedova di Pietro Bolasco Piccinelli. Aveva compiuto da pochi giorni 96 anni. Ora riposa in pace a Castelfranco accanto all’amato consorte.

GLI EREDI DI DONNA RENATA BOLASCO MAZZA
Il 19 maggio 1984 mi è pervenuta una raccomandata del notaio Cornelia olivi di Treviso che mi comunicava di aver ricevuto il 24 aprile il testamento olografo della signora Mazza Renata ved. Bolasco e mi allegava una copia richiamando
la mia attenzione sulle ultime 4 righe del testo: “Nomino mio esecutore testamentario il Conte Valperto degli Azzoni Avogadro. Qualora non volesse o non potesse accettare, nomino il Dottor Aldo Marchetti”: onorato e commosso della fiducia dimostratami, passato a me il compito dopo la rinuncia, per motivi di età, del conte Avogadro (che allora aveva 82 anni), da giugno fino all’inizio di novembre ho avuto alcuni incontri e una notevole corrispondenza con gli eredi (i tre figli del fratello di donna Renata, il colonnello oberto Mazza). All’inizio di novembre, quando avevo già data l’impostazione generale e le disposizioni per risolvere una questione sorta tra due degli eredi, uno degli eredi mi ha fatto capire che forse ormai potevano andare avanti anche da soli. Il 22 novembre comunicai quindi ai tre eredi, all’Economo dell’Università di Padova ed al notaio la mia definitiva rinuncia all’incarico. Chiusi così in armonia l’ultimo collegamento che mi restava, attraverso gli eredi dell’ultima proprietaria, con la grande casa.

2 pensieri riguardo “Francesco Revedin, una biografia “scolorita” da Aldo Marchetti”

  1. Ho letto con curiosità ed interesse la notevole ricostruzione della storia del compendio Bolasco. Da testimone diretta ( ho vissuto trentanni in quella casa) vorrei però rilevare un errore: la recinzione del parco con vecchie traversine ferroviarie non fu eseguita sotto l’amministrazione Sartor, ma molto tempo dopo, negli anni 80. E fu la salvezza contro le continue intrusioni nel parco, non ben difeso da una debole e malandata rete metallica che in più punti era stata lacerata permettendo a chiunque di entrare e recare danno. La chiusura al pubblico del parco non fu totale. Rino Bolasco decise un orario per l’ingresso regolamentato e sorvegliato.

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    1. Signora Laura la ringrazio, non vorrei sbagliarmi, sul recinto sia delle traversine ferroviarie che sul muro di mattoni verso viale Europa ci sono ancora dei cartelli di metallo che indicano il divieto di oltrepassare il recinto. Andrò a verificare se la sua osservazione sarà esatta. Le annotazioni che ho nel mio libretto confermano quel nome e la data. Tuttavia, la invito alla scommessa di un aperitivo se il sindaco fosse un altro.

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