La dottrina populista del vicesindaco di Castelfranco. Fischi per fiaschi pur di entrare nella storia. Alte personalità, vittime di guerra, veri eroi dimenticati a scapito dell’ultimo arrivato

Derio Turcato da parecchio tempo segue le vicende castellane attraverso le rievocazioni storiche della Grande Guerra. Un grande esperto che rimane spesso dietro le quinte senza mai esagerare. E’ sua la scoperta della dinamica ufficiale che portò alla morte il generale francese Lucien Lizé, avvenuta a causa di uno dei tanti bombardamenti scatenati sulla città di Giorgione dagli austro-germanici. Le sue dettagliate e puntigliose ricerche, usando internet e non quelli delle auto d’epoca che purtroppo inquinano, riportano alla luce cose che non si sapevano. Purtroppo questa Regione ha subito l’onta di due guerre dichiarate ed un’altra civile che è perdurata fino alla caduta del Muro di Berlino (c’è chi dice che le brigate rosse fossero una continuazione della guerra tra partigiani e repubblichini…). La Grande Guerra trascurata dal Ministero dell’Istruzione e tenuta sotto controllo da quello della Difesa ci ha lasciati ignoranti. Nonostante che ci sia la digitalizzazione e molti Paesi confratelli si siano adeguati ai tempi, da noi non è così facile consultare stando a casa archivi, libri, memoriali come invece inglesi, francesi, danesi, svizzeri, per i loro rispettivi campi ne hanno un accesso libero, immediato e provvidenziale. “Abbiamo trovato spezzoni della Grande Guerra con dentro Castelfranco negli archivi svedesi e danesi”.
Derio Turcato, senza tanti chiavistelli o password scopre una carta, un passaggio, un dato di fatto, uno spezzone in cui c’è Castelfranco cento o centocinquant’anni fa. Ciò significa che prima di lui gli “Storici” locali o della Marca Trevigiana nulla sapessero della reale vicenda. Assieme stiamo ricostruendo la vita del conte Francesco Ferruccio Macola (1861-1910), del prof. Guido Fusinato e di sua madre signora Erminia Fuà, alla quale un bel dì il Consiglio comunale all’unanimità rifiutò di dedicarle un monumento ricordo, tanto acclamato da associazioni nazionali e da una lunga lista di intellettuali. Una famiglia di letterati, giuresconsulti, patrioti. L’on. Guido Fusinato, figlio del poeta Arnaldo Fusinato (anche sotto segretario agli Esteri e all’Istruzione), per chi non lo sapesse, era ordinario di diritto internazionale a Torino, esperto di arbitarti intertnazionali, giolittiano, capo della delegazione diplomatica delle conferenze dell’Aja e di Ginevra, quelle che stabilirono le prime interdizioni di mezzi e metodi di guerra inumani, il trattamento dei prigionieri e la tutela del personale sanitario in tempo di guerra. L’on. Guido Fusinato fu il giurì del duello tra Cavallotti-Macola, ricevette anche una laurea honoris causa dalla Oxford University prima di spararsi a Schio, la stessa blasonata università che mandò a farsi friggere Giulio Regeni. Avete letto bene! Un castellano ritenuto il maggiore interprete del Codice di Oxford. E questo mi fa molto incazzare.
Si può capire la furbizia politica di proclamarsi “salvatori del popolo veneto”, “della difesa dei confini meridionali, quello delle partite iva e degli evasori (degli incendi), dei mafiosi e malavitosi (ultima retata narrata dal prof. Enzo Guidotto), essere a capo delle forze armate locali, più o meno con l’estintore che funzioni, dei responsabili sporcaccioni che superano i livelli di smog auto consentiti di pm10 e di pm 2.5 (dati i ripetuti sondaggi degli studenti dell’Ipsia, condotti dal prof. D. Pauletto), non si può capire invece il perdurare di scelte culturali di “bassa forza”, come li chiamava Ferruccio Macola, gli addetti fuochisti. Ora parte il reddito di cittadinanza. Ingaggiate giovani per digitalizzare la biblioteca così almeno avremo un intrecciarsi di dati che sveleranno errori e bugie. (A.M.)

Riprendo una non notizia già pubblicata nel sito del’AIDA NEWS, che è scaturita dalla ricerca effettuata a proposito della presenza dei francesi in Castelfranco nel 1917-18, vale dire il bombardamento aereo austroungarico della stazione cittadina, in cui fu colpita anche parte dell’officina FERVET.
A più riprese il fatto ritorna, con i protagonisti disconosciuti e i comprimari che vengono innalzati a protagonisti, così come spiegato di seguito. Già nell’ultimo periodico edito dall’Amministrazione Comunale di Castelfranco Veneto, veniva riportato un episodio successo durante la Grande Guerra, che a detta dell’estensore dell’articolo (apparso oggi sulla stampa quotidiana), nei pressi della stazione ferroviaria, andò a fuoco un qualcosa di non ben definito, a seguito di un bombardamento. Or bene in tale frangente, si distinse un alpino, che ricopriva il ruolo di vigile del fuoco, .. il quale non esitò a gettarsi tra le fiamme per spegnere l’incendio…., quello che però non si capisce è dove si gettò il nostro alpino e quali effettive le gravi conseguenze sarebbero scaturite senza questo gesto, mancando la contestualizzazione dell’evento e dei fatti. La faccenda in realtà è molto ben diversa.
Da più fonti, comprese quelle francesi che a Castelfranco avevano posto il comando della Xa Armata, i fatti si svolsero in maniera assai articolata.
La stazione di Castelfranco Veneto era uno snodo ferroviario molto importante per alimentare le nostre e altrui truppe schierate sul Grappa e Montello. Nelle sue vicinanze erano distribuiti numerosi depositibaracche, tra cui quelli destinati a riserva per le necessità dell’artiglieria schierata a supporto dell’esercito. Si consideri che per una settimana di attività preparatoria ad un assalto, il consumo era di 2.500.000 proiettili, è evidente che tale quantità doveva essere resa disponibile e traportata, ai depositi e poi alle prime linee e in subordine a disposizione in retrovia per essere recapitata quando bisogno. Da ciò si può capire che la stazione era un obbiettivo molto importante da colpire da parte dell’esercito Austro-Ungarico che ripetutamente e in più occasioni lo attuò con incursioni aeree.
Ma veniamo ai fatti. La notte dal 27 a 28 di gennaio 1918 in più ondate (dalle 19 alle ore 5 del mattino) si avvicendarono sul cielo castellano le squadriglie degli aerei austro-ungarici che oltre colpire semplici edifici civili, l’ospedale da campo N.25, si accanirono contro la stazione e le zone limitrofe. Risultò cosi investita l’officina FERVET che era stata convertita in deposito. Ora se vogliamo approfondire la questione, un minimo di chiarezza sull’ evento va fatta, anche perché di leggende metropolitane sui fatti di allora ne circolano diverse, non ultima quella della data del ferimento del generale Lizè, colloca dalla nostra Amministrazione in piazza Giorgione, palesemente errata.
I documenti consultabili e quindi di rilevanza storica, sono custoditi nella biblioteca delle ferrovie dello stato, tra cui due loro bollettini editi in data giugno 1918 e luglio 1918 dove si riportano con nome e cognome i ferrovieri che si sono prodigati durante i bombardamenti del 31dicembre ‘17 – 1gennaio ‘18 e 26-27 gennaio 1918; per quest’ultimo si legge ” ….. encomiati per l’azione pronta e coraggiosa svolta in
stazione di Castelfranco Veneto nella notte del 26-27 gennaio 1918, durante un incursione aerea nemica, portando prontamente in luogo sicuro una colonna di 37 carri di munizioni due dei quali già cominciavano a bruciare per l’esplosione di una bomba che aveva provocato un incendio nel deposito di balistite dell’officina

FERVET:
– Franceschetti Cav. Alfredo capo stazione 2 classe
– Bafurale Beltramino capo stazione 3 classe
– Coppato Pasquale deviatore
– Oliosi Vittorio macchinista
– Bosia Vittorio macchinista
– Goffi Giuseppe fuochista

Dai testi di chimica si apprende che la balistite è infiammabile a 180° e brucia lentamente all’aria libera. Resiste alla percussione, ma esplode sotto l’azione di un innesco. Quindi se non innescata con un apposito mezzo è solo infiammabile, quello che effettivamente successe. L’incendio si rilevò quindi una enorme bubarata, per dirla come da noi, che l’intervento dei ferrovieri, non obbligati, evitò si trasformasse in qualcosa di ben più disastrose dimensioni ed effetti. Il nostro alpino pompiere non fece altro che quello a cui era preposto, si applicò per spegnere l’incendio nel capannone! Praticamente il suo dovere. Ai ferrovieri nessun giusto riconoscimento, nessuna via a loro intitolata, come nelle intenzioni enunciate a mezzo stampa dal vice sindaco Giovine per il pompiere alpino, neppure una menzione nelle ricorrenze ufficiali dai sovranisti di turno.
La storia non si improvvisa, va raccontata nel suo corretto svolgimento, con dati verificabili e non derivata da voci o diari privati, con i protagonisti nei loro giusti ruoli di: attore o comprimario e non viceversa.
Attendiamo fiduciosi che dopo cent’anni, sia resa giustizia ai protagonisti di quegli eventi, senza pompose attribuzioni stradali ma con una semplice e formale apposizione di una targa ricordo, magari nella stazione stessa.
Derio Turcato presidente Associazione Histoire

 

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